Gli equilibristi
Ho guardato di sfuggita la mia Bismarck poco fa, mentre mi accingevo a scendere in cantina per fumare una sigaretta. E' un gesto che faccio di frequente, quello di dare una occhiata a quel modello di nave lungo un metro e venti, racchiuso nella sua bella teca di policarbonato. E non finisco mai di sorprendermi, ogni volta che la osservo, di quanto sono stato in gamba nel costruirla. In gamba, e soprattutto incredibilmente paziente.
Questo gesto, questa mia abitudine, una delle tante che ho assimilato e che indosso come fossero dei vecchi vestiti, mi appare ora come l’immagine emblematica della mia vita: “io che guardo qualcosa che ho fatto.”
Vagando senza entusiasmo da una stanza all’altra, verifico continuamente e distrattamente, tutte le cose che ho costruito. E anche se un modellino non è poi così importante, fa parte anch’esso comunque di un insieme che in qualche modo mi identifica. Così, ogni volta che osservo ciò che mi sta intorno, senza volerlo scorro rapidamente il ricordo di quando l’ho fatto, che si staglia come una goccia in un oceano di altri ricordi.
Le infrastrutture, il fumaiolo, i possenti cannoni da 380 mm; lo scafo, che ho assemblato incollando centinaia di striscioline di legno.
E poi, cambiando “orizzonte”, mi capita di guardare un armadio (che ho costruito io). E ancora: la grande porta scorrevole della cucina, il mobile in ciliegio del bagno. E gli alberi del giardino, ormai alti come la casa, che io ho piantato più di vent’anni fa. Guardo tutto cercando di anestetizzare un misterioso dolore, sottile e persistente, con la soddisfazione che ogni cosa costruita mi ha dato per un tempo quasi sempre brevissimo. Tanto che ho temuto persino di essere schiavo in qualche modo di ciò che possiedo. Ma poi, con una piccola riflessione, ho capito che non è così. Non mi è caro ciò che possiedo per il fatto stesso di possederlo; mi è caro invece ciò che ho fatto. E in qualche modo mi consola, mi conforta.
Il guaio è che nemmeno ciò che ho fatto alla fine mi appaga più di tanto. So che molta gente mi apprezza per ciò che ho saputo realizzare nella vita, ma so anche, che si tratta “solo” di oggetti. Oggetti che a volte possono anche suscitare invidia. Così, ora, percepisco in fondo al cuore che ho sempre agito in relazione alla considerazione che la gente avrebbe potuto avere di me, con lo scopo inconfessato di ricevere apprezzamento e perché no, invidia.
La verità è che non ho quasi mai fatto ciò che in fondo al cuore avrei voluto. Questo pensiero, questa consapevolezza riposta per tanto tempo in me, mi causa ora una angoscia sottile, come se la mia missione fosse fallita. Perché se avevo ali per volare, ho aspettato troppo e il mio tempo ormai è tramontato. Ma ho sempre avuto occhi per vedere. E in questo, non ho mai sprecato nemmeno un secondo. Non ho lasciato per strada nessun dettaglio. Ho voluto sempre vedere e sapere ogni cosa. Anche quando, forse, era meglio non sapere. E non vedere.
Gli eventi del passato si protendono ora nel mio presente, come ineluttabili acciacchi di un corpo che ha faticato troppo. Le cose brutte ahimè, protraggono i loro effetti e in sostanza la loro “presenza” per molto più tempo di quanto non facciano quelle belle. Una tragedia spesso ci segna, e a volte cambia di fatto la nostra vita per sempre. Mentre un giorno particolare, come “il giorno più bello della vita”, non determina nessun effetto positivo duraturo, man mano che scorrono gli anni. Col tempo anzi anch’esso è causa di sofferenza, ogni volta che emerge dalla massa dei nostri ricordi e veniamo colti da quella strana emozione che chiamiamo nostalgia. E soffriamo.
Desideriamo che quel giorno ritorni e che anzi, tutto la nostra vita diventi come quel giorno. Una lunga catena di giorni felici, beati, estatici. Ecco cosa vorremmo.
Oggi, per esempio, potrebbe essere il giorno più bello della mia vita. Anche se, oggi, è un giorno qualsiasi, anonimo, un giorno in cui nulla accadrà, di brutto o di bello.
Ciò che è brutto e ciò che è bello, è dentro di me, nella mia testa. Solo che io che mi sono sempre abbandonato alla tristezza, e alla fine mi sono identificato in essa. Probabilmente per un antico senso di colpa di cui ancora non conosco l’origine, ma che probabilmente ho ereditato. E anche, forse, perché la tristezza mi è sempre apparsa in qualche modo: “bella”.
Vorrei scrivere un solo libro, dipingere un solo quadro, per estirpare questo male misterioso che mi porto dentro da sempre. Vorrei metterlo su di una tela, fissato con colori e pennello. O magari “dipingere” usando parole scritte; un quadro molto più grande, pieno di figure e paesaggi. Col medesimo intento in realtà, di svuotarmi, di liberarmi da un peso.
C’è una storia da raccontare dunque, e non sarebbe neanche appropriato immagino, che lo facessi io. Ma sono io ahimè, l’ultimo rimasto che la può ancora raccontare. Affinché non vada tutto perduto, tutto dimenticato. Come se nulla fosse mai accaduto.
È una storia triste, perciò bella. Una storia piena di tragedie e di personaggi tragici. Persone, uomini e donne, che hanno vissuto vite assurde, come mossi da una misteriosa volontà di naufragare.
Capitolo 1 L’ultimo tassello del puzzle
Chissà perché non avevo mai considerato che al cimitero ci potessero essere le zanzare. Come se quel luogo fosse doverosamente interdetto agli esseri fastidiosi. E invece, ahimè, le zanzare ci sono, eccome!
Mentre valutavo mentalmente il mio programma per quella afosa mattinata di un ferragosto tedioso come non mai, contemplavo la sosta riposante sulla solita panchina ombreggiata, appena dentro il camposanto. E già pregustavo la consueta, rilassante e a volte feconda pausa di riflessione.
Potevo temere forse, l’eventualità di essere disturbato da qualche conoscente particolarmente voglioso di chiacchierare, ma certo non immaginavo che sarei stato invece costretto a battere in ritirata da uno stormo di zanzare assetate di sangue.
Era da qualche tempo che avevo preso l’abitudine di sedermi su quella panchina, invece di girovagare tra le tombe e i viali del cimitero come normalmente si fa. Un giorno, in cui un lancinante dolore al ginocchio mi rendeva alquanto difficile il camminare, pensai di sedermi proprio su quella panchina, invece di fare il solito giro. E la cosa mi piacque, tanto che in seguito ho preso l’abitudine di farlo anche quando sto bene e potrei camminare. Curiosamente mi sento più vicino, da fermo, a tutte quelle immagini che prima vedevo singolarmente, nei miei brevi pellegrinaggi al cimitero. Seduto sulla panchina, vedo la distesa di lapidi e di croci come un tutt’uno e conoscendo bene dove si trova ognuna delle “mie” tombe, le percepisco tutte e ognuna, quasi che i morti venissero a trovare me, anziché il contrario.
Nella chiesa del paese la Messa era ancora in corso, mentre io me ne stavo lì a dialogare amabilmente con amici e parenti defunti, prima che mi arrendessi alle zanzare. Poco prima ero stato anch’io a quella Messa, ed ero rimasto, come sempre, solo il tempo di ascoltare le Letture. Poi me ne ero andato. Perché rimanere dopo la lettura del Vangelo mi provocava sempre un fastidio strisciante. Specialmente l’ascolto dell’Omelia, che non di rado trovavo addirittura irritante.
Il Vangelo bene o male, suscita sempre in me qualche spunto di riflessione. E, con la riflessione, una sensazione indistinta ma accettabile che ci sia comunque un senso in ciò che faccio. La mia presenza in quel luogo insomma, mi appare appropriata. Forse, in qualche modo...giusta.
Poi però, quando mi toccava sentire un “uomo”, più che un sacerdote, che esprimeva il proprio pensiero riguardo a ciò che lui stesso aveva appena letto, in genere mi cadevano le braccia. E spesso sentivo salire addirittura la rabbia dentro di me; e una voglia “cattiva” di conferire con lui, per criticarlo aspramente.
Mi rendo conto che i sacerdoti sono costretti a dire comunque qualcosa, e immagino che qualcuno di loro non avrebbe proprio voglia di farlo. Per vari motivi: chi per un senso di una propria inadeguatezza, o chi all’opposto, per una percepita inadeguatezza degli ascoltatori, quando i pensieri da esprimere fossero troppo complessi.
Anche il proseguo del rito, a dire il vero mi induceva in genere cattivi pensieri. E con rammarico mi accorgevo che gli effetti benefici che l’ascolto del Vangelo aveva su di me, si dileguavano presto, ottenebrati e inquinati da rabbia e delusione.
E poco mi consolava, qualche “voce” interiore indottami (potrei pensare), da qualche mio avo preoccupato: “ Non giudicare Claudio; non giudicare e non sarai giudicato.”
Non giudicare.
Da anni non recitavo più il Credo, ne le tediose nenie del rito, ma alla Messa ero sempre costretto a sentire cose che intimamente non condividevo. Le cose visibili e quelle invisibili, immancabilmente evocavano in me un sentore antico e ignobile, di Sacra Inquisizione. Poi, quando sentivo che: “la Chiesa è una, santa, cattolica e apostolica”, molte volte a stento trattenevo la voglia di gridare in mezzo alla folla silenziosa, che la Chiesa non è ne una, ne tantomeno santa.
Così, dopo anni di conflitto interiore tra quella parte di me che ormai voleva cessare totalmente la frequentazione, e l’altra invece, che era poco propensa a staccarsi dalle abitudini e dalle tradizioni, alla fine optai per un “geniale” compromesso: andare in Chiesa quando non c’è la messa. O al limite, come quel ferragosto, restare solo per la prima parte di essa. Rinunciando così anche all’Eucarestia, che anch’essa, col tempo, mi inquietava sempre di più. Pur non volendo, non riuscivo a non pensare che l’ Eucarestia era diventata un altro dei numerosi aspetti pagani che la religione cattolica aveva assorbito.
Non di rado perciò, mi recavo anche al cimitero, dove in un certo senso celebravo una mia Messa privata. Quel giorno però, a causa delle zanzare, non trovavo pace e non riuscivo a concentrarmi; dovetti andarmene in anticipo.
Tornai nella piazza del paese, dove avevo la macchina. E vidi il prete fuori dalla chiesa che parlava con delle persone. La messa evidentemente era finita. Mi avvicinai a lui. Attesi qualche minuto che si liberasse di quelle persone e gli rivolsi la parola.
In effetti non avevo assistito all’omelia, quindi non ero lì per criticarlo, ma solo per rivolgergli una domanda.
Sapevo che mi conosceva per così dire di vista; dopotutto mi aveva visto spesso. Addirittura mi aveva dato il buon giorno qualche volta, quando mi passava vicino in chiesa e mi vedeva lì da solo, nella navata deserta.
Mi chiedevo cosa pensasse di me, quando mi vedeva nella chiesa vuota e silenziosa. Doveva certamente aver notato me e il mio strano comportamento. A volte avevo la sensazione che mi guardasse negli occhi poi dal pulpito; specie quando (pensavo) vedeva che al segno di croce collettivo all’inizio della Messa io rimanevo immobile e muto.
Comunque, se nutriva in cuor suo qualche curiosità nei miei confronti, non me la comunicò in alcun modo. E nemmeno la mia strana richiesta sembrò incuriosirlo più di tanto.
Dopo essermi presentato sommariamente e averlo informato che ero nipote di Maria Bellini, che lui certamente conosceva, gli chiesi se era possibile risalire al nome di un sacerdote del paese di molti anni prima.
«E’ per via di una ricerca che sto facendo per motivi personali», gli dissi.
«Di molti anni fa... » ripeté portandosi una mano al mento.
«Beh», aggiunsi; «se è una cosa complicata lasciamo stare, non è importante.»
Disse di no, come avesse avuto un’idea improvvisa. Bastava guardare il registro dei battesimi. C’è la firma del celebrante in ogni atto.
Lo seguii in sagrestia, in una specie di ufficio con un tavolo in noce che fungeva da scrivania e una grande libreria che occupava tutta una parete, chiusa da pesanti ante in noce e vetro ingiallito dagli anni.
Dentro era pieno di voluminosi faldoni, ognuno portava un’etichetta con l’anno scritto a penna. Cinquanta, cinquantuno; con paziente gentilezza l’anziano sacerdote, allungato sulle punte dei piedi, scorreva le etichette sfiorandole con le dita.
Il cinquantacinque l’avevo già visto, era nella mensola più in basso, ma rimasi in silenzio. E intanto pensavo che lì c’era sicuramente anche la traccia del mio battesimo; e quello di mio padre, di mia madre, di mio fratello. Avrei voluto passare quei volumi per ore e ore.
«Cinquantacinque, eccolo qui». Il sacerdote estrasse il faldone e lo depositò sul tavolo, spostando alcune carte. Estrasse il registro dalla scatola di cartone rigido e lo aprì più o meno alla metà. «Ecco qua», disse puntando l’indice su una pagina. Battesimo del neonato; firma dei padrini; celebrante: sua eccellenza, monsignor Silvio Aldegheri. O Aldighieri... In effetti c’era solo la firma e non il nome in chiaro.
«Aldrighieri?» Proposi io.
«Si, potrebbe essere.» Voltò una pagina, per guardare altri battesimi, ma la firma era ugualmente, interpretabile.
«Credo proprio che sia Aldrighieri», sentenziò alla fine.
«Ci avrei scommesso», mormorai quasi tra me e me.
«Perché?» Chiese. Era evidente che per l’età che potevo avere, non era possibile che io avessi conosciuto personalmente quel sacerdote di così tanti anni fa.
«Ah niente», dissi evasivamente. «E’ sepolto al cimitero del paese e ho visto che è deceduto proprio nel cinquantacinque. In Luglio per la precisione.»
Forse si aspettava che aggiungessi qualcosa mentre rimetteva via il volume; e forse, se me lo avesse chiesto gli avrei anche raccontato tutta la storia.
Perché in quel momento, in verità avevo appena scovato l’ultimo tassello di un grande puzzle. E dentro di me si depositava come una foglia morta, la parola: fine.
Millenovecento e venti; periferia sud di Padova. Cose che ho visto con occhi non miei.
Capitolo 2 L’inizio
Millenovecento e venti, periferia sud di Padova, al confine con la provincia di Rovigo. Ề la profonda, sperduta pianura padana, un dedalo di canali, fossi e strade sterrate che si diramano tra una galassia di piccoli centri rurali.
Uno di questi piccoli paesi ha un nome apparentemente altisonante: Cà d’Elia. Anche se in realtà l’Elia che da il nome a questo paese, non si riferisce a quello biblico. E non è nemmeno un nome in verità, ma un cognome, quello di un signorotto capostipite di una famiglia che a quanto pare, ha fondato il primo nucleo abitativo del paese in anni remoti.
A Cà d’Elia nel 1920, Mussolini è ancora poco conosciuto e l’Italia, come Nazione, è più giovane di molti dei suoi cittadini.
C’è il Re, e c’è il Papa. E forse, si dice, sembra, che da qualche parte nel mondo ci siano altri luoghi fantastici, altri paesi: l’America, la Cina, l’Africa. Ma nessuno ne sa niente a Ca d’Elia. E quei nomi così strani, così esotici, evocano leggende e miti ancestrali; come l’inferno, il paradiso, o le foreste lontane dove vive ”l’uomo nero.”
D’inverno fa freddo a Ca d’Elia. E la neve imbianca i campi almeno una volta l’anno; puntuale, come il Natale.
D’estate fa caldo. Sempre. Ma è un caldo secco, limpido, respirabile.
Ogni stagione porta i suoi frutti: le fragole, le pesche, le mele. D’estate il frumento, tinge di giallo i campi, e i mezzadri lo tagliano poi, compiendo quel movimento rotondo con le falci, che sembra quasi una danza.
In autunno c’è la vendemmia; l’uva viene pigiata a piedi nudi, da bambini festanti. Felici, per così poco; con così poco. E d’inverno si uccide il maiale; si insaccano i salami, la pancetta, i sanguinacci.
Ca d’Elia è un paese agricolo avviluppato intorno all’unica, grande piazza. Con una vecchia chiesa dall’aspetto imponente; forse sproporzionata rispetto alla modestia del paese. Di fianco alla chiesa c’è il cinematografo parrocchiale, qualche bottega affacciata sulla piazza o in qualcuna delle poche vie laterali e un paio di osterie.
Il paese è attraversato dall’unica strada asfaltata, la provinciale che porta a sud, verso il grande fiume; una mezza dozzina di altre strade sterrate poi, conducono a sperdute contrade e paesi limitrofi.
Ci sono più stalle che negozi a Ca d’Elia, e l’odore dominante è quello del letame, che si mescola a volte col profumo delle robinie in fiore e con quello del brodo della domenica. Non esiste un servizio di raccolta dei rifiuti, perché non esistono i rifiuti. Come non esiste nessuna automobile, in paese. Il centro del mondo è Padova, la città. Ma pochi hanno visto la Basilica del Santo, e la grandissima piazza del Prato della valle.
La gente in paese è perlopiù analfabeta e, nella totalità ossequiosamente cattolica. Sul fatto poi, che il parroco rientri nella cerchia delle persone più in vista e più abbienti del paese, nessuno ci trova niente da ridire; è “normale”.
Quanto può essere lontana l’America, o l’Africa, per la gente di quel paese, che conosce così poco le cose del mondo?
E a maggior ragione quanto è lontana la Luna, che splende nel cielo in una tiepida sera d’estate a Ca d’Elia, nel millenovecento e venti?
In fondo a una via che costeggia il fianco della chiesa, oltre un grande cancello di ferro sempre aperto, si apre un ampio cortile contornato da una fila di vecchie case, abbracciate le une alle altre. Agli angoli in fondo al cortile, ci sono due stalle con relativi fienili e qualche portico. Al centro c’è un’aia di lastroni di cemento, dove d’estate viene steso il grano a seccare. Poco distante, simile a una garitta, una piccola costruzione in muratura, con due “turche” e un vespasiano sul davanti, funge da servizio sanitario per tutte quelle famiglie. Sulla destra, a fianco dell’entrata, si staglia la casa padronale degli Allegrini, austera e imponente, anche se nascosta in parte da un florido giardino con tre grandi alberi e da alcune siepi fiorite.
Sulla sinistra, la seconda casa della schiera che circonda il cortile, ha la porta aperta e fuori, una donna vestita di nero sta raccogliendo i panni stesi. Un bambino gioca per terra e un uomo fuma la sua pipa seduto su un ceppo di legno. L’uomo, quasi calvo, ha solo due tendine di capelli radi ai lati di un faccione placido e mite. Indossa una camicia bianca con le maniche rimboccate e un gilet rigorosamente abbottonato. Mentre fuma la pipa dopo cena, sta osservando assorto la luna al primo quarto che splende quasi abbagliandolo, nel cielo ancora chiaro della sera.
Sa a malapena scrivere, quell’uomo, non ha nemmeno la licenza elementare. Non conosce i segreti dell’Universo, eppure percepisce un fermento interiore, una fiamma, un desiderio misterioso. Come se presagisse di portare in sé il seme di una storia. Il seme di quella storia, in verità è già li ai suoi piedi che gioca tranquillo: suo figlio.
Ecco come comincia questa storia, con la frase detta quasi soprappensiero, da un uomo in una sera d’estate di un secolo fa.
«Eppure io dico che lassù un giorno ci andremo.»
Sua moglie Adele, indaffarata coi panni, sembra non aver fatto caso a quella frase e trova anzi appena il tempo per richiamare con dolcezza il bambino:
«Non sporcarti tesoro, che tra poco si va a nanna.»
Adele e ha una voce gentile, pacata; la voce di chi non ha mai gridato nella vita, nemmeno una volta. È piccola, minuta, con i capelli ingrigiti tirati e raccolti in uno chignon sulla nuca.
Quando si volge verso il marito con la matassa di lenzuola asciugate, gli chiede cosa intendesse con quella frase; non è il tipo di moglie che può trascurare per distrazione qualcosa. Non lo è per natura, per carattere e per educazione:
«Lassù dove, Primo?»
Suo marito Primo, sta ancora guardando la Luna, rapito da quel chiarore e da quella sera così... perfetta.
«Lassù, sulla Luna. Un giorno ci andremo. Magari noi non ci saremo più, ma qualcuno ci andrà prima o poi, lassù sulla luna.»
Adele sorride bonariamente e scuote la testa. «Certo che ne hai di immaginazione! Ma cosa vai a pensare? Figurati, sulla Luna! Questa poi! Rientra dai, che comincia a far fresco e ti prendi qualcosa. Porta dentro il piccolo.»
Non è certo un ordine, ma nemmeno una garbata richiesta, è quasi una preghiera. Lei ha sempre la stessa intonazione di voce; sia quando chiede un chilo di pane al fornaio, come quando chiede il pane quotidiano al Padre Eterno.
«Si arrivo subito, Adele.»
«Cosa dici Pietro, ci andremo sulla Luna? Magari ci andrai tu. O tuo figlio.»
Il bambino lo guarda e poi guarda la luna in cielo. Poi guarda ancora il padre, come se tra lui e la luna ci fosse già un legame. Lo vede sorridere ed entrambi, alzano le spalle: chi lo sa.
Si sprangano le porte di legno grezzo e ruvido. Si chiudono le imposte e le luci tremolanti delle lanterne a petrolio, si spostano nelle stanze superiori delle case.
La gente di Ca d’Elia recita un Ave Maria, un Padre Nostro e si abbandona tra le braccia confortevoli dell’inconsapevolezza.
E la Luna solitaria continua a risplendere inutilmente nel cielo, aspettando che qualcuno la vada a trovare.
Adele e Primo sono una coppia di sposi timorata di Dio, votati all’amore per la famiglia e, senza capire bene come e perché, votati anche all’amore per il prossimo.
Hanno un figlio di tre anni: Pietro. Di lì a un paio d’anni, avranno anche una figlia femmina che chiameranno Maria, e se non fosse stato per la Storia, quella con la “esse” maiuscola, se non fosse stato per la guerra e tutti i disastri che avrebbe portato, avevano un piano ben preciso: essere disgustosamente felici. Ce la potevano fare? Chi lo sa.
Sappiamo, ora, che la guerra c’era anche prima della Seconda guerra mondiale, e che ci sarebbe stata anche dopo. Ora, siamo tutti un po’ più consapevoli, e sappiamo che c’è sempre almeno una guerra tra gli uomini, e che il mondo stesso è una guerra continua, anche dove non ci sono uomini; nel regno selvaggio della natura, con la sua bellezza, ma anche con le sue leggi spietate. Ma loro, Adele e Primo, chiudevano gli occhi e pregavano. Non volevano vedere, e non volevano far vedere ai loro figli, com’era il mondo nella sua cruda realtà. Questo era l’amore, per loro.
Adele era sempre vestita di nero, anche d’estate. Per decoro, per sobrietà, per devozione. Al massimo si concedeva il bianco di qualche camicetta, di cui non si doveva vedere comunque, qualcosa di più dei polsini e del colletto. Era molto, molto religiosa, una vera monaca mancata, devota alla Madonna, anzi a diverse Madonne: la Madonna di Loreto, la Madonna di Monte Berico, la Madonna del Carmine. Ed era devota anche a Sant’Antonio, san Luigi, san Giuseppe da Cupertino. C’era un santo protettore per ogni cosa e per ogni figura. Studenti, lavoratori, soldati, contadini, casalinghe, malati e bambini ovviamente. Ognuno aveva il suo santo protettore, e per ogni cosa si poteva pregare il santo “giusto”.
Ogni avvenimento anche solo vagamente positivo, per lei era indubitabilmente un miracolo. La guarigione di un bambino, un incidente sfiorato sul lavoro da un contadino e persino i violenti temporali estivi, quando cessavano era sempre a motivo delle preghiere indirizzate a qualche Madonna o a qualche santo.
Primo era un uomo retto e onesto; anche lui aveva uno spiccato senso religioso, che si manifestava però in un atteggiamento naturalmente più virile, come si conviene a un capofamiglia.
Sempre distinto nei modi e nel portamento, dava l’idea di una persona appartenente a un ceto sociale superiore. Ma non era vanità, lui era così: amava la pulizia, l’ordine, la pacatezza. In più, come s’è detto, ogni tanto aveva questi stravaganti impulsi di “estro”.
Erano solo indizi di una natura fantasiosa, curiosa. E non potevano essere altro che indizi, tracce, perché lui era troppo ligio al senso del dovere per permettersi di andare troppo lontano dai binari di una esistenza irreprensibile. Anche se avesse potuto andarci sulla Luna, non ci sarebbe sicuramente andato. Lui andava al lavoro ogni giorno, con la sua bicicletta, senza deviazioni. Era un apprezzato conciatore di pelli nella grande conceria di un popoloso paese lì vicino, e tornava ogni sera senza fermarsi mai all’osteria. Lui non era certo il tipo d’uomo che si concede ogni tanto qualche capriccio. Lui era un uomo equilibrato.
Capitolo 3 La famiglia perfetta
Pietro e Maria crebbero nella apparentemente perfezione di quella famiglia, immersi entrambi in un “humus” di amore e di buone maniere, di tradizioni virtuose e sane abitudini.
Quando uscivano la domenica mattina per la messa, tutti insieme, padre, madre, fratello e sorella, sembravano davvero una fotografia, e offrivano una sobria immagine di ordine e pulizia. Camicia bianca, gilet e l’immancabile cravatta, entrambi i maschi; abito scuro, velo e rosario le donne. A Maria e alla sua candida giovinezza, si concedeva a volte il colore di qualche abitino cucito in casa, dove apparivano l’azzurro e il rosa. Camiciole candide, coi colletti di pizzo e spesso, qualche fiocchetto incastonato tra i riccioli biondi dei suoi folti capelli. Crescendo, lei diventava sempre più bella ed eterea. Eppure, quella famiglia viveva in una casa poverissima, coi muri di sasso, senza servizi e col camino come unica fonte di riscaldamento. Sembrava un miracolo, quello sì, che tanta pulizia e ordine abitassero in una casa senza servizi e acqua calda.
Anche Pietro era un bel ragazzo: alto, slanciato, elegante, dai modi sempre garbati e sobri. Insomma, era una bella famiglia, dove regnavano armonia e pace. Mai un litigio, mai uno screzio, una voce grossa. Nessuno subì mai una percossa in quella casa, anche perché non se ne presentò mai la necessità, e nelle rarissime occasioni di attrito tra un componente e l’altro, “sciocchina” o “brigante”, erano le parole più “clamorose” che poteva capitare di sentire. Dette sempre, comunque in un tono di voce che non superava mai le pareti della casa.
Poteva sembrare una famiglia perfetta e forse, per certi versi lo era. Ma c’era in realtà una insidia, in quella più o meno consapevole scelta di vita, forse perché era tipica della gente semplice di quel mondo: il voler essere belli, bravi e buoni, a tutti i costi.
La famiglia somigliava alla classica campana di vetro che si è usi citare per affermare che non è lungimirante, dopo tutto, chiudersi totalmente. Per difendere sè stessi e i propri cari dalle sue insidie del mondo cattivo, certo. Ma capita sempre, prima o poi, di dover affrontare la realtà, e se ci si trova impreparati... sono guai.
Comunque, nemmeno il vento impetuoso del fascismo, sembrava penetrare in quella bolla, se non sotto forma di qualche leggero spiffero. Primo non si iscrisse mai al partito, ma nemmeno si schierò, neanche blandamente contro.
Eppure il ruggito del destino si faceva sentire sempre più vicino e minaccioso. E non mancavano i segnali che prima o poi il germe del male sarebbe penetrato inevitabilmente in quella bolla, portando devastazione, come una faina che irrompe in un pollaio di notte.
Non c’era solo la guerra, quella vera, quella mondiale, che di lì a poco avrebbe travolto tutto e tutti. C’era anche la guerra non dichiarata, quella della cattiveria intrinseca nell’essere umano, fatta di invidia, ignoranza, meschinità. Tutti elementi che abbondano sempre, da che mondo e mondo, tanto più tra la gente di poca cultura.
Chissà cosa potrebbe pensare un uomo se sapesse per quanto tempo si trascineranno poi le conseguenze dei suoi errori. E che figli, nipoti e pronipoti, soffriranno nelle loro vite di là da venire, per le scelte sbagliate di uno solo.
Certo non si può rimproverare a una gallina, di non aver istruito i pulcini sul come difendersi da una faina famelica. Anche perché non c’è, una difesa.
E forse, la verità è che noi esseri umani non siamo poi così “superiori” alle galline di un pollaio.
Così, quando arriva, il male spesso non ha le fattezze di un animale feroce con denti aguzzi e artigli minacciosi. A volte il male ha il volto suadente dell’amore.
L’amore…
L’amore “vero”? L’amore effimero, illusorio? La passione, le pulsioni del sangue. I desideri nascosti, i desideri repressi, i “bisogni” dell’anima. Che ne sa Primo, dell’Universo? Che ne sa di cosa sono quelle lucine che brillano di notte sopra la sua testa. Che ne sa Primo dell’amore?
Che ne sappiamo noi, se lui ha amato la sua donna di un amore “vero”. Se ha provato nella sua giovinezza, le emozioni intense dei momenti romantici dell’amore.
Nulla farebbe pensare che fosse così; per lui e per tutta la gente di quel mondo, c’era solo il bene che si contrappone al male. C’era il voler bene, non c’era l’amore. E voler “toccare”, “annusare”, “penetrare” un sentimento, era peccato e basta. L’amore stesso, come rapporto tra uomo e donna, era percepito intrinsecamente peccaminoso.
L’amore dunque, che arriva improvviso, come un uragano inaspettato.
Siamo verso la fine degli anni Trenta e Pietro si è fidanzato.
E’ innamorato? E’ felice? Non lo sappiamo. La sua fidanzata è una ragazza ammodo, che vive in una famiglia perbene. Lui vuole bene a lei e lei vuole bene a lui; è un fidanzamento ammodo.
Si chiama Virginia ed è abbastanza carina, abbastanza fine, abbastanza intelligente. Un personaggio di cui non si può dire molto, perché non ci sarà il tempo per conoscerla più a fondo. Pietro in cuor suo, inconsciamente, ce l’ha una icona di ragazza perfetta: sua sorella.
Perché Maria è molto bella, molto fine e con una luce particolare nello sguardo, E loro due sono molto legati, molto in confidenza. Chi lo sa; forse nel suo inconscio, Pietro è innamorato di sua sorella.
Un giorno lui parte per il servizio militare, e questo è un problema, perché le caserme non sono ambienti “gentili”.
Pietro entra in contatto col mondo reale. Sente e vede cose che non aveva mai visto e sentito. La promiscuità, la volgarità, le bestemmie. Ma scopre anche, il sapore dolce dell’amicizia e della solidarietà; si trovava pur sempre immerso nel vitale spirito di corpo dell’arma degli Alpini.
Parte, torna in licenza, riparte. Baci e abbracci a ogni partenza e a ogni ritorno. Qualche lacrima, ma è ancora tutto miele che cola. La guerra non c’è ancora. Quando è a casa, Pietro racconta gli avvenimenti e le esperienze vissute. Specialmente a sua sorella Maria. Le racconta di come sono gli Italiani, i “foresti”. Le parla dei suoi pensieri più intimi e in sostanza, di come è fatto il mondo “là fuori”.
Ecco che in questa nuova situazione, mentre tutti faticano un po’ a mantenersi saldi nel “fortino” familiare, perché ci sono delle novità, delle inquietudini, delle preoccupazioni, ecco che all’improvviso appare l’amore.
Ma un amore “diverso”, che nessuno ha mai conosciuto in quella famiglia. Un amore che si pensava esistesse solo nelle favole, o nei film di Hollywood.
Un amore fatto di “cose” diverse; poesie, lettere, concetti cui nessuno aveva mai nemmeno pensato.
Sogni e torpore delle membra; lacrime, ma lacrime anche queste, “diverse”.
E tutto il mondo che cambia improvvisamente, e assume un altro colore, un altro sapore.
Questo amore, spropositato, travolge la giovane Maria e la colloca immediatamente ancora più lontana dalla realtà. Potremmo dire anche fuori dalla famiglia e dalla sua “bolla” protettrice. Solo che quell’amore per Maria diventa subito un’altra bolla, ancora più ermetica se possibile, ancora più opaca; è simile a una nebbia fitta che nasconde ogni cosa.
Prima di entrare in questa “storia nella storia” però, accentriamo l’attenzione per così dire, su un’altra questione. Appare l’amore, come racconterò tra poco, ma contemporaneamente, a poca distanza da dove si svolgeranno questi eventi, c’è già un’altra cosa totalmente sconosciuta a quella famiglia: l’odio.
In una famiglia che vive anch’essa a Ca d’Elia, a poca distanza da loro, l’odio ha preso forma. E ha le sembianze di una ragazza che ha la medesima età di Maria.
Si tratta di una famiglia normale, lui si chiama Gaetano e lei Rosetta. Hanno due figlie, di cui una ancora molto piccola. La primogenita, che si chiama Delia, è una persona particolare, decisamente fuori dalle righe. Non si sa perché, non c’è nessun motivo evidente, ma lei, Delia, cresce con una inspiegabile inclinazione al rancore. Verso tutto e verso tutti. Si potrebbe semplicemente dire che è “cattiva” e basta.
In realtà c’è sempre un motivo per ogni cosa, ma nel caso di Delia e di quel suo carattere così duro e spietato, ormai è impossibile individuarlo, a distanza di così tanti anni. Eppure, come ho detto, la sua è una famiglia normale, Gaetano e Rosetta, i genitori, sono brave persone. Molto semplici, poverissime ma anche loro inserite nel contesto di quella generale povertà che sembrava non pesare molto.
Delia invece, ormai giunta alla maturità di giovane donna, è fatta così.
Ề rancorosa, sempre arrabbiata, di cattivo umore. Non sorride mai e non conosce le parole “amore, tenerezza, perdono”.
Non ha amiche (ovviamente), né ragazzi che le facciano la corte, anche se per la verità, non sarebbe brutta di aspetto.
Sua sorella più piccola si chiama Carla ed è ancora una bambina, sul finire degli anni Trenta. Carla non sarebbe come lei di, ma purtroppo cercherà fin da subito di somigliarle in tutto e per tutto. Io lo so, perché l’ho conosciuta bene: Carla era mia madre.
Immagino non sia raro che una sorella minore cerchi di emulare quella maggiore, ma riponiamo su di una mensola immaginaria, per ora, questa “scatola” con la famiglia di Gaetano e Rosetta e le loro due figlie.
E immaginiamo pure di sentir giungere da quella scatola ogni tanto un brontolio, come di un temporale lontano.
Capitolo 4 L’amore di Maria
A Ca D’Elia negli anni Trenta nessuno possedeva un‘automobile, ma capitava che qualcuna passasse ogni tanto, per la strada principale del paese. O che transitasse qualche grosso camion sbuffante e rumoroso diretto chissà dove. Era pur sempre la statale che congiungeva Padova a Bologna, e più in là gli Appennini e l’Italia intera.
Il progresso avanzava comunque, col vento impetuoso di efficienza e modernità del fascismo, e ben presto cominciarono a girare delle automobili con sopra delle facce note. Erano facce appartenenti alle famiglie più facoltose, le famiglie i cui figli studiavano a Padova o addirittura a Milano.
Una sera d’autunno, quando le giornate già si erano accorciate e faceva buio presto, una macchina attraversò il paese procedendo lentamente. Oltrepassò la piazza scarsamente illuminata da qualche sparuto lampione dalla luce giallognola, e si immerse nel buio della campagna. Sopra c’era il signor Crosare, il noto avvocato, che si diceva avesse uno studio a Padova.
Al suo fianco, alla guida del mezzo, c’era il giovane figlio Marcello, un ragazzo praticamente sconosciuto in paese, perché dopo le elementari aveva sempre frequentato scuole di città. Si diceva che frequentasse l’università a Venezia, e che sua sorella invece, dopo essere stata a Bologna per anni, ora, terminati gli studi fosse ora tornata a casa. E, si diceva anche, che di li a poco si sarebbe certamente sposata con qualche facoltoso “foresto”.
Marcello per la verità era appena tornato da Roma, dove frequentava il Corso Sottufficiali e infatti indossava la divisa dell’Esercito Italiano quella sera. Suo padre, che era andato a prenderlo alla stazione, gli aveva lasciato guidare la macchina nuova per tornare a casa. I Crosare vivevano in una grande villa signorile al limitare del paese, circondata da un grande parco delimitato da un alto muro di sassi.
Superata la piazza, l’illuminazione era quasi assente e i fari della grossa macchina fendevano il buio, illuminando per un attimo al suo passaggio le porte e i muri scrostati delle ultime case del paese. Oggetti a volte indistinguibili e sporadiche persone, apparivano dal nulla per due secondi, immobili ai bordi della strada, come ipnotizzate dalla luce abbagliante dei fanali. Un gatto attraversò furtivo il fascio di luce e ogni tanto, simili a visioni fugaci di spettri notturni, appariva il nero saettare di qualche pipistrello.
Arrivati al cancello, Marcello svoltò con sicurezza, forse un po’ troppo veloce per la natura scrupolosa del suo più attempato passeggero.
Il cono luminoso dei fanali illuminò per un attimo tre figure di donne che, intimorite dalla grande macchina, si erano quasi appiattite contro il muro nei pressi del cancello.
Fu solo una frazione di secondo, quasi una apparizione, agli occhi di Marcello. Aveva visto davvero un abito bianco, angelico, sovrannaturale? Un lampo fugace, una nuvola vaporosa di capelli chiari, come una corolla, una cornice attorno a un viso ovale, bianco, poi due occhi schivi che guardavano in basso. E da quel momento per lui, il mondo non fu più quello di prima. Improvvisamente dimenticò di essere finalmente a casa. Era sceso dalla macchina e non sentiva le voci che lo chiamavano e le braccia che lo stringevano. Guardava incredulo l’oscurità oltre il cancello, evocando l’effimera visione di poco prima.
Si riebbe subito in realtà, e rispose agli abbracci e alle domande dei familiari. E mentre entrava in casa stretto tra le braccia della madre e della sorella, si voltò ancora due volte a scrutare il buio del cancello.
Non ci volle molto, a Marcello, per scoprire chi fossero le persone intraviste nel buio e, soprattutto, chi era quella misteriosa ragazza. Il giorno seguente era domenica e alla Messa domenicale, si sa, c’era tutto il paese.
Maria indossava lo stesso vestito, ma Marcello non la riconobbe certo per quel dettaglio. Ai suoi occhi quella creatura brillava di luce propria e il suo sguardo ipnotizzato, non si allontanò dal profilo di quel viso e dagli splendidi capelli color del miele che lo incorniciavano.
Combinazione, il fratello di lei, Pietro, era stato suo compagno di classe alle elementari. Così per Marcello fu facile poi incontrarlo “casualmente” sul sagrato della chiesa, dove abitualmente molta gente si attardava a chiacchierare dopo la Messa.
Sorrisi, strette di mano e pacche sulle spalle.
«Come va? Dove sei di leva? Ti trovi bene? Speriamo non scoppi la guerra.» E poi, dopo un tempo prudentemente conveniente, ecco che due paia d’occhi s’incontrano per la prima volta in questa storia. Quelli di Marcello, vividi, profondi, gentili, e quelli timidi e schivi di Maria, che subito viene colta da una misteriosa e violenta vertigine.
Pietro si accorge dell’imbarazzo della sorella e sorride sardonicamente.
«Ehi Marcello, ti ricordi della mia sorellina Maria?»
Ecco: due mani si stringono, si toccano. E il fluido “magico” di un sentimento puro, innocente ma più ardente del fuoco, si sprigiona immediatamente.
La domenica successiva, Marcello doveva ripartire per Roma, ma fece in modo di rivedere Maria, sempre col pretesto di scambiare quattro chiacchiere col suo amico Pietro dopo la Messa. Maria non parlava quasi mai, se non per pronunciare qualche monosillabo: si, no, non so.
Perlopiù stava in silenzio con lo sguardo basso, quasi cercasse qualcosa per terra. Ma dentro di lei pulsava una emozione incontrollabile. E, forse, Marcello ebbe il sentore o la speranza, che non fosse solo timidezza.
« Tu quando riparti?»
«Oggi. Anzi, tra mezz’ora. Se non perdo il treno» Disse Marcello guardando l’orologio al polso. E in quel preciso momento, notò che Maria staccò lo sguardo dal terreno e lo guardò, anche se per un solo istante.
Quel singolo istante occupò il pensiero di Marcello per tutto il giorno, mentre guardava distrattamente dal finestrino del treno i chilometri che si accumulavano, uno dopo l’altro, tra lui e... una specie di miraggio.
Quello sguardo fugace, pur così rapido, gli diceva delle cose ora, nella sua mente. Ma non avrebbe saputo dire cosa. Di sicuro era stato una sorta di impulso, un gesto incontrollato e non volontario. Voleva dire che a lei dispiaceva aver sentito della sua partenza? Che già considerava che la domenica dopo non si sarebbero visti e chissà poi per quanto tempo? Forse per sempre.
Forse era solo il suo modo di salutare e forse, chissà, per una ragazza semplice come lei, una persona che sta per andare a Roma ha qualcosa di straordinario, come una sorta di aureola. O forse, temeva Marcello, era stato il gesto suo di guardare l’orologio che aveva attirato l’attenzione di Maria; lo sapeva bene anche lui, che erano ben pochi coloro che avevano un orologio da polso a Ca d’Elia. Lui non era certo il tipo di persona a cui piaceva ostentare. E non per quella finta umiltà un po’ ipocrita tanto cara alla borghesia cattolica, ma per una innata inclinazione alla sobrietà; per lui, essere ricco più del “necessario”, in fondo era un fastidio.
Passò più di un mese prima che Marcello tornasse a casa. Era inverno ormai e il Natale si avvicinava. Aveva finito il Corso Sottufficiali e poteva trascorrere le festività a casa, prima di essere assegnato al corpo.
Poteva capitargli di essere assegnato anche molto lontano, in Albania o peggio ancora in Africa, prospettiva che prima lo aveva sempre suggestionato; ma ora…
Ora non voleva pensarci; il suo cruccio maggiore era che faceva freddo in quei giorni e sarebbe stato difficile sostare al gelo dopo la Messa.
In realtà le cose furono ancora più complicate e il freddo si rivelò il problema minore: Pietro non c’era. Era a Bolzano, in caserma, e sarebbe tornato a casa solo all’antivigilia.
Dopo la Messa Marcello si fermò fuori dalla chiesa, cercando di intrattenersi con qualcuno, ma tutti filavano via infreddoliti, salutando con la cortesia che si conviene, dopo pochi, educati convenevoli.
E alla fine la vide, Maria, non appena apparve sulla porta della chiesa. Indossava un cappotto nero e un foulard grigio. Quella ragazza aveva l’aspetto di una principessa, pensò. Forse per quel suo incedere, con quel portamento semplice ed elegante. O per il modo con cui guardava la gente, con quel suo sorriso garbato, misurato, mai eccessivo. Marcello quasi non si accorse che lei non era sola, mai a braccetto di sua madre. E subito dietro di loro, vide uscire dalla chiesa anche Primo. Pietro non c’era e questo era un problema.
Anche Maria si accorse di Marcello, e la sua espressione cambiò, divenne più tesa, i movimenti più impacciati. Poi vide che lui si avvicinava deciso e per un attimo Marcello pensò che lei volesse fuggire.
«Buon giorno signor Primo.»
«Ah, buon giorno Marcello. Come va? Ề in licenza per le feste?»
Primo lo conosceva ovviamente. Del resto in paese si conoscevano e si salutavano un po’ tutti, specialmente quando si trattava di persone così in vista. Ma anche la famiglia di Primo, pur non possedendo nemmeno una frazione dei beni di cui godeva la famiglia Crosare, era comunque una famiglia molto considerata e rispettata in paese. C’era una specie di alone di prestigio intorno a quelle persone, anche se non erano ricche. Forse per via dei modi quasi raffinati che tutti, genitori e figli, sembravano possedere.
E quando Primo parlava con qualcuno, che fosse un contadino o un conte, aveva sempre un atteggiamento molto cortese, ma senza ombra di sudditanza o superbia: da pari a pari. Era Marcello anzi quel giorno, per il rispetto imposto dalla differenza d’età, ad avere un atteggiamento di reverenza col suo interlocutore.
«Sì, sono tornato giovedì scorso. Ho finito il corso a Roma e quindi non so quando ripartirò, né dove sarò assegnato.»
«Ah!» Rispose Primo con un ampio sorriso. «Quindi ora sei un ufficiale. Dovrei darti del lei allora. Anzi del “voi, signor tenente.” ( il regime fascista aveva abolito il “lei”)
«Ma no signor Primo, ci mancherebbe!»
La giornata era davvero gelida. Adele e Marcella si tenevano strette poco più in là, e soffrivano per il freddo in modo evidente. Così Marcello, incalzato dall’esigenza di non essere la causa di un congelamento, osò.
« Le rincresce se faccio un pezzo di strada con voi?»
Primo, che non era certo sprovveduto, le cose le capiva al volo. Sorrise compiaciuto, come lo può essere un padre quando osserva un giovane educato, fare la corte con garbo alla propria figlia. Così, diede il premesso al giovane di accompagnare a casa sua figlia. Non era una cosa sconveniente e il tratto era davvero breve, appena qualche centinaio di metri.
Infatti, dopo pochi minuti erano già arrivati, e mentre Adele si accingeva ad aprire la porta di casa con la grossa chiave nera che teneva in tasca, Primo chiese a Marcello di entrare a prendere qualcosa.
Lui ringraziò ma declinò cortesemente l’invito, adducendo impegni che non aveva: non era il caso di esagerare. Quindi, si salutarono con la consueta stretta di mano. Ma poi Marcello porse la mano anche a Adele, la quale ovviamente non poté rifiutare, anche se quel gesto, poco usuale a quel tempo tra uomini e donne, le causò un leggero imbarazzo. L’imbarazzo di Adele fu poca cosa però, in confronto alla vampata di sangue rovente che arrossò le guance di Maria, che in quel momento desiderava e temeva, quello che stava per succedere.
Per un interminabile istante, sentì lo sguardo di lui diritto nei suoi occhi; simile un raggio abbagliante. Era uno sguardo educato e gentile, e tuttavia aveva qualcosa di magico, che Maria ancora non conosceva.
La mano distesa, aperta, in attesa.
« Arrivederci Maria.»
«Arrivederci Marcello»
Un filo di voce e il contatto di due mani, in quel momento inevitabilmente gelide, ma che nella breve distanza tra l’estremità del braccio e il petto, diventavano fuoco ardente. Perché nel palmo della mano di lui, c’era un oggetto estraneo che era inequivocabilmente un foglietto di carta piegato.
Si apre una specie di sentiero ora, potremmo chiamarlo “Maria e Marcello”, che sembra allontanarsi da tutto il resto. E c’è tutto il resto del mondo dell’altra parte. Gli abitanti del paese e la famiglia per ora estranea alla storia; con Delia e Carla, le figlie di Tano e Rosetta.
C’è persino una guerra mondiale, che sta arrivando e che causerà una immane tragedia. In effetti, come vedremo, a un certo punto la storia di Maria e Marcello, travolta da un uragano di eventi, acquisterà i contorni di un vago sogno imprecisato. Ma per ora, nell’inverno del 1938, una giovane e ingenua ragazza di nome Maria, scopre improvvisamente il sentimento dell’amore.
E lo scopre, l’amore, seduta da sola sul letto nella sua cameretta. Fu un gesto del tutto naturale, per via del gelo di quel giorno, che Maria riponesse rapidamente la mano in tasca dopo la stretta di mano con Marcello. Per lo stesso motivo era del tutto naturale e comprensibile anche il rossore acceso del suo viso. Quando poi in casa si tolse il cappotto, prima di riporlo nell’armadio, fu costretta per la prima volta in vita sua a un piccolo sotterfugio, per celare il foglietto mentre lo nascondeva nel suo diario.
Eh sì, Maria teneva un diario già da qualche anno: poteva non essere così?
Mentre pranzavano, con tagliatelle in brodo e bollito con la “pearà”, come avveniva ogni sacrosanta domenica praticamente in tutte le case del paese, fuori cominciò a nevicare. Poteva non essere così?
Poteva non cadere la neve a grandi, lenti e silenziosi fiocchi, quando Maria avrebbe letto quel misterioso bigliettino?
Dopo pranzo lei salì in camera sua, con una mantellina di lana sulle spalle; la casa aveva una sola stufa a legna per il riscaldamento e un grande camino, ed entrambi erano in cucina, l’unica grande stanza che occupava per intero il piano terra, escludendo una specie di tinello che era rivolto a nord, gelido come una ghiacciaia.
Maria si sedette sul letto e aprì lentamente il foglietto, mentre il cuore le pulsava nelle tempie. Di sotto, suo padre scrutava la neve dalla finestra fumando la pipa e sua madre lavorava a maglia, in un silenzio ovattato, quasi irreale ma abitudinario; il mondo si copriva di bianco candido. Ed era domenica.
Maria sapeva dell’esistenza di quella cosa chiamata amore; sapeva che a volte gli innamorati si scambiavano lettere con parole dolci e... audaci.
Oh, la sua cara e intima amica Vittoria, di qualche anno più grande di lei, gliene aveva parlato molte volte. Come quel giorno in cui nascoste in un fienile, Vittoria, le aveva addirittura letto una lettera di un suo spasimante. E Maria era rimasta allibita. Allibita e scandalizzata, non aveva mai pensato che si potessero scrivere, o anche solo pensare certe cose e certe parole.
O meglio, non immaginava che certe parole normalmente di uso comune, se messe insieme in una specie di magica alchimia, diventassero così… di fuoco. Parole come: fame, sete, desiderio. Oh, bontà Divina!
E “mani”; le mani delle persone, buon Dio! Mani che lavorano, lavano i panni, cucinano. Mani che invece ora carezzano, sfiorano, toccano. Fame di te, sete dei tuoi sguardi e poi... Santa Maria madre di Dio: le labbra!
Forse Maria pensava e temeva, che ci fossero quelle parole in quel biglietto. E magari, in qualche segretissimo angolo del suo animo, persino lo desiderava. Era troppo emozionata e confusa, per capire esattamente cosa stesse accadendo dentro di lei. Di certo intuiva che quello sarebbe stato un giorno importante per la sua vita.
Maria però sapeva anche dell’esistenza di un’altra cosa, sapeva che esisteva la poesia, e quella sorta di figura quasi mitologica che scriveva poesie: il poeta. Ma era per lei un mondo lontano, alieno. Di certo non avrebbe mai immaginato che in quel biglietto ci fosse in realtà proprio quel mondo: la poesia. E la sorpresa fu davvero grande.
La poesia era apparsa solo molto marginalmente nella sua vita; aveva conosciuto superficialmente, a scuola, i grandi poeti del passato. Pascoli, Leopardi, Dante, Petrarca. Qualche poesia l’aveva anche dovuta imparare noiosamente a memoria e tutto sommato, aveva solo intravvisto quella forma di “bellezza”, ma non l’aveva respirata abbastanza.
Ora invece, non c’era fuoco ma dolcezza, in quel foglietto di carta e in quell’inchiostro. Non c’erano labbra, o mani, o fame, o sete. C’erano cieli azzurri e fiori, c’erano le stagioni, i mari, le montagne. E la neve! Come se lui, Marcello, avesse saputo che avrebbe nevicato quel giorno; come fosse stato lui, anzi, a far nevicare.
Era una magia, un miracolo. In quel foglietto c’era un mondo intero, un mondo che Maria non aveva mai visto. Era una poesia, e l’aveva scritta e quindi pensata Marcello. Per lei. Avrebbe voluto gridare, o piangere, o entrambe le cose. Non sapeva perché, ma lo avrebbe voluto fare.
Invece, l’unica cosa che fece, fu di accostarsi alla finestra col bigliettino premuto sul petto, a guardare la neve fuori, che cadeva lenta e silenziosa sui campi.
Le lettere di Marcello riempirono ben presto un cofanetto prezioso e “segreto” nel cassetto di Maria. E ogni domenica, dopo la Messa, lei si ritirava in camera sua e si sedeva sul letto, palpitante e felice.
Poi ci fu il primo incontro, magico, loro due da soli. Una passeggiata per le vie di Padova, dove lei andava ogni giorno in autobus, a imparare il mestiere di sarta in una bottega del centro. E altri incontri poi, altro tempo passato insieme, anche durante la Messa, in mezzo alla gente, coi genitori di lei, un po’ circospetti ma tutto sommato consenzienti. E lettere, passate di mano con discrezione, ma non più clandestinamente. Maria aveva scoperto che anche lei sapeva scrivere, dopo tutto. E anche a lei ben presto, venne naturale scrivere la sua prima, timida e ingenua poesia. Forse questo, più di tutto, dava la misura della loro straordinaria sintonia d’animo. Perché l’amore può fiorire dovunque come i fiori, che non disdegnano l’acqua fresca e il letame, ma certe “miracolose” sintonie, se fossero fiori, nascerebbero solo sulle cime più inaccessibili.
Comunque, l’inverno era già finito e la primavera esplodeva piena di colori e profumi, quando finalmente ci fu il loro primo bacio. Un bacio caldo e dolce, appassionato ma contenuto. Un bacio discreto, quasi casto, quasi innocente. Una carezza, un alito di primavera precoce.
Capitolo 5 Alessandro
A questo punto della storia, signori, facciamo una fotografia. Una foto dai colori vividi, ben definita, luminosa. E saltiamo ancora una volta a piè pari, una quindicina d’anni.
Vediamoli così dunque, e così ricordiamoceli, questi ragazzi giovani e pieni di speranze, Maria e Marcello mentre si baciano.
Magari figuriamoci che lui indossa una divisa, perché era un soldato, andava e veniva. E figuriamoci anche Pietro, mentre bacia Virginia alla stazione, prima di partire anche lui. Anche lui in divisa da alpino, come segno caratteristico di quei tempi.
Fermiamo tutto questo e facciamo un salto in avanti di oltre quindici anni, andando direttamente al 1956. E precisamente al ventuno febbraio del 1956.
Quello è il giorno in cui io sono nato, il giorno in cui comincia davvero la mia storia.
Saltiamo un periodo cruciale quindi, non solo per i personaggi di quella piccola storia, ma anche per il mondo intero. Perciò potrà sembrare ovvio che ci siano delle incongruenze, per così dire, tra il mondo che vedrò io appena aperti gli occhi e quello che ci si sarebbe potuto aspettare. Ma solo così, forse, posso sperare di rendere bene l’idea di ciò che è stata la mia vita. Solo se la verità la si vedrà con i miei occhi, come l’ho vista io: gradualmente, pezzo dopo pezzo.
Tutti gli esseri umani alla nascita, a parte le normali funzioni fisiche, come respirare, nutrirsi, dormire, hanno una esigenza che li accomuna: ogni individuo, in cuor suo, desidera essere felice.
Una felicità che non è solo mangiare, bere e dormire, quella è sopravvivenza. Essere felice è un’altra cosa. Fin dalla nascita, ognuno ha bisogno anche del calore e della protezione, dell’amore della propria madre, e di tutti coloro che gli stanno intorno.
Il neonato non sa nulla del mondo, non sa che ci sono il sole, gli alberi, il mare; non sa nulla. Non sa nemmeno di essere amato, se è amato, ma lo percepisce, lo sente, se la sorte lo ha collocato nel giusto posto e nella giusta situazione. E si sa, quali e quanti danni possono essere determinati a una intera esistenza, se nel periodo cruciale dell’infanzia, vengono a mancare questi fondamentali elementi: l’amore, la calma, la tranquillità.
Ora, è possibile che io abbia una “visione” leggermente distorta riguardo ad alcuni dettagli, non lo nego, ma credo di poter affermare senza nessun dubbio, dopo cinquant’anni di riflessioni e di “indagini”, che quando sono nato, quando sono venuto al mondo, questa è la realtà che ho trovato: assenza di tranquillità e soprattutto, assenza di amore.
Da quando ho memoria, ricordo una tensione permanente nell’ambiente che mi circondava. Un po’ come, immagino, capita a chi nasce in un teatro di guerra o di carestia. Tutti i ricordi che ho, riguardo alla mia infanzia, sono intrisi da una sensazione di generale sofferenza.
Poi i bambini, si sa, per fortuna hanno quella straordinaria capacità di giocare anche tra le macerie e di ritagliarsi dei piccoli frammenti di gioia, anche dove di gioia ce n’è poca.
Ecco, una metafora casuale che sento calzare a pennello a riguardo: giocavo tra le macerie. E nel mio istinto primordiale, come in quello di tutti, c’era solo l’esigenza di essere felice, in qualche modo. In qualsiasi modo.
Il 21 febbraio 1956 venni al mondo dunque. E ho ben poco da dire ovviamente, di quei primi mesi o anni, dove il ricordo delle esperienze personali non può giungere. Si può dire che fu un inverno molto freddo, uno dei più freddi a memoria d’ uomo; e poco altro ancora. Ero il primogenito di due che si erano sposati da meno di un anno, e questi due erano Pietro e Carla.
Eh sì, ero figlio di Pietro e Carla. Quella Carla, figlia di Tano e Rosetta e sorella di Delia. Appartenente quindi a quella famiglia che sembrava così estranea alle vicende di Pietro.
Che ciò fosse per certi versi incomprensibile, in fondo lo percepivo già allora, ma fin da subito la mia attenzione era rivolta più a cercare di capire ciò che c’era dentro di me, più che a quel che vedevo fuori. In un certo senso mi sentivo istintivamente estraneo, al mondo in cui ero piombato.
Le cose più lontane che ricordo della mia vita sono per lo più immagini, flash, una specie di collage di vecchie fotografie ingiallite. Il mondo, la natura, le situazioni, ogni cosa mi appariva nonostante tutto “normale” e ogni cosa io la accettavo come tale. Tuttavia, ricordo inspiegabili pianti, lacrime immotivate, come se dei fantasmi o delle forze invisibili inducessero in me una disperazione oscura. Ero emotivo, sensibile, vulnerabile: una diagnosi e un marchio che mi sono stati affibbiati fin da subito e di cui, inevitabilmente io stesso col tempo mi sono convinto.
E ciò che mi è stato riferito di me, di com’ero da bambino nei primissimi anni, collima perfettamente con quel poco che ricordo della mia prima infanzia. Non mi sembrava tutto brutto, intendiamoci, il mondo, anzi spesso piangevo per l’emozione che mi dava vedere delle cose belle. E avevo, prima ancora di imparare a camminare e a parlare, la capacità (o la debolezza) di contemplare le cose, invece di guardarle con un naturale distacco.
Il contemplare troppo, evidentemente lo percepivo come un mio difetto. Come lo è ogni eccesso. La parola “troppo” questo esprime: non va bene. Eppure, questo mio difetto di essere troppo sensibile e troppo emotivo mi dava pur sempre dei piaceri quasi sovrumani.
Quando ero triste, lo ero “troppo”, ma quando ero felice, lo ero in modo così intenso da sentirmi quasi scoppiare. Ricordo di essere che ero felice oltre ogni misura, oltre ogni dire, nel vedere, nel contemplare scene di vita apparentemente normali. Lo so, può sembrare banale, persino retorico, eppure, anche se nessuno mi aveva indotto o indottrinato in qualche modo, guardavo spesso il sole al tramonto e respiravo i profumi dell’aria, ascoltavo il canto degli uccelli, i suoni e i rumori. Contemplavo tutto con una attenzione vigile, quasi maniacale. Come avessi voluto trattenere ogni cosa, mentre dentro di me, ogni volta palpitava una emozione indicibile. E quelle “strane” emozioni inducevano spesso in me un pianto che non riuscivo a soffocare.
In pratica, se non piangevo continuamente era solo perché in qualche modo sentivo l’obbligo di “nascondermi”. Dovevo farlo, perché non fosse “visibile” agli altri, a tutti gli altri, quel qualcosa che c’era dentro di me di diverso. Sentivo l’esigenza di nascondere ciò che ero, perché ero io il primo a non sapere chi ero.
Devo dire però, che la maggior parte delle volte piangevo per le cose molto reali che frequentemente mi capitavano.
Quando un bambino si fa male, la sua naturale reazione è quella di piangere. E quando un bambino viene picchiato, la stessa cosa. Mia madre, ahimè, mi picchiava spesso, e spessissimo mi redarguiva e mi sgridava con toni e parole decisamente esagerati.
Mi ci è voluta una vita per accettare questa cosa e per poterla raccontare così, nuda e cruda, senza eufemismi forzati; ma anche, ormai, senza alcun residuo rancore. Mi picchiava molto più di quanto meritassi, perché nella condotta pratica, almeno in quello, io ero un bambino normale. Non ero insomma quel che si dice: un discolaccio. E soprattutto mi insultava a volte con una ferocia che mi faceva molto più male delle botte.
Non era un mostro, intendiamoci; col senno di poi il quadro psicologico di mia madre sarebbe facile da tracciare ora. Era una ragazza di ventitré anni, nata e cresciuta in un ambiente di povertà economica e intellettuale. Ed è facile immaginare che anche lei avesse a quel tempo, dei sogni di gioventù, tanto più in quel periodo storico del primo Dopo-Guerra, quando sembrava che il boom economico avrebbe spazzato via ogni miseria. Anche lei sognava il principe azzurro. E probabilmente...anzi sicuramente, perché me lo disse molti anni dopo, credeva anche di averlo trovato, nella figura di mio padre. Lui, con quel portamento così nobile, quell’eleganza da signore. Ma di “schei”, mi disse, non ce n’erano.
Non fu certo una passeggiata per quella ragazza di ventitré anni, partorire il suo primo figlio, dato che pesavo quasi cinque chili. E per di più, non ero neanche di aspetto, bello da vedere. Il contrario di mio fratello Giacomo, che nacque due anni dopo, bello come un angioletto biondo e, leggero.
Capitolo 6 Parenti e amici
Sono venuto al mondo nella vecchia casa dove era nato anche mio padre e dove ha vissuto in pratica tutta la sua vita. Sua sorella invece, zia Maria, viveva con la nonna Adele in una bellissima villetta vicina a casa nostra, con molte stanze e un fantastico giardino. Zia Maria, era sposata con lo zio Giuliano e avevano due figli.
Maria era sposata con Giuliano! E chi è? Vi chiederete.
Pazienza, tutto a suo tempo; per ora consideriamo che così era il mondo che vedevo io.
Andavo spesso a trovare zia Maria e nonna Adele, quando fui un po’ più grandicello. In quella casa trovavo sempre una piacevole atmosfera quasi ovattata di pace e serenità. Ero attratto dal the coi biscotti e dalle caramelle, certo, ma assumevo anche piccole dosi d’amore. La zia mi voleva bene e me lo faceva capire, me lo dimostrava con carezze e parole gentili. E poi c’era nonna Adele, che mi dava sempre qualche soldino. Nonno Primo era morto prima che io nascessi e non l’ho mai conosciuto.
Era evidente fin dai primi tempi, una sorta di sintonia tra me e mia zia; al contrario di mio fratello Giacomo, che non ebbe mai in simpatia per quella zia così buona e gentile. «Poca fatica, sono ricchi!» Diceva.
Lui frequentava meno la casa di zia Maria, e senza molta convinzione, quasi forzatamente. Non fosse stato per le mancette che anche lui riceveva, immagino che avrebbe diradato al minimo indispensabile quelle visite, per lui così fastidiose.
Giacomo, fin da piccolo era piuttosto rude e poco incline a ricevere carezze e “smancerie da femminucce”. Ricordo che, in seguito, sviluppò un profondo disprezzo, quasi rancoroso, anche per i nostri cugini di quella famiglia.
Li giudicava ipocriti, finti, e per lui la “bontà” era una cosa sempre falsa, una cosa da ricchi. Era inevitabile, notare la somiglianza di carattere tra mio fratello Giacomo e zia Delia.
Comunque, questa era la vita così come mi appariva, e come la respiravo. Vivevo in una casa vecchia, povera, senza riscaldamento e senza servizi igienici. Ma c’era un ampio cortile fuori, bello come un parco divertimenti. E avevo una mezza dozzina di amici. Era una specie di piccolo universo isolato, una specie di paradiso, imperfetto, ma un paradiso, nonostante tutto!
La povertà non era un problema; eravamo tutti ugualmente poveri, e non c’era nessuna differenza tra di noi. Le comodità poi, quando non si conoscono, nemmeno ci si può rammaricare che manchino.
Così, in fondo tutto era bello e niente era banale, scontato: il calore del fuoco nel camino, lo sguardo che si perde nella danza della fiamma. La canna fumaria era un antro misterioso, nero, magico; da lì scendeva Santa Lucia la notte del tredici dicembre. Ed era palpabile, allora, quel senso di protezione che può dare una casa quando hai la puerile sensazione che fuori ci siano lupi e orchi, quando sentivo l’ululato del vento provenire dall’oscurità fuligginosa del camino.
E poi c’era la neve, col suo silenzio irreale, senza nessuna pubblicità gracidante proveniente da qualche televisore sempre acceso. Non c’era il rombo ovattato di qualche tangenziale lontana, o di qualche macchinario in funzione nelle vicinanze.
Le estati erano piene di colori, di luce e di suoni. Ricordo il canto dei grilli, nelle lunghe notti d’estate, e Il cielo notturno era incredibilmente limpido. Le stelle, a migliaia, brillavano come diamanti. E c’era un parco giochi sconfinato, ogni giorno, appena fuori dalla porta.
Mio fratello Giacomo era nato curiosamente lo stesso giorno in cui ero nato io, il 21 di febbraio di due anni dopo. Altri quattro anni più tardi, arrivò Cristiano, il terzogenito.
E’ buffo come i ricordi della mia infanzia sembrino incasellarsi e dividersi in lustri, nella mia memoria. E come ogni lustro abbia acquisito una dimensione molto più vasta, apparentemente più lunga di quel che è in realtà. Come se ogni “capitolo” della mia infanzia fosse durato una eternità.
Ahimè, da un certo punto in poi invece, forse dopo i quarant’anni, o già dopo i trenta, è avvenuto esattamente il contrario e i decenni che passano sembrano cortissimi.
Molti ricordi, anche se non so collocarli con precisione ognuno nell’anno esatto, si sono impressi nella mia mente in modo indelebile, come isole solitarie in mezzo a un oceano di altri ricordi confusi. Quelli erano i momenti in cui è accaduto qualcosa intorno a me che ha determinato un effetto dentro di me. L’esplosione di una emozione, o l’espandersi incontrollato di una sensazione; quasi sempre a livello inconscio e senza una spiegazione logica. Attimi in cui tutto mi sembrava meraviglioso; oppure atrocemente crudele. A volte, le due cose insieme.
Certe mattine d’inverno mi alzavo molto presto.
Quante volte è accaduto? Tre? Dieci volte? Oppure è capitato una volta soltanto?
E poi, perché ricordo solo che c’era nebbia e freddo?
Questo è uno di quei ricordi che si sono sedimentati in una matassa ingarbugliata di momenti. Giorni passati, o mesi, oppure soltanto ore. Un tempo che sarebbe sicuramente svanito, se non fosse appunto per quei momenti “speciali”.
Attimi, emozioni intime che non avrei mai potuto raccontare, finché non avessi avuto un giorno la conoscenza delle parole appropriate e la capacità di metterle insieme. E il coraggio di farlo.
Forse mi sono alzato presto qualche volta anche d’estate e forse l’ho fatto molte volte. Ma ciò che s’è impresso nella mia mente è che mi sono alzato presto, una mattina d’inverno.
Fuori faceva molto freddo, c’era una fitta nebbia ed era ancora buio. Mia madre m’aveva svegliato e io mi sono alzato in silenzio, senza protestare. Mi sono vestito e, senza colazione sono uscito da solo, nell’oscurità di quella mattina spettrale. Camminavo nella nebbia con le mani in tasca, e nel gelido silenzio della strada deserta, sentivo solo il rumore dei miei passi, mentre tutto il paese era ancora addormentato.
I miei fratelli, i compagni di scuola e tutta la gente del paese, dormiva ancora. Persino mio padre, il cavaliere impavido, era ancora sotto le coperte. Lui, con le sue grandi mani, coi suoi baffi come quelli di Clark Gable.
Io invece ero per strada, al buio e nella nebbia.
Ero vestito pesantemente: un berretto di lana in testa e una sciarpa ruvida sul naso che lasciava liberi soltanto gli occhi.
Sentivo l’aria calda del respiro salire annebbiandomi un po’ la vista, come se gli occhi fossero delle finestre da cui guardavo il mondo. Mi sembrava d’essere un eroe invincibile, nella mia armatura, come un cavaliere nella notte.
Camminavo spedito guardando i piedi, che si alternavano oltre il bordo del cappotto. E quando passavo sotto alle rare lampadine che illuminavano fiocamente la strada, guardando per terra vedevo la mia ombra che appariva sotto di me e si allungava a ogni passo fino a dissolversi lentamente; per poi tornare ad apparire di nuovo, rigenerata da un altro lampione. Che poi, non erano nemmeno dei veri lampioni quelle flebili fonti luminose, ma semplici lampadine non dissimili da quelle delle case, avvitate sotto a dei piatti di metallo smaltato fissati a una parete o sospesi a un filo che attraversava la strada.
Ricordo soprattutto il silenzio, quel silenzio totale, assoluto. Perché non c’era un’automobile in circolazione per un raggio di decine di chilometri; l’autostrada Padova Bologna ancora non esisteva e non c’era nessun dispositivo ronzante in nessuna casa. Nessuna voce ovattata di qualche telegiornale del mattino, nessuna pubblicità, nessuna musica. Mi piace immaginare d’aver udito qualche volta il latrare lontano di un cane insonne, ma credo che anche i cani, guardiani fedeli di quelle povere case, dormissero rannicchiati nelle loro cucce.
Questo “epico” viaggio in verità non era più lungo di tre o quattrocento metri in tutto, la distanza che separava casa mia dalla chiesa del paese, ma per me era comunque un’avventura straordinaria.
Poi mi introducevo, attraverso un cancello arrugginito, nel cortile dell’asilo, ed entravo nella chiesa passando da una porta laterale.
Attraversavo la grande navata deserta e semibuia, camminando in punta di piedi, per non oltraggiare il silenzio di quel luogo sacro, mistico e santo.
Al centro mi fermavo per una doverosa genuflessione e per un attimo guardavo l’altare illuminato dalla luce tremula di una gran quantità di candele accese. Quelle decine e decine di fiammelle sempre accese, giorno e notte, mi davano in qualche modo la misura e il senso di quel luogo. E mi sentivo osservato dal sovrumano occhio di un Dio della cui esistenza certamente non avrei mai dubitato.
C’era sempre un penetrante odore d’incenso in quella chiesa, che si mescolava con quello del legno ammuffito delle panche e degli arredi e col profumo dei fiori che non mancavano mai.
Le pareti erano decorate da grandi affreschi raffiguranti vari passi del Vangelo; in uno di essi un Cristo gigantesco, nella sua tunica bianca e rossa, sembrava ammonirmi con la mano destra alzata, indicando con la sinistra il suo santo cuore raggiato che fuoriusciva dal petto.
Entravo nella canonica trafelato e silenzioso. E anche lì venivo accolto da una atmosfera mistica: c’erano almeno una decina di bambini, tutti indaffarati a cambiarsi nel più rigoroso silenzio. Si sentivano solo il fruscio dei tessuti che strusciavano, qualche sommesso bisbiglio, uno sparuto colpo di tosse.
Via i cappotti, via le sciarpe e i berretti di lana, ogni chierichetto indossava una tunica bianca e nera; mentre i cantorini l’avevano bianca con due strisce rosse verticali. Io ero un cantorino.
Come fu o come non fu, ricordo un vecchio maestro di musica che con la sua immancabile cravatta e il panciotto, una domenica, al catechismo ci aveva invitati tutti, a turno, a provare una scala di note con la voce. Do, re, mi, fa, sol, la, sì...
Ricordo la mia sorpresa quando l’anziano musicista aveva decretato che io potevo, o per meglio dire “dovevo”, cantare alla Messa.
Ricordo un mio blando tentativo d’evitare quel compito, perché mi vergognavo e ne avevo timore. Tra i cantorini c’erano bambini di età diverse e ahimè, io ero il più piccolo.
Ma poi alla fine non mi dispiacque quella strana esperienza, che anzi mi procurava una sottile e intima soddisfazione.
Alla Messa della domenica si entrava tutti in pompa magna, sbucando da dietro l’altare. Due cortei di angioletti vestiti di bianco e di rosso, dietro alla imponente e severa figura del sacerdote. Accolti dalla musica poderosa del grande organo. Ci sistemavamo su delle panche in legno intagliato artisticamente, a lato dell’altare e subito si cantava. Si cantava a squarciagola, in latino. E la chiesa, sempre stracolma la domenica mattina, sembrava risplendere di quei suoni e di quelle voci; sembrava respirare, come una cosa viva.
E poi c’erano quelle “Messe prime” infrasettimanali, di mattino molto presto. Erano le sei o le sei e mezza, e le persone sull’altare erano di gran lunga più numerose di quelle in platea. Ma era bello lo stesso; era bello cantare in latino, in piena luce e rivolti a una imprecisata pattuglia di vecchie col velo nero, sparse qua e là nella penombra della chiesa, come fantasmi indistinti tra le panche di legno ammuffito.
Capitolo7 Fortunato
«Bellamoli Giovanni: presente.»
«Cagliaro Luca: presente.»
«Chiodi Carlo: presente.»
«Bellini Fortunato...»
Quando la maestra chiamò il mio nome, io non risposi.
E apparve concretamente il primo vero inciampo della mia vita.
Non è buona cosa che un bambino si senta diverso da tutti. Perché tutti si girano a guardarti. Qualcuno sogghigna perfidamente e tu vorresti sprofondare, sparire, diventare invisibile.
«Ma non sei tu Bellini?»
«Si, ma io mi chiamo Alessandro.»
«Ma qui c’è scritto Fortunato.»
«Non voglio chiamarmi Fortunato! Voglio chiamarmi Alessandro. Mi chiamo Alessandro.»
E piangevo a casa, quando tornai con questa “novità”.
Mia madre, che non si preoccupava certo di consolarmi, dava invece corso a una sorta di risentimento suo personale, che io non capivo bene, ma che percepivo chiaramente con sgomento, perché non mi dava possibilità di controbattere. Non era colpa sua, diceva. Lei voleva darmi come nome Alessandro, ma mio padre aveva voluto chiamarmi Fortunato, per motivi vaghi e incomprensibili che si riferivano a un passato per me lontano e a un nonno morto poco prima che io nascessi.
Quando mia madre parlava di mio padre e della di lui famiglia, avvertivo nel tono della sua voce un astio inquietante. Era come se fossero “nemici”, tutti. Ma d’altro canto lei usava quel tono quasi sempre, anche parlando di altre persone. Quindi pensavo che fosse solo una mia impressione, evidentemente sbagliata. Non potevo credere che mia madre avesse tutti quei nemici.
E non potevo arrabbiarmi nemmeno con mio padre, lui era il mio idolo. Lui era bello, alto, buono e gentile. Mi convinsi subito che il mio nome non poteva essere colpa sua. Era colpa della famiglia, perciò, e di quel nonno che non c’era più. L’idea che il nonno di fatto non c’era quando sono nato e non poteva perciò essere colpa sua, mi sfiorava appena, ma io la scacciavo. Forse, pensavo, fu una sua (maledetta) volontà, una specie di testamento.
Come pure non volevo vedere che mio padre, così buono e così gentile, in realtà non c’era mai vicino a me, con me. Era sempre al lavoro o alle gare di briscola. Lo vedevo solo per pochi minuti la sera, quando tornava per la cena. E mi coccolava sì amorevolmente, ma per momenti sempre troppo brevi. E Dio solo sa quanto soffrissi per questa sua assenza perenne.
Non mi abituai mai al nome che portavo, e alle molte altre cose che misteriosamente mi dolevano nel profondo.
Vorrei ricordarmi ora l’esatto evolversi degli eventi di quegli anni, vorrei saper mettere in ordine i ricordi e collocarli nella sequenza dell’età che avevo di volta in volta. Perché so che in quegli anni c’è come una fenomenale concentrazione di derivazioni nervose, una centralina, un “big-bang” da cui tutto è nato. Ma non lo posso fare, perché ora è tutto così sfumato, sbiadito. Anche se certe “immagini” rimangono come frammenti lucenti, luminose come fari nella notte.
Gli anni che vanno dal 62, con il “clamoroso” primo giorno di scuola e la scoperta del nome, fino al 66, sono gli anni che vorrei ricordare di più e meglio; dopo, iniziarono gli anni che invece vorrei tanto dimenticare.
Sono cinque anni in cui, nonostante mia madre, riuscivo a sprazzi a essere “quasi” felice. E questa “quasi” felicità ha la forma di certi ricordi vivissimi. Sono immagini e suoni, odori e profumi. E sensazioni corporee, come il caldo, il freddo, il sonno e la fame. Una fame elementare, si badi bene, di cose semplici, come il pane, il latte appena munto. E l’acqua di sorgente.
C’era una sorgente, nel palcoscenico della mia infanzia. E bere col palmo della mano l’acqua ghiacciata che esce dalla terra è una esperienza fenomenale. Ora lo so, ma allora no. Non era come l’acqua del rubinetto, o l’acqua che si beve in un bar, era l’abbeverata di un esploratore intrepido, nel folto di una foresta esotica e impenetrabile. Mi rimane ancora adesso, il “sapore” in bocca di quel ricordo. Quel senso di avventura insieme agli amici d’infanzia, quando ci capitava di passare dalla sorgente nelle nostre esplorazioni. Rivedo ancora i bagliori del sole tra il folto delle foglie, e sento l’acqua gocciolare, fresca, dalla bocca bagnata. E quel liquido, cristallino e gelato, scendeva nella gola come un elisir di eterna giovinezza.
Poi mi guardavo attorno circospetto, come fa un esploratore. Allarmato ma impavido, per ogni rumore del bosco.
Un fruscio, un ramo spezzato, il gracidare delle rane che si interrompeva improvvisamente e poi, in quel silenzio minaccioso, l’occhio avvezzo che scorge il sinuoso e rapido strisciare di una grossa serpe. La! E tutti scattavamo determinati e coraggiosi, contro il drago, contro il selvaggio spirito dei boschi.
La coda nera, di quella visione ultraterrena, spariva lesta in un cespuglio e come per magia, il drago si dileguava, portandosi dietro il nostro sacro rispetto. L’hai scampata per questa volta drago, signore delle viscere del bosco.
Casa mia era una casa vecchissima e faceva parte di una cerchia di case, tutte ugualmente vecchie e povere, abbracciate intorno a un ampio cortile con una grande aia al centro. C’erano due stalle agli angoli opposti all’entrata, che era delimitata da un grosso cancello sempre aperto, che in tempi ancor più remoti, si suppone venisse chiuso per la notte. Di fianco al cancello, c’era la grande casa degli Allegrini, proprietari di tutto il complesso e dei campi intorno.
Di fianco all’aia, un po’ defilata, c’era una struttura in cemento con due latrine sul retro, chiuse da due porte fatiscenti e un vespasiano sul davanti. Quelli erano i “servizi” per tutte le famiglie di quel cortile, una decina in tutto.
Però, ripeto, incredibilmente nessuno sembrava soffrire quella situazione di disagio. D’inverno ci si lavava in casa, con delle tinozze di acqua riscaldata sul fuoco. E d’estate... beh, era tutto più semplice.
Nessuno aveva la macchina e nessuno aveva il televisore. Tutti o quasi, avevano la radio e comunque, l’intrattenimento per eccellenza era il cinema parrocchiale; il sabato sera per gli adulti e la domenica pomeriggio per i bambini. E io avevo la fortuna che mio padre gestiva (senza lucro) quel cinema, quindi, oltre a non pagare il biglietto, avevo anche il privilegio di crescere, come ebbi a dire spesso, a pane e Gary Cooper.
Quando mio padre mi teneva in braccio dopo cena, prima di uscire, mi parlava spesso del cinema americano. Mi raccontava dei grandi attori di Hollywood, John Wayne, Humphrey Bogart, Steve Mc Queen. Mi introduceva nel mondo magico degli eroi del West, e io assorbivo ogni cosa, rapito dalle immagini che prendevano forma dentro di me. Concepivo nella mia piccola testolina di bambino, le dimensioni enormi della “frontiera”, con le sue praterie sconfinate, dove nessuna siepe o rete metallica delimitava i confini angusti dei tipici campi padani. E poi c’era Zorro! L’eroe della notte, senza macchia e senza paura, col suo mantello nero e lucido.
Quando arrivava l’autunno le giornate si accorciavano e alle otto era notte. So che tu che leggi stai pensando che questa è una ovvietà e che anche adesso le giornate si accorciano con l’arrivo dell’inverno, ma pensa solo che a quel tempo non c’erano i programmi della televisione a scandire la quotidianità. Quando fuori calava l’oscurità, nelle case della gente semplice, in genere c’era la luce fioca di una sola lampadina. E ci si guardava negli occhi, ci si parlava, se non si voleva scivolare nel torpore ipnotico del tic-tac di una sveglia, o del crepitio discreto di un fuoco acceso.
A quel tempo, quando fuori era buio era notte, punto. E i bambini, dopo cena già sbadigliavano.
Tre o quattro di noi però, bambini impavidi di quel reame senza Re e senza Regine, ci eravamo costruiti con degli stracci neri, una segretissima maschera come quella di Zorro. Ognuno la teneva nascosta in casa. Io l’avevo nascosta in una fessura della cornice del camino, dove era relativamente facile prenderla di soppiatto.
L’appuntamento era alle otto in punto, dopo cena, con la scusa di un bisogno da espletare al gabinetto.
A stento riuscivamo a trovarci, nel buio totale del cortile, e dopo aver confabulato sottovoce, indossavamo la nostra maschera nera e partivamo subito per l’avventura notturna. Dovevamo fare in fretta, non c’era molto tempo. Ci arrampicavamo sul fienile, usando la grata di una finestra della stalla; ricordo il musone bonario di una vacca nella semioscurità, che ci guardava incuriosita, interrompendo per un attimo la masticazione rotatoria della sua bocca ruminante. Poi, con sommo sprezzo del pericolo, sporgendoci nel vuoto ci aggrappavamo a un palo metallico conficcato verticalmente nel muro. Quel palo, freddo e arrugginito, sosteneva i cavi elettrici che portavano la corrente a tutte le case. Toccare quei fili, significava morte certa, o così credevamo, non discostandoci molto dal vero. Oltre tutto, incoscienti com’eravamo, non pensavamo che un contatto avrebbe potuto elettrificare anche il palo di ferro.
Usando i traversini conficcati nel muro come dei pioli, raggiungevamo il tetto e con una piccola torsione salivamo sui coppi; l’emozione di quel “gesto” eroico sembrava manifestarsi nel ronzio inquietante che sentivo provenire dai fili.
E poi i tetti, un altro mondo. Con le maschere nere scorrazzavamo come gatti furtivi e silenziosi. Raggiungendo altri sconosciuti cortili e altezze inaudite. Eravamo tra le nuvole e la luna piena, la potevamo quasi toccare.
Poi, seduto sul culmine del tetto, mentre mi perdevo nel brulicare scintillante di migliaia di stelle, mi ronzava per la testa una cosa che avevo letto o forse sentito a scuola o alla radio: cento anni-luce, mille anni-luce.
«Mamma, che cos’è un anno-luce?» chiesi a mia madre, una volta rientrato in casa.
«Cosa vuoi che ne sappia io!» Rispose lei, brusca.
«Dai fila a letto: cammina!»
Ho letto decine di libri in seguito su questo argomento e lo seppi, alla fine, che cos’è un anno-luce. Finché un giorno, da grande, mi comprai il mio primo telescopio.
E con esso, ho visto cose meravigliose.
Una mattina d’estate, mentre scendevo per la colazione, dalla piccola finestrella che a metà scala dava sui campi a nord, vidi la mia gatta laggiù nel campo. Era abbastanza lontana e si distingueva appena, quella macchiolina bianca nel verde smagliante. Era seduta e sembrava osservare il campo in cerca di prede, o chissà, forse pensava anche lei a qualcosa. Forse aveva una qualche forma di pensiero. Era la mia gatta, anche se i gatti di quel tempo nessuno li “possedeva” veramente. Erano gli esseri più liberi di tutto quel mondo e, se aggradava loro, bontà loro, accettavano la nostra compagnia. Ma io comunque pensavo che fosse la mia gatta.
Casa mia di allora, era formata da un’unica grande stanza al pianterreno, anche se c’era un altro locale per la verità, ma era una specie di tinello, fresco d’estate e gelido d’inverno, dove c’era un secchiaio con l’unico rubinetto di casa e il deposito della legna nel sottoscala. Era anche la “dispensa” della mia gatta per la verità, perché c’erano anche un sacco di topi, lucertole e svariate specie di insetti.
C’era una scala di legno che portava alle due camere: una grande dove dormivano tutti, e una più piccola, che dava a nord, dove noi bambini dormivano d’estate, poiché anche quella era troppo fredda d’inverno.
Mi fermo anche ora, a metà di un’altra scala. È una scala di cemento, questa, rivestita con un costosissimo legno esotico e contenuta da una balaustra di ferro battuto. Guardo giù, il mio lussuoso salotto, e penso che uno solo dei quadri appesi alla parete, vale in denaro molto più di tutto l’arredamento che c’era in quella vecchia casa. Ma nemmeno tutti i quadri della casa attuale, valgono quanto valeva per me quella mia gatta bianca di quando ero bambino. Anche se non si poteva nemmeno dire che fosse davvero mia.
Era estate, forse quella del’65 o del’64. Dormivo nella cameretta ed essendo in vacanza dalla scuola, mi alzavo un po’ più tardi.
Mi aspettava una bella scodella di caffellatte col pane e poi, fuori con gli amici, verso chissà quale nuova fantastica avventura. Certo dovevo passare la “dogana” della mamma giù, che chissà di che umore era, ma che importa.
Scendendo la scala guardai distrattamente fuori dalla finestrella e per un attimo la mia attenzione fu attirata da una macchiolina bianca in mezzo al verde. Mi fermai e mi sedetti su uno scalino. Era giorno fatto ormai e i campi erano rigogliosi di erba e fiori. Il cielo era di un blu intenso costellato di nuvole bianchissime e l’aria, ah l’aria! Era profumata di mille fiori e... di giovinezza. La gatta laggiù, immobile, scrutava il suo regno come davanti a un quadro di Monet.
Io assaporavo quei momenti fino all’ultima goccia, ogni volta che mi capitava di coglierne uno. Mi rendevo conto di quella mia strana predisposizione d’animo, e mi domandavo da dove venisse, cosa fosse. Perché sapevo che era una cosa che mi distingueva dagli altri, dai bambini “normali”. Me lo domandavo io stesso, cosa ci facessi io lì seduto su quello scalino. Sentivo la fretta di divorare il pane inzuppato di caffellatte e di uscire poi, di corsa, nel sole di quella giornata unica, meravigliosa. Eppure, stavo lì, immobile, a osservare tutto; anche, per così dire, quello che sentivo dentro. Quella fretta, quella frenesia di vita, che tenevo a freno provando una strana ebbrezza. Forse si potrebbe dire che era come star lì a osservare un boccale di birra fresca prima di portarselo alle labbra. O come guardare un volto di donna, prima di baciarla. Ma sono andato troppo oltre.
«Mammaaa!» gridai.
«Che c’è?» Sentii la sua voce stizzita rispondermi dabbasso. Uh, pensai, è arrabbiata anche oggi.
«Apri il frigo.»
«Perché?»
«Aprilo per favore.»
Il nostro frigorifero, un lusso recente, era un vecchio modello REX, molto rumoroso quando lo si apriva, perché aveva una chiusura a molla e si doveva tirare energicamente per aprirlo. Così, vari oggetti in vetro al suo interno venivano scossi dallo scatto brusco di quella chiusura troppo rigida. Infatti, quando mia madre lo aprì, avvertii distintamente lo scatto secco della molla e il rumore di vetri tintinnanti. E intanto osservavo attentamente la mia gatta lontana, quasi in fondo al campo.
La vidi girarsi di scatto e subito partire di corsa verso casa. Aveva sentito, incredibile!
Sorrisi, meravigliandomi ancora una volta di quanto acuti siano i sensi dei gatti. E rimasi lì, a guardare quella scena: la mia gatta che correva verso casa, in una mattina splendente. Dopo un po’ lei sparì dalla vista di fianco alla casa. Fece il giro per entrare nel cortile e poco dopo, appurato che il frigorifero era chiuso, salì la scala e venne da me strusciandosi sulle mie gambe, facendo quel tipico rumore dei gatti quando sono felici.
I gatti, sono spesso felici.
Ci sono decine di momenti simili a questo nella mia infanzia. Più ci penso ora e più me ne vengono in mente. Momenti in cui io ho guardato le cose fermandomi improvvisamente, immobile come una statua di marmo.
Momenti di pura contemplazione, sempre legati a una misteriosa emozione che mi era data dal fatto di concentrarmi sulle mie sensazioni fisiche, tenendo per un po’ sotto controllo gli impulsi naturali del corpo.
Li chiamerei: “fermo-immagine”, per rendere l’idea. Perché era davvero come se schiacciassi un pulsante di pausa. Ero come un attore che improvvisamente si immobilizza sul palcoscenico, mentre la commedia, gli altri personaggi e le scene, tutto continua come se niente fosse. Oppure, potrei dire che in quei momenti era come se io fossi uscito dalla realtà e avessi collocato me stesso fuori dalla scena, a osservare.
Una sera d’estate ero seduto coi miei amici sull’orlo dell’aia. Ricordo che stava imbrunendo ed eravamo probabilmente in attesa dell’ora di cena, sazi di un’altra giornata di giochi e avventure. Anche quel giorno c’erano un clima e una atmosfera, semplicemente fatati. Un quadro dai colori tenui ma definiti; un sottofondo di profumi complessi ma basilari, come il profumo dei fiori di robinia, o quello del fieno... e quello immancabile del letame (sì, era profumo anche quello). E i suoni, che nessuno ascoltava ma che tutti sentivano (o li udivo solo io?): lo stridio delle rondini mescolato col chiacchiericcio chiassoso dei passeri, un abbaiare lontano, un rintocco di campana.
Improvvisamente apparve al cancello del cortile il mezzadro, sulla carretta trainata dal cavallo.
Ora, proviamo a cronometrare questa scena, svolgendola al rallentatore: ci sono cinque o sei bambini seduti su un muretto basso. Tutti insieme sentono nello stesso momento gli zoccoli del cavallo e, tutti, si girano nello stesso istante. Una frazione di secondo, e tutti quei cinque o sei bambini, si sono alzati di scatto e sono corsi rapidi come uno stormo di passeri verso la carretta. Tutto questo nello spazio di un attimo, una vera esplosione fulminea di entusiasmo e di gioia infantile.
Ma, cosa succede? Uno di quei bambini, che pure si era anche lui alzato di scatto, si è bloccato come colpito da una folgore. Ed è tornato a sedersi.
Non ero stato il più lento, anzi forse sono stato il primo ad alzarmi, e non so dire nemmeno ora cosa capitasse davvero dentro di me in quei momenti.
Non ero triste, o deluso; anch’io avevo avvertito l’impulso irrefrenabile di salire sul carro coi miei amici. Eppure, a volte mi fermavo e stavo lì, come paralizzato, a guardare, con un sorriso beato sulle labbra e gli occhi lucidi. Guardavo il cavallo, grande, forte, paziente e mite; con quei paraocchi di pelle nera che impedivano di vedere i suoi grandi occhi scuri. E consentivano a lui, di vedere solo davanti a sé.
E guardavo il mezzadro, così simile al cavallo nell’atteggiamento: una gamba sulla stanga e l’altra a penzoloni, la sigaretta, pendente a un lato della bocca. Anche lui guardava stancamente in avanti, come avesse avuto dei paraocchi invisibili. E anche lui, come il cavallo, non si curava di quella mezza dozzina di bambini che erano saltati sulla carretta.
Io, seduto sul muretto, guardavo loro, i miei amici che gridavano e ridevano felici, sul pianale della carretta, giocando con la difficoltà di stare diritti in equilibrio. La carretta poi arrivava in fondo al cortile, si fermava sotto il portico attiguo alla stalla e i bambini saltavano giù. Il mio sguardo allora, faceva una panoramica di quel luogo e di quel momento, passando in rassegna la fila di case, lentamente. Poi salivo su, sui tetti e più su ancora in quel cielo rosato. Ma poi tornavo giù inseguendo la picchiata fulminea di una rondine, che si infilava come un razzo tra le grate della finestra della stalla e spariva. Era incredibile che non si schiantasse contro i ferri della grata o contro qualche ostacolo appena dentro la stalla.
Mi piace pensare che in quel momento io chiudessi gli occhi inspirando profondamente col naso, e forse lo facevo davvero, chi lo sa.
Capitolo 8 Topi
Chissà, chissà se io ero “migliore”. A quel tempo, non ero certo in grado nemmeno di immaginare una simile eventualità. Mi sentivo diverso, quello sicuramente. Ma già allora mi chiedevo, non se fossi migliore ma, semplicemente “cosa” ero. Temevo che non fosse giusto, o conveniente, che la mia vita fosse quello che era e che io fossi così diverso. In qualche misura, percepivo nella mia (presunta) diversità una forma sottile di solitudine. Sospettavo che la mia particolare natura non fosse altro che un problema. Non era forse meglio se salivo sulla carretta come tutti? Non era meglio vivere come gli altri, senza porsi tante domande, senza “fotografare” ogni cosa?
Gli altri...gli altri, lo vedevo, lo capivo che erano più “distratti” di me. Vivevano con più semplicità. Certo non godevano come me, di quel particolare piacere che mi davano le mie “suggestioni”, ma nemmeno soffrivano per qualcosa che non fosse evidente, ovvio, palpabile. Era come se loro vedessero in modo più offuscato, diluito, le cose del mondo. Quelle belle, ma anche quelle brutte.
E cosa c’è di più “brutto” della morte? Anche solo la morte di un animale, un pollo a cui mia madre tirava il collo. Io poi, incauto esploratore di un mondo che ancora non conoscevo, fissavo quella testa dondolante. E pensavo che poco prima quell’essere sgambettava e, persino, mi aveva guardato.
C’era del movimento una mattina, nell’angolo in fondo al cortile. Tutti i miei amici erano là, intorno a qualcosa che non scorgevo; ed erano pervasi da una frenetica e festosa agitazione. Mi affrettati a raggiungerli, già pregustando a mia volta lo stesso entusiasmo. Ma quando li raggiunsi, il sangue mi si gelò nelle vene e l’entusiasmo si tramutò subito in una profondissima angoscia. Qualcuno aveva riempito d’acqua una tinozza e uno di quei bambini, che era il più grassottello e forse il più simpatico della compagnia, aveva in mano una gabbia con un grosso ratto dentro.
Era una trappola che suo padre aveva messo nella legnaia per la notte.
Ovviamente non era così, ma ebbi l’impressione che quel ratto mi guardasse diritto negli occhi, appena mi feci largo per vedere. Ed era uno sguardo terrorizzato. Tutti intorno ridevano eccitati per quel topo impaurito ma poi, quel mio amico “simpatico” immerse la gabbietta nella tinozza. Il topo ancor di più si agitò, mentre cercava disperatamente di trovare una via di uscita graffiando le sbarre metalliche. La sua bocca si apriva e chiudeva in cerca di aria. Fuggii via inorridito.
Nessuno ci fece caso, erano tutti presi a guardare il topo che moriva affogato, ridendo divertiti. Mentre io a stento trattenevo le lacrime.
Quell’episodio mi tormentò per mesi e ogni volta che lo ricordavo, anche dopo anni, lo stomaco mi si chiudeva. Perché oltre a domandarmi che razza di amici avevo, naturalmente fui assalito da un altro senso di colpa.
Ma che colpa avevo io? La colpa di non aver fatto o detto niente. Mille volte ho immaginato quella scena alternativa: erano tutti così distratti, che se io avessi strappato di mano la gabbietta al “Ciccio”, nessuno avrebbe reagito per qualche secondo. Così io avrei avuto tutto il tempo per aprire la gabbia e far uscire il topo. Scappa topo, scappa, scappaaaa!
Non avevo una particolare predilezione per i topi, anch’io come tutti, quando ne vedevo uno provavo la naturale repulsione indotta da millenni di convivenza conflittuale tra la loro specie e quella umana. Il topo è da sempre sinonimo di malattie e sporcizia, ma è un fatto che a quel tempo i topi in casa, erano una presenza costante e bene o male accettata. La cameretta dove io e mio fratello Giacomo dormivamo nelle notti d’estate (la stessa dove Maria leggeva le lettere di Marcello), aveva come soffitto un abbassamento di carta decorata che nascondeva le travi grezze del tetto. Era una carta verdognola con un disegno di losanghe a rombo, un abbellimento che aveva realizzato mio nonno molti anni prima.
Ci piaceva dormire in quella piccola stanza, che aveva una misteriosa atmosfera. Quasi che quei muri silenziosi, conservassero le storie misteriose degli avi che vi avevano dormito in passato.
C’era un’unica finestra che dava direttamente sui campi, un vecchio armadio occupava per intero la parete opposta e al centro della stanza, due vecchi letti di lamiera mezzo arrugginiti erano i nostri giacigli. Le reti erano così sfibrate che sembrava di dormire su di una amaca.
Fuori, nel buio fitto dei campi, c’era sempre un gran concerto di grilli e ogni tanto una civetta faceva sentire la sua voce schioccante. A parte questi suoni affascinanti, il silenzio era totale. Così a volte, quando per noi era notte fonda (e magari erano solo le dieci), capitava di sentire il motore di un’automobile quando ancora era molto lontana, sulla statale che veniva da sud. Si sentiva in lontananza il rumore aumentare di intensità gradualmente fin che quella macchina sconosciuta arrivava alla piazza del paese e poi, allontanandosi il rumore si allungava per perdersi lentamente nella sconosciuta lontananza opposta.
Spesso prima di addormentarci, cullati dal cri-cri dei grilli, scrutavamo una specie di grande televisore che ci offriva un altro spettacolo divertente. Sopra al soffitto di carta verde, non di rado camminavano dei topi, nel loro scorrazzare notturno. Sentivamo il frenetico e lieve scalpiccio delle loro zampette, e potevamo vedere distintamente le orme che producevano sulla carta distesa. Seguivamo le loro contorte traiettorie, il traffico del loro girovagare. A volte due topi provenienti da direzioni diverse s’incontravano nel centro della stanza, come se si salutassero, prima di proseguire ognuno per la propria strada.
Una sera, mi alzai dal letto in silenzio, camminando in punta dei piedi. Presi una scopa e diedi un leggero colpo davanti alla traiettoria di uno di loro, il quale si spaventò e scappò nella direzione opposta. Ma io con la scopa gli sbarrai la via di fuga con un altro colpo. Il topo...o meglio, le impronte del topo correvano in tutte le direzioni, inseguite dai colpi di scopa. Ridevamo fino alle lacrime. Finché non giunse la “mammina”, a spegnere la luce e ogni ilarità, con qualcuna delle sue paroline dolci.
Tornò il silenzio nella cameretta, il concerto dei grilli riprese, mentre mille stelle alla finestra, ridevano anche loro.
Non avevo una particolare predilezione per i topi però...però anche loro facevano parte della mia vita. Erano dei compagni di viaggio discreti e silenziosi. Sempre nell’ombra e tuttavia così spudoratamente audaci nella loro specialità: il furto del cibo.
Vidi un topo, molti anni dopo, fare una cosa strabiliante che mi lasciò di stucco. Era il tempo in cui lavoravo in fabbrica e una mattina, prima dell’orario di lavoro, dovevo svuotare il bidone dei rifiuti della mensa. Lo stavo trascinando fuori per portarlo al container, quando mi accorsi che dentro c’era un topo. Evidentemente attirato dall’odore degli avanzi di cibo della mensa, era scivolato nel bidone e non era più riuscito a uscire. Prima che decidessi cosa fare, i due grossi pastori tedeschi della ditta si avvicinarono eccitati, evidentemente avevano già fiutato da tempo la presenza di quel ratto nel bidone ma non erano riusciti a stanarlo. Per la verità stavo pensando di liberarlo lontano dalla mensa, ma con quei due cani nei paraggi non avrebbe avuto molte chances di cavarsela.
Decisi di vedere come andava e ribaltai il bidone. I due cani subito piantarono i loro musi tra i piatti di plastica e i tovaglioli di carta rovistando tutto con foga, ma non riuscivano a stanarlo. Improvvisamente, il topo sgusciò fuori di lato e partì come un razzo verso il portone della mensa. I cani lo videro con un attimo di ritardo e si lanciarono all’inseguimento. L’avevano quasi raggiunto, quando il roditore andò a infilarsi dietro il tubo di una gronda e lì rimase rannicchiato, mentre i due feroci pastori tedeschi, ringhiando piantavano il muso per ghermirlo coi loro denti. A quel punto, quel topo non aveva scampo, due tirannosauri (così dovevano sembrare a lui) lo avevano circondato, e prima o poi l’avrebbero preso per una zampa o per la coda e l’avrebbero maciullato coi loro enormi denti.
In quel momento però, entrò nel cortile un’auto e per un attimo i due cani si voltarono. Fu questione di un decimo di secondo e subito tornarono a ringhiare coi musi conficcati tra il muro e il tubo. Ma in quel decimo di secondo, il topo era uscito di lato e rapido come una saetta aveva percorso un paio di metri. Nel tempo brevissimo in cui i cani si erano distratti, aveva cambiato posizione e si era immobilizzato come un sasso. E i due “intelligentissimi” pastori tedeschi non si erano accorti che non c’era più dietro alla gronda e continuavano a ringhiare a vuoto contro la lamiera, mentre lui era due metri più in là, immobile. Fantastico! Rimasi sbalordito da quella scena. Sbalordito e ammirato. Meriti di vivere topo; sei troppo forte.
Ahimè, un operaio che aveva anche lui assistito alla scena, avvisò i cani, indicando loro dov’era la preda: «Stupidi, non vedete che è lì.» E per quel topo coraggioso e intelligente, fu la fine.
Nessuno ha mai amato i topi, ma io tutto sommato li ammiravo e provavo pena per loro. Perché il topo, più delle galline o dei conigli, era l’animale che più spesso vedevo morire.
Capitolo 9 Nascondino tra la vita e la morte
C’era poi la morte che non vedevo direttamente ma di cui sentivo parlare, la morte di cui vedevo gli effetti, come un banco di scuola vuoto. Il banco dove si sedeva una compagna di classe, che era stata investita da un’auto il giorno prima.
Inevitabilmente, ben presto la morte venne a farmi visita nel mio lettino di bambino, una notte di dicembre. Me la trovai di fronte improvvisamente, viaggiando incautamente col pensiero oltre il confine della coscienza, dove nessuno della mia età si avventurava mai.
Ero nel mio lettino e non riuscivo ad addormentarmi, perché ero pervaso da una gaia ansia per l’imminenza del giorno di Santa Lucia. Quando, se qualcuno non lo sapesse, è tradizione in molte città del Nord Italia far trovare ai bambini, al loro risveglio, dolci e giocattoli.
Ma non era quella la notte: mancava ancora un giorno. Quindi io, ansioso di addormentarmi e di far trascorrere poi la giornata seguente, incautamente andai con l’immaginazione, direttamente alla notte successiva.
Perché incautamente? Perché mi spostai in quel futuro prossimo con molta immedesimazione. Molta. Immaginai la stessa situazione: io ero ancora nello stesso letto, addirittura nella stessa posizione, rannicchiato contro la sponda. Ero io, io che vivevo quel momento. E sapevo che ancor di più sarei stato elettrizzato e non sarei riuscito a prender sonno. Ma poi, al mattino, avrei vissuto l’emozione di quel tripudio di magia colorata.
Un giocattolo, se proviene direttamente dal cielo, se è sceso dal camino, portato da mani sovrannaturali, diventa egli stesso un oggetto sovrumano.
E’ un oggetto splendente, magico, circondato da un’aureola luminosa.
Ed ero ancora io, sempre io, a vivere quei momenti. Ma un giorno doveva passare, un intero giorno.
Poi, già che c’ero, mi spinsi oltre. Avanti di un anno. Un anno e un giorno dopo, per la precisione. Ed ero ancora io, in quel lettino, rannicchiato contro la sponda. E ancora veniva Santa Lucia. E poi, saltai d’un colpo un anno ancora. Due anni sono lunghi da passare, vedevo sfilare veloci i giorni e le stagioni, e quel tempo mi appariva come una montagna sconfinata, ma ero ancora io. Sempre io. In quel lettino, o forse in un altro, magari senza più le sponde. E poi...
Poi, sapevo che a un certo punto Santa Lucia non porta più i regali quando si diventa grandi. Ed ero ancora io, in chissà quale letto. Un mattino mi sarei svegliato e sarei salito sulla mia Lambretta per andare a lavorare.
Anno dopo anno, ero sempre io, in letti sempre diversi. Il tempo era lungo: nemmeno riuscivo a concepirne la dimensione, ma sapevo che sarei stato sempre io a vivere quei momenti. Momenti che sarebbero arrivati e che io inevitabilmente avrei vissuto. E poi...poi fui vecchio. E poi...
Cominciai a piangere convulsamente, da solo, nel mio lettino con le sponde.
Immaginando il futuro, ero arrivato a vedere me stesso da adulto. E la mia vita di quel tempo lontano, ancora da venire ma che però sarebbe senz’altro arrivato. E poi, senza più freni, precipitando in una lontananza che improvvisamente vedevo sempre più vicina, mi vidi vecchio, molto vecchio. Ed eccola là, alla fine, la morte: la mia morte.
Avevo non più di sei o sette anni, quando pensavo queste cose: dormivo ancora nel lettino con le sponde. E allora piansi, da solo, sotto le coperte.
Mio padre e mia madre, sentirono e vennero a vedere se stavo male:
«Cosa c’è? Cos’hai?»
« Non voglio morire» risposi ingenuamente. E allora loro, i grandi, risero.
«Ha fatto un brutto sogno, poverino.»
Non si dovrebbe mai ridere del pianto di un bambino, mai. Né tanto meno lasciarlo da solo quando piange. Forse quella fu la prima volta in cui mi sono reso conto di essere solo. Perché non ero capito. E pensavo che nessuno avrebbe mai potuto capirmi. Quindi, forse, cominciai a pensare che le “differenze” dovevano essere eliminate, rimosse.
In seguito ho pensato spesso a questo episodio della mia infanzia e mi sono sempre posto un sacco di domande a riguardo. Una di queste era: quale sarebbe stato l’atteggiamento giusto da parte dei miei genitori? Quale risposta avrebbe potuto rasserenarmi?
La risposta a questa domanda apparve alla fine, molti anni dopo e senza tanto pensarci su. Fu quando si ripeté la medesima situazione, ma a ruoli invertiti: io ero il padre e il bambino piccolo che si era inquietato al pensiero della propria (lontana) morte era mio figlio. Ebbene risi anch’io, come mio padre quella notte.
Ma non risi di lui, di mio figlio, risi della morte stessa.
«Non morirai Lorenzo, figlio mio, non ti preoccupare.» Affermazione piuttosto impegnativa direi.
«Vedi, un giorno tu guiderai una macchina, o forse anche un camion, o un aereo addirittura, un’astronave!» Esclamai sbarrando gli occhi. (e lui già rideva e si sentiva in qualche modo confortato).
«Eppure adesso non sai guidare nemmeno un motorino!»
«No.» Ammise mio figlio Lorenzo.
«E ti preoccupa che non sai guidare un motorino?»
«Beh, no.»
«E fai bene; perché quel Lorenzo che guiderà il motorino, sarà un altro Lorenzo. E quello che un giorno guiderà una macchina, sarà un altro ancora. E quello che guiderà un’astronave e viaggerà su altri pianeti, un altro.
Sarai sempre tu, ma sarai una persona diversa, in grado di volta in volta di fare quelle cose senza difficoltà; senza paura. Non preoccuparti quindi del motorino, della macchina e, pfui! della morte. Tu devi fare solo una cosa, ora che sei bambino: essere felice.» Sgranai gli occhi e gli puntai contro l’indice: «Tu sei felice?»
«Siiii!»
Ah, come rideva! Come ridevamo insieme! Che infanzia felice ha avuto mio figlio!
Una di quelle meravigliose sere d’estate di quel tempo lontano, una sera simile a quella della carretta, noi bambini stavamo giocando a nascondino. Il teatro del gioco era il cortile, con la sola regola di non uscire oltre il cancello. Certo quel luogo era abbastanza grande e i nascondigli dove potersi nascondere erano molti, ma certo dopo aver giocato innumerevoli volte, era sempre più difficile trovare un posto nuovo dove nascondersi. Ed era anzi quella la situazione più divertente del gioco: inventarsi ogni volta qualcosa nel breve tempo della “conta”. Uno, due, tre... il bambino di turno contava a voce alta e tutti gli altri correvano in tutte le direzioni per nascondersi. Ed io, pur nella gioiosa smania di pensare velocemente, rimasi ancora una volta incantato dalla magica atmosfera di quella sera. L’aria, i profumi, i suoni... Quattro, cinque, sei... Lo stridio delle rondini, il chiacchiericcio dei passeri e il vociare vivace delle donne, che sedute in cerchio su delle seggiole, inspiegabilmente non si curavano di quell’atmosfera, né del movimento gioioso dei bambini che giocavano.
E in quel momento, ebbi un’idea geniale (non so come altro definirla) che illuminò la mia giovane mente. Tra la cerchia delle donne, una sedia era libera. Mi sedetti.
Non so come facessi a sapere quella cosa, ma la sapevo. In qualche modo lo sapevo, che quando uno cerca qualcosa di nascosto non vede ciò che è in piena vista. Vent’otto, ventinove, trenta; vengo!
Quel mio amichetto, che girava circospetto nel cortile, scrutando attentamente ogni muretto e ogni anfratto, lo vedevo con la coda dell’occhio e dovevo sforzarmi all’inverosimile per non scoppiare a ridere. Mi passò vicinissimo, a non più di due metri e proseguì oltre senza vedermi. Quasi mi dispiaceva andare alla base e lo feci comunque camminando, per un’altra idea geniale che ebbi in quel momento: che un movimento lento non attira l’attenzione di chi si aspetta solo movimenti rapidi.
«Non vale!» Protestò poi l’amico sconfitto e irriso; ah che risate!
Ed ecco che c’erano dei momenti a volte, in cui cullavo dentro di me la sensazione, o il sospetto, o la speranza, che la mia diversità potesse anche non essere per forza una debolezza. Forse, chissà, valevo qualcosa.
Comunque non potevo scivolare nell’illusoria convinzione opposta, di essere addirittura il migliore, perché in effetti non ho mai avuto l’ambizione di esserlo. Sapevo, bene o male, di essere fantasioso, probabilmente il più fantasioso tra i miei amici. Ma non necessariamente il più intelligente, né tantomeno il più forte. Era anzi quando quella mia fantasia prendeva il sopravvento su di me, quando mi capitava di sognare ad occhi aperti, che mi sentivo semmai il più debole.
E forse, anche il meno intelligente.
Capitolo 10 Povero
27 ottobre del 1966, improvvisamente, la morte arrivò davvero a casa mia. Avevo dieci anni, e quella stagione strana della mia vita, quel periodo in cui tutto era come in equilibrio tra il brutto e il bello, tra la gioia e la tristezza, tutto finì improvvisamente e per sempre.
Quel giorno, se fosse stato un giorno qualsiasi, potrei dire che ero tutto sommato un ragazzino come tanti; un po’ particolare magari, ma non c’era niente per cui la gente mi indicasse per strada. Frequentavo la quinta elementare, col mio bel grembiulino nero dal fiocco azzurro e apparentemente facevo quello che facevano tutti, vivevo come vivevano tutti. Eppure, già dal mattino successivo tutto era cambiato.
Era una sera fredda e piovosa, quella del ventisette ottobre; nell’unica grande stanza del piano terra, giocavo rumorosamente coi miei fratelli sul vecchio sofà vicino al camino. Era una lotta giocosa per la conquista di un posto sul sofà, e cadevamo, a turno, sui mattoni di cotto grezzo. Ci arrampicavamo e ricadevamo, tra risate e grida chiassose.
Avevamo da poco un televisore, vinto dal papà a una gara di briscola, e da quel televisore un uomo incravattato riferiva inascoltato, le notizie di una guerra americana lontana; nessuno sapeva bene dov’era il Vietnam.
Una pentola d’acqua borbottava sul fornello, in attesa di una pasta che non sarebbe mai arrivata. Appesa al muro, una Madonna dallo sguardo pietoso sembrava compatire quei bambini.
La grossa lambretta di papà, ancora gocciolante di pioggia, sembrava piangere consapevole di aver da poco compiuto il suo ultimo tragitto. Dalla tavola apparecchiata, l’odore della cipolla si mescolava con quello della benzina, e con quello della pioggia. Grossi topi si aggiravano furtivi come sempre nel locale attiguo, tra i meandri della catasta di legna sotto la scala.
La scala di legno portava alla camera di sopra. Una camera fredda, silenziosa.
Nella semioscurità, una piccola abatjour di stoffa oscillava ancora distesa sulle assi del pavimento, dopo essere caduta senza rumore. E sul letto, messo di traverso, papà esalava l’ultimo respiro, stringendo il lenzuolo con gli occhi fissi alle travi del soffitto.
La luce fioca e ondeggiante della lampada caduta creava ombre sinistre sulle traversine del tetto. La pioggia continuava a ticchettare sui coppi, indifferente a ciò che accadeva dentro quelle povere case.
Di sotto, la voce brusca di una donna nervosa e inzuppata, appena rientrata. Maledice la pioggia e la coda che c’era in farmacia, le pozzanghere per strada, l’aria fredda. Sgrida i bambini malamente, li insulta oltre misura. Promette le botte che ora non ha tempo di elargire, perché deve salire con le medicine appena comprate per “quello là”, che è a letto e sta poco bene.
I bambini non giocano più ora, tacciono, presagendo le botte e altre male parole che arriveranno sicuramente tra poco. Ascoltano in silenzio i passi della madre sulla scala. Le notizie da Palazzo Chigi, l’acqua che borbotta nella pentola.
I topi si nascondono intimoriti al passaggio della donna e la seguono con i loro piccoli occhietti neri.
Secondi pesanti, scivolano su quelle povere teste inconsapevoli; c’è qualcosa nell’aria, ma cosa?
La luce della lampadina in cucina, tremola un po’. La vecchia sveglia sul frigorifero scandisce spietata il tempo del non ritorno: tic, tac, tic, tac…
Due secondi ancora; gli ultimi di una vita che non sarà mai più la stessa.
Un secondo ancora e poi un grido agghiacciante. E subito un uragano di passi incombenti come il rumore della guerra che arriva, improvvisa, reale e crudele.
La donna corre giù per scala, irrompe nella stanza e la attraversa urlando, per poi sparire fuori, nella notte. Le grida di lei si perdono subito in lontananza.
Topi e bambini rimangono impietriti, in quella casa improvvisamente senza tetto. Poi i due figli più grandi per istinto seguono la madre, che chissà dove è andata, chissà perché. Chissà cosa è successo.
Il bambino più piccolo, invece rimane. Si avvicina alla porta spalancata e per un po’ guarda le gocce di pioggia precipitare, nel fascio di luce gialla della porta. E torna indietro.
Lui sale quella scala da solo, e va dal papà morto.
Rimane con lui più di mezz’ora, una eternità, stringendo quella grande mano nodosa irrigidita e fredda. Fin che qualcuno non si ricorda di lui, nel trambusto di una casa poco lontana, e lo va a prendere.
Cristiano aveva allora quattro anni e quella mezz’ora passata tenendo la mano del papà morto, anche se non ricorderà niente in seguito, sarà per lui una cicatrice che non si rimarginerà mai.
Ottima scelta! Il ventisette di ottobre; a una settimana dalla ricorrenza dei morti. Giorni di nebbia e freddo, uno scenario grigio e tetro che di più non si può. E poi, subito dopo, l’incalzare spietato di date che prima erano di festa, di tepore familiare.
Il tredici dicembre, Santa Lucia, il giorno più atteso dai bambini. E poi il Natale, le luci, gli alberi addobbati, il presepio.
Tutto finito. Tutto cambiato. Niente luci, niente regali, niente presepio, niente Capodanno. Un funerale durato tre mesi, fino alla quaresima, dopo il carnevale. Quando finalmente il mondo metteva fine alla di tortura, smettendo di far festa.
Non li ho mai contati sinceramente, né voglio farlo ora, ma so che ci sono molti momenti nella mia vita, che mi fanno dubitare che ci sia una totale casualità nello svolgersi degli eventi. Momenti in cui, se le cose fossero andate in modo, anche solo leggermente differente, sarebbe stato decisamente diverso tutto il resto della mia vita.
E allora mi domando se qualche dettaglio fosse stato diverso, cosa sarebbe cambiato. E non posso non vedere che c’è una strana, perversa concomitanza nella mia vita, per cui le cose accadono sempre quando altri fattori concorrono all’effetto.
A di là della tragedia, che tale sarebbe comunque rimasta, se mio padre fosse morto, mettiamo caso di giorno, magari al lavoro. O se fosse morto d’estate, e il giorno successivo le lacrime disperate dei figli abbandonati, fossero state riscaldate dal sole del mattino, che certo non smette di sorgere sopra le miserie del mondo, sarebbe stata una storia diversa?
Se una farfalla avesse sbattuto le ali dall’altra parte del mondo, sarebbe stata diversa la mia vita?
Non avrei questo pensiero, se questa fosse stata l’unica coincidenza nella mia vita: la perdita di mio padre, non solo nel periodo più critico della vita, alla fine dell’adolescenza; ma anche nel periodo dell’anno in cui una tragedia ha gli effetti più devastanti. Ce ne saranno altre, di coincidenze, ma stranamente solo ora le vedo. L’ultima, l’anta di una scarpiera che si guasta in un altro momento cruciale, che non ha niente di casuale.
Il giorno dopo quella tragica notte, quando mi sono svegliato in un letto non mio, il sole fuori era completamente assente. Ero stato ospitato per la notte in una delle molte camere della grande casa dei padroni, i miei fratelli, da non so quali parenti. Quindi ero solo, e mi accostai alla finestra, piangendo in silenzio, senza singhiozzi o grida. Ah, quel silenzio! E quel pianto silenzioso, poco infantile, e già molto rassegnato, come fosse morta anche una parte di me.
Il vetro era rigato di pioggia e il cortile era deserto, non sapevo che ora fosse, ma immaginavo, percepivo ogni essere vivente di quel mondo.
Era tutta una maceria, Hiroshima il giorno dopo la bomba. Avevo ancora nelle orecchie il rimbombo dell’esplosione, le grida e le voci concitate della sera prima.
Guardavo quei luoghi conosciuti, i portici in fondo, le porte sbarrate delle case, i comignoli fumanti sui tetti e l’aia, distesa come un palcoscenico senza attori e senza pubblico.
Come in un sogno di cui si ricordano solo immagini confuse, vedo poi le facce afflitte dei miei amici, che non sanno dirmi niente. E ricordo quella strana, incomprensibile e inconfessabile sensazione, come se una voce sommessa mi sussurrasse che loro, gli amici, un po’ erano contenti. Perché si può avere l’illusione di salire un ipotetico gradino a volte, quando chi ci è vicino scivola in basso. Capita, fa parte della natura umana. Capita, che dei compagni di scuola il sabato pomeriggio, rechino per “carità cristiana” dei pacchi alimentari col furgoncino della parrocchia alla famiglia povera. A quei bambini poverini, scivolati nella miseria. Capita, che un bambino di dieci anni covi dentro di sé, una miscela di sentimenti contrastanti: rabbia e disperazione, rassegnazione e un senso di ribellione, di rifiuto. E rancore, per quei ragazzi più fortunati, che ostentano ipocritamente la loro immeritata fortuna. E un rancore sordo, cupo, per una madre che non smette di essere sé stessa, neanche dopo quello che era successo. Una madre che insulta, giorno dopo giorno la memoria del papà e che sembra dolersi solamente delle proprie difficoltà economiche. La morte è arrivata così, nella mia vita: quando è morto mio padre. E una parte di me.
Ma chi era davvero quell’uomo?
Ancora oggi non posso dire di saperlo. Mio padre è uno sconosciuto per me, come pure suo padre, mio nonno. E non a caso li accomuno nel ricordo, perché pur sapendo di loro così poco, mi appaiono così uguali: due equilibristi caduti malamente.
Mio nonno perse prematuramente la vita, investito da un’automobile nella piazza del paese. Si badi bene: una delle due o tre automobili, che mediamente potevano passare per il paese nell’arco di una intera giornata, nel 1955. Una Mercedes guidata da una donna tedesca, che andava a dieci all’ora. Come sia riuscito a farsi travolgere, rimane ancor oggi un mistero.
E mio padre poi, che anche se fu un infarto a portarselo via, da giorni aveva tutti i sintomi di quello che gli stava capitando. Ed erano segnali così evidenti che mancava solo gli apparisse una scritta in fronte: ho un infarto in corso!
Due equilibristi, padre e figlio, perennemente in bilico su un dramma sempre atteso, sempre temuto e quasi, in un certo senso determinato.
Eppure ai miei occhi di bambino, mio papà era un eroe maestoso, forte e invincibile. Camminava sempre con le punte dei piedi in avanti, spesso con una mano in tasca, come fosse stato su di una passerella, o seguisse una linea invisibile per terra. E a ogni suo passo io ne dovevo fare due o tre, quando mi teneva per mano. Aveva sempre un sorrisetto furbo e uno sguardo ammiccante, con due baffetti sottili alla Clark Gable. Quindi, per me lui era sicuramente anche furbo; il più furbo di tutti. A briscola nessuno lo batteva, vinceva sempre. E ogni mattina il tavolo della cucina era invaso dai premi gastronomici che lui vinceva: pasta, olio, bottiglie di vino e liquori.
Mio padre aveva un piccolo negozio di scarpe in un paese vicino, ma la sua occupazione prevalente era la riparazione, era un calzolaio insomma, e solo marginalmente un venditore di calzature. A quel tempo, le scarpe erano un cosiddetto bene durevole: tacchi e suole si cambiavano molte volte, prima di gettarle. Un paio di scarpe buone, magari quelle del matrimonio, potevano accompagnare un uomo per tutta la sua vita.
Nel tempo libero, oltre alle gare di briscola, mio padre gestiva il cinema parrocchiale del paese, che era praticamente la sua vera passione.
Molte volte mi portava nella cabina di proiezione, dove lui con fare sapiente armeggiava con quella macchina quasi sovrannaturale.
Tra pellicole e manifesti colorati appesi dappertutto, mi spiegava il rutilante mondo del cinema. L’America, Hollywood e i grandi attori di quel tempo.
I film che andavano per la maggiore erano i western naturalmente, un po’ perché il cow-boy nell’immaginario collettivo rappresentava la figura dell’eroe senza macchia e senza paura, ma anche perché la censura del parroco era abbastanza stringente riguardo agli altri generi cinematografici, specialmente per i film sentimentali.
Mio padre, per aspetto e modo di fare, somigliava spiccatamente a Gary Cooper. Per me lui era, Gary Cooper. Lo era certamente già prima che il Gary Cooper americano apparisse sulla scena internazionale.
Fu lui, mio padre, che accompagnò me e la mia smisurata immaginazione, nelle sterminate praterie del West. Lui mi parlava, la sera, tenendomi in braccio e facendomi respirare il fumo delle sue “nazionali esportazione”, di quel mondo fantastico e lontano.
Capitolo11 Matematica e minigonne
La sensazione dominante che mi torna alla mente, riguardo a quel periodo, è un senso di riluttanza. Una riluttanza che probabilmente provavo fin dal principio, ma che allora si trasformò in uno stato mentale quasi permanente: la rassegnazione. Il tempo non si ferma né tantomeno torna indietro, non ci si può fare niente. Lo sapevo, me ne rendevo conto pienamente, eppure tutto in me avrebbe voluto fermare quella ruota e tornare indietro. Per riavere mio padre certo, ma sentivo che c’era anche qualcos’altro. La mia fanciullezza, che ormai era perduta per sempre.
La seconda “tragedia” che mi investì l’anno dopo la morte di mio padre, fu il fatto di aver terminato le scuole elementari. Dovevo dunque frequentare le medie. E dato che le scuole medie in paese a quel tempo non c’erano, dovevo perciò recarmi a Padova. A quel tempo in paese si diceva vado a Padova, anche se la scuola media in realtà si trovava in sobborgo periferico della città.
La città, era lontana, praticamente un altro mondo. Tutto era diverso a Padova, tutto era più grande, più bello. Sicuramente più ricco. Automobili, a centinaia. E il traffico, i semafori, i vigili, quelle figure strane vestite di nero, con quegli alti cappelli bianchi.
I filobus, con quelle strane “bretelle” dietro, che sembravano star attaccate ai fili come per magia. E i taxi, veicoli quasi alieni che mai, pensavo, mi sarebbe capitato di usare. E quei palazzi enormi, altissimi, carichi di storia e di storie misteriose. Quel senso di capogiro, di vertigine, guardandoli da sotto.
Può sembrare ridicolo ora, ma per me a quel tempo, poter accedere a un quinto piano era al di là di ogni più fervida fantasia. A un decimo piano addirittura, sarebbe stata una avventura emozionante come andare sulla Luna.
E poi la grande stazione ferroviaria, che vidi un giorno, con meraviglia e stupore. Una gigantesca moltitudine di gente e carrozze, e rumori nuovi. La voce metallica di un altoparlante, che pronunciava nomi di città lontane. Un via-vai di treni: uno che arriva, uno che parte, uno fermo da chissà quanto tempo, mi sembrava un drago di metallo che riposava dopo mille battaglie.
Mi toccò andarci in stazione ahimè, perché il mio fratellino più piccolo, dopo lo shock di quella notte, quando era stato col padre morto, aveva perso l’uso della parola. Non parlava più e nessuno sapeva cosa stesse ribollendo nella sua piccola testolina. Così, i dottori decisero di mandarlo in un istituto di rieducazione che si trovava in una città lontana, se non ricordo male vicino a Roma.
Ecco, un’altra immagine che non svanisce, un’altra ferita che non smette di sanguinare, ogni volta che la rievoco: mio fratello, quattro anni d’età, che sale su di un treno in compagnia di una signorina sconosciuta che aveva una piccola croce rossa, nell’asola del cappotto. Quel bambino piccolo, con quegli occhi grandi, sgranati, che mi guarda dal finestrino senza proferire una sola parola. Quegli occhi enormi che mi dilaniano ancora adesso, e il treno che parte lentamente, le sue manine appoggiate al vetro.
Lui non piangeva. Non parlava e non piangeva. E io non ho mai smesso di farlo anche per lui, sia piangere, che parlare.
Comunque, come dicevo, dovevo andare alle scuole medie, a Padova.
Classe prima H, quarto piano.
Avvertivo una certa eccitazione per quelle materie dai nomi altisonanti: storia, matematica, lettere. E l’inglese soprattutto, una lingua straniera, io che non sapevo parlare correttamente nemmeno l’italiano!
Ma c’era anche purtroppo, il fatto che a scuola ci dovevo andare con i miei vestiti, senza più il grembiulino nero che in fondo ci uniformava tutti. Perciò, il mio stato improvvisamente diventava evidente già nell’aspetto.
Ero vestito poveramente insomma, ed ero decisamente trasandato, quasi sempre spettinato e con le unghie sporche. Ero povero e mi sentivo tale, ero orfano e mi sentivo tale. Mi chiamavo Fortunato per giunta, e anche questo mi pesava sulle spalle come un macigno.
Non voglio dilungarmi oltre riguardo a quei tre anni. Furono molto, molto sofferti. E mi domando ora, se ero poi così profondamente diverso, come condizione mentale, dal mio fratello più piccolo. Lui non parlava mentre io sì, ma parlavo come uno straniero, in dialetto stretto. E comunque le cose fondamentali non sono mai riuscito a dirle.
Mia madre aveva un progetto semplice e chiaro, e questa volta non si poteva darle torto: dovevo finire le medie il più presto possibile e senza “intoppi”. Poi, subito a lavorare. In caso di bocciatura, le scuole medie potevano considerarsi concluse. E lei non aveva certo tempo e voglia, coi suoi gravi pensieri, di aiutarmi in qualche modo negli studi. Comunque, chiaramente non avrebbe nemmeno potuto, lei aveva frequentato le elementari solo fino alla terza.
Si, sono stati tre anni sofferti, ma non certo perché avessi particolari problemi con lo studio. Ero anzi il migliore della classe in certe materie, ovviamente quelle umanistiche: italiano, storia, geografia e arte. E anche qui si annida uno dei miei numerosi rimpianti: ero così ossessionato dalla paura di essere diverso, al punto di temere anche di essere “troppo” bravo, troppo “secchione”. Nelle materie umanistiche non riuscivo a evitare di essere bravo, ma in matematica e inglese mi lasciavo andare volutamente e, incredibilmente mi pavoneggiavo con gli altri esibendo i miei cattivi voti. Come a dire: vedete? sono come voi.
Ma il problema vero, era che la sezione H era una classe mista: c ’erano le ragazze! Tutte belle, bellissime. Tutte candide nei loro abitini lindi. E c’erano le prime, fantastiche, vertiginose minigonne. E io impazzivo per quella fiamma caldissima che sentivo bruciare dentro di me e che non riuscivo a comprendere pienamente. Era desiderio chiaramente, ma io non sapevo cos’era. Non conoscevo la parola desiderio, se non riferita a qualcosa di tangibile. Ma quella cosa cos’era? Cos’era quella specie di... pulsazione.
Figuriamoci, poi, quando la “Profe” di italiano, che pure mi voleva bene, lo so, mi obbligava ad alzarmi davanti a tutti chiamandomi per nome: Fortunato! Mi dava un pettine e mi ordinava di andare in bagno a pettinarmi. Avrei voluto morire!
Quella professoressa di Lettere aveva un cognome russo, anche se era indubitabilmente italiana. Incredibilmente ricordo molto bene quasi tutto di lei. Evidentemente ha avuto un ruolo non marginale nella mia vita. Ricordo il suo viso e il suo aspetto in generale; ricordo la sua voce, e il suo modo strano, quasi dinoccolato di camminare, sempre piena di fogli e faldoni sotto il braccio e un borsone a tracolla. Non si poteva dire che fosse una bella donna, aveva un viso sgraziato da cinquantenne vissuta, e due grossi occhiali da vista. Capelli ricci e radi, di un colore rossastro e abiti sempre un po’ trasandati.
Praticamente tutti i miei compagni di classe la odiavano, mentre io, provavo sensazioni contrastanti. Di sicuro non mi era indifferente. E non la odiavo.
Ovviamente non mi azzardavo a lasciar trapelare una esplicita simpatia verso di lei: visto che tutti la odiavano, potevo io, da solo, assumere una posizione diversa e contraria? Giammai.
Tuttavia, nonostante ogni tanto mi infliggesse l’umiliazione di mandarmi in bagno a pettinarmi, in fondo al cuore sapevo che quella non era una punizione, ma un insegnamento. Percepivo chiaramente che mi voleva bene e che ero il suo pupillo.
Sono sicuro che lei aveva già capito più o meno tutto di me; certamente più di quanto io stesso riuscissi a fare.
Comunque, la sua materia era l’unica in cui prendevo bei voti, pur non impegnandomi più di tanto. O forse si, chissà. Forse in realtà mi impegnavo quanto serviva, solo che mi riusciva tutto più che facile, gradevole, che si trattasse di italiano, di storia o geografia. Fu lei a scrivere il giudizio sulla licenza di terza media alla fine, dove indicava la mia inclinazione ad eccellere nelle materie letterarie e caldeggiava la prosecuzione degli studi in quel campo. Sapeva anche lei, suppongo, che il mio futuro prevedeva ben altro, ma forse auspicava che avrei trovato il modo di coltivare le mie inclinazioni, magari frequentando una scuola serale. Magari l’avessi fatto!
A parte questo, i tre anni delle medie sono stati anni sofferti, anche se nel frattempo il comune del paese ci aveva assegnato finalmente un appartamento popolare: due minuscole stanze in un orribile condominio, ma con riscaldamento, servizi e acqua calda.
Forse immaginavo che poi, finite le medie, le cose sarebbero addirittura peggiorate. Non lo so. Di sicuro non pensavo alle differenze che potevano esserci tra una scuola e una fabbrica, né alla differenza che c’è tra dei compagni di scuola e dei “compagni” di lavoro.
Nemmeno lo sapevo io, che esistessero i “compagni”.
Capitolo 12 In fabbrica
“Già l’odore della terra, odor di grano,
sale adagio verso me.
E la vita nel mio petto batte piano,
respiro la nebbia, penso a te.”
Fiat Centoventiquattro color grigio topo; autostrada Torino Venezia e la "Premiata Forneria Marconi" a tutto volume. Il tachimetro fisso sui 150 all’ora, Roberto che fuma guidando con virile indifferenza e io che guardo fuori dal finestrino, immerso nel frastuono assordante della musica e del motore rombante.
Mi si perdoni se esordisco così, nel descrivere il mio approccio al mondo del lavoro. Ma quella era una delle situazioni più suggestive di quel tempo, della stessa “famiglia” per intenderci, del carro col cavallo.
Erano le trasferte con Roberto, quasi sempre a Torino, o a Milano. Ricordo lo stupore, la meraviglia, nel vedere per la prima volta una grande città, così simile alla prima volta in cui ho visto il mare.
La fabbrica dove lavoravo era una azienda che produceva arredamenti per ambienti pubblici, principalmente bar, ristoranti e negozi. Era un lavoro che avevo trovato io, da solo. Da solo sono andato, mi sono presentato e ho chiesto di essere assunto, come apprendista. Avrei voluto lavorare nel reparto acciaio, ma l’unico posto disponibile era come falegname; accettai, anche se a malincuore.
Ma bisogna dire che qui, per la prima volta nella mia vita, autonomamente e contro il parere di mia madre, io ho preso una decisione. Lei, finite le scuole, mi aveva fatto assumere in una fabbrica di scarpe di proprietà di un suo lontano parente e io, dopo una settimana di lavoro alla “catena”, decisi che mai avrei fatto quel lavoro alienante. Il venerdì sera mi licenziai senza esitazione, suscitando le ire di mia madre.
Ma io tenni testa a tutte le sue obiezioni e a tutte le sue minacce e dichiarai rabbiosamente che un lavoro me lo sarei trovato da solo. Non era più il tempo dei ceffoni viva Dio, anche se mi ci volle ancora un po’ per far terminare anche quello degli insulti e delle male parole.
Fare l’apprendista falegname in fabbrica non fu per niente facile, ma era sempre meglio che stare una giornata intera davanti a un nastro trasportatore a prendere in mano un tacco alla volta, infilarlo tra due rulli incollatori e riporlo su un altro nastro! Quindi presi una decisione...ripeto: presi una decisione!
Mi ricapiterà?
La falegnameria era un ambiente poco accogliente per un ragazzino, gli operai erano tutti un po’ “rustici” e anche i meno ruvidi, non si potevano certo definire gentili. Il lavoro che dovevo svolgere era poco gratificante agli inizi, soprattutto perché spesso dovevo fare da assistente a die vecchi falegnami “di una volta”, uomini poco gentili che non perdonavano gli errori e le indecisioni di un quattordicenne. Ma nel giro di un paio d’anni cominciai a imparare il mestiere e diventai presto un falegname capace e autorevole.
Roberto, di pochi anni più grande di me, si dimostrò fin da subito simpatico e amichevole nei miei confronti; non che gli altri fossero cattivi, intendiamoci, erano fatti così. La fabbrica era un po’ simile a una caserma. E poi, soprattutto, ogni tanto mi capitava di andare in trasferta con qualche operaio per il montaggio di un arredamento. E quando capitava di andare con Roberto, allora mi trovavo decisamente bene, anche se il lavoro in trasferta era molto più faticoso dal punto di vista fisico. Si lavorava un sacco di ore ogni giorno, e spesso si dovevano fare sforzi notevoli. Ma ero giovane e forte, e l’importante, per me, era l’atmosfera.
Quando andavo in trasferta, a volte anche all’estero, tornavo sempre con un notevole carico di ore straordinarie lavorate, e questo corroborava non di poco l’esiguo stipendio ordinario. Stipendio che comunque, finiva tutto nelle casse familiari, perché, a quel tempo ero l’unica fonte di reddito della famiglia. E qui appare un aspetto nuovo e inaspettato della mia personalità: Alessandro che lavora, e lavora alacremente.
Crescevo, lavoravo, mantenevo la mia famiglia. Ma c’erano anche degli ostacoli, come sempre, e se ne aggiungevano anzi di nuovi. Nuove fonti di inquietudine che si sommavano a quelle vecchie. Essere un falegname, per esempio, anche se si rivelò in seguito una delle più grandi fortune della mia vita, in principio fu per me un nuovo motivo di disagio. E il mio essere si aggrovigliava e si contorceva ancor di più. Perché avevo sulle spalle un nome che odiavo, ero figlio di una madre che non amavo e da cui non ero amato, ero povero e un po’ stupido, o così pensavo. Nemmeno essere nato dov’ero nato e vivere dove vivevo, lo trovavo in fondo al cuore accettabile. E ora avrei dovuto dire anche, che ero un falegname, un mestiere che a quel tempo mi pareva umile e di poche prospettive.
Il senno di poi ovviamente, dice che era tutto l’opposto. La professione del falegname era piena di prospettive e mi garantiva una certa sicurezza. Falegnami capaci e disoccupati, anche al giorno d’oggi non ne esistono.
A quel tempo ahimè, tutto ciò che faceva parte della mia vita, ogni singola cosa che mi definiva, non la accettavo. E di ogni cosa mi vergognavo. Eppure, dentro di me lo spirito tentava di crescere, voleva crescere. Contemporaneamente, in quella nuova stagione della mia vita, appare una tensione interiore nuova, che non riuscivo a identificare, e che sulle prime sembrava essere in relazione alla musica. La musica che ascoltavo alla radio e da quelle ingombranti audio-cassette tanto in voga a quel tempo: le stereo 8. Erano “solo canzonette” d’accordo, ma le parole che sentivo avevano su di me un effetto quasi catatonico. E io, incredulo e inconsapevole, bruciavo come un sole rinchiuso in una scatola di piombo. Non capivo quello che veramente accadeva dentro di me, quando ascoltavo le parole di quelle canzoni quasi sanguinando dentro di me. Capivo che era una sensazione che doveva avere la stessa “matrice” di quando da bambino rimanevo incantato a guardare i miei amici sulla carretta del mezzadro.
E credevo, come sempre, che fosse una delle mie molte debolezze da nascondere accuratamente.
“ Respiro la nebbia, penso a te.” Guardavo sfilare campagne lontane e sconosciute dal vetro della Centoventiquattro, ascoltando “Impressioni di settembre”. E quel “penso a te” della canzone, sembrava chiamarmi da chissà dove. Era l’amore, l’amore di un quindicenne per una persona che ancora non conosceva. Evocavo inconsciamente una figura, un volto, due occhi; mi bastava solo l’amore, il resto...”ci poteva mancare.”
Non coglievo che le parole di certe canzoni, estrapolate della musica erano poesie. Ma in realtà lo percepivo in fondo al cuore, pur senza dare un nome a tutte le cose. Del resto, anche se la parola poesia l’avessi associata a ciò che mi poteva in qualche modo definire, anche di questo mi sarei vergognato. Avevo paura di essere ciò che in fondo al cuore intuivo di essere.
Nessuno si chiamava Fortunato e nessuno parlava mai d’amore o di poesia. Così come nessuno girava per strada in mutande. Eppure, sarebbe stato preferibile per me mettermi in mutande, piuttosto che ammettere pubblicamente di provare un sentimento così poco “virile” come l’amore.
La verità era che invece lo provavo, lo provavo eccome. Anche se non aveva né un volto, né un nome. Ero comunque già innamorato!
Lavoravo, andavo a Milano, Torino, Roma, persino in Germania. Ed ero innamorato. E l’amore lo vedevo in ogni prato, in ogni sentiero sconosciuto che vedevo viaggiando.
La sera andavo nella piazza del paese con gli amici (avevo abbandonato definitivamente il cortile). Sprecavo quel tempo prezioso parlando di nulla, cercando con ostinazione di non pensare a nulla. Ed ero innamorato.
Quando vedevo una ragazza mi batteva il cuore e una voce mi diceva: è lei!
La fabbrica in cui lavoravo, mi sembrava un universo a parte e credevo di essere capitato in un luogo particolare, con un campionario unico e irripetibile del genere umano. Ma la gente invece, è la medesima in tutti i posti.
C’erano comunque degli individui, specie i falegnami più anziani, che erano davvero al limite della sanità mentale. Uomini stravaganti, estrosi, tutti più o meno dediti al vino. In fondo il falegname, il falegname di “una volta”, come figura non è molto lontano da quella di un artista geniale.
Andai a trovare uno di questi vecchi falegnami una volta. Vecchi...mi sovviene che erano tutte persone decisamente molto più giovani di quanto non sia io adesso. Ma si sa che a quel tempo si invecchiava prima. O forse siamo noi ora, patetici e ridicoli vecchietti che vogliamo atteggiarci da eterni giovanotti, vestendoci e atteggiandoci come dei ragazzi.
Comunque, andai a trovare uno di questi vecchi falegnami una volta. Abitava in un paesino sulle colline a una trentina di chilometri da Padova. Ero in motorino e quando mi fermai a chiedere a un passante se lo conosceva e se sapeva dirmi dove abitava, dissi il suo nome e quell’uomo disse: «Ah il matto! Ma certo, abita là in fondo a destra, dopo la farmacia.»
l “matto” quel giorno mi mostrò una meraviglia che lui aveva creato con le sue mani, a casa sua: una camera da letto in noce tutta fatta a mano. Un vero capolavoro di riccioli intagliati e incastri. Ci lavorava da anni ed era per suo figlio, per quando si sarebbe sposato. Per quanto ne so, il figlio del “matto”, non dissimile dal padre, non si sposò mai. E chissà dove saranno finiti ora quei mobili meravigliosi.
Il “matto” non era in grado di eseguire un ritratto o un paesaggio, ma quando disegnava a mano libera su un pezzo di legno una curva o una voluta, era una specie di Giotto. Non posso dimenticare la prima volta che lo vidi, fu il giorno in cui entrai in quella fabbrica per chiedere di essere assunto.
Mentre attendevo il principale momentaneamente occupato, rimasi sul portone qualche minuto e osservai per la prima volta una falegnameria. C’erano diverse persone al lavoro, ai lati del lungo capannone, ognuna col suo banco da lavoro. Seghe circolari e pialle in funzione riempivano l’aria con un frastuono assordante e tutto era ricoperto da polvere e segatura. E lo vidi, laggiù in fondo al capannone. Una strana figura che attirava decisamente l’attenzione. Perché era magro, con lunghi capelli lisci e biondi che gli cadevano sugli occhi e che lui continuava a spostare con movimenti frenetici del capo. Occhi di un celeste clamorosamente intenso e sempre sbarrati come...un matto. Ma era il suo atteggiamento che balzava all’occhio più del suo aspetto: saltava come uno stambecco con movimenti frenetici, su e giù da un mobile disteso su dei cavalletti, e con in mano un pezzo di carta vetrata, levigava un angolo, una lieve imperfezione, una porosità, con movimenti così rapidi che la mano sembrava sparire come sparisce alla vista un’elica che gira vorticosamente. E a ogni balzo, a ogni scatto della testa per mandare indietro i capelli, bestemmiava sanguinosamente a voce alta. E la sua voce sembrava sovrastare persino il rumore dei macchinari.
Avevo quattordici anni e quell’uomo mi inquietò. Pensai: ma quello e matto! Ma poi mi rasserenò in parte, vedere che altri operai ridevano sotto i baffi, ascoltando quella colonna sonora.
I miei primi giorni da apprendista li passai proprio come aiutante di quell’uomo e devo dire che non ebbi modo di imparare nulla della sua arte, ahimè. Perché sfortunatamente quella era una falegnameria industriale, che produceva arredamenti per locali commerciali. Non era più richiesta l’arte; era richiesta la velocità, la tecnologia dei nuovi sistemi. Nasceva la deprecabile ma inevitabile globalizzazione e i vecchi falegnami erano come dei dinosauri in via di estinzione.
Il “matto” fortunatamente arrivò a suo tempo alla pensione, ma negli ultimi anni svolse i lavori più banali e stupidi, come un Giotto che non sa usare Photoshop.
C’era un altro “vecchietto pazzerello” di quella generazione, che lavorava in quella fabbrica. Lo chiamavano Marietto Marino, non so se il suo nome fosse Mario o Marino. Era un uomo di bassa statura e con una faccia da burlone, sempre con una sorta di sorrisetto accennato; somigliava un po’ a Renato Rascel, come tipo. La sua caratteristica dominante, diciamo, era la sua predisposizione a fare scherzi. Con lui nei paraggi, non eri mai al riparo da piccoli incidenti provocati dalla sua inventiva: un martello inchiodato sul tavolo, una maniglia cosparsa di resina che ti imbrattava la mano, un cassetto incollato che non si apriva più, o un pezzetto di legno che misteriosamente ti seguiva ovunque perché lui te lo aveva agganciato al grembiule con un filo e un chiodo ricurvo come gancio. Era decisamente simpatico, e contribuiva a suo modo a rendere quel luogo di lavoro un po’ più allegro.
Un giorno, però, mente lo aiutavo in un lavoro, chiacchierando gli chiesi se fosse stato in guerra; lui rispose di sì e, incalzato dalle mie interessate domande, alla fine si confidò e mi raccontò la sua incredibile storia.
Tornato avventurosamente dalla Libia, dove se l’era vista davvero brutta a El Alamein, l’otto settembre fu catturato dai tedeschi e deportato in Germania. Lo rinchiusero in un campo di concentramento e, come tanti prigionieri di guerra, fu costretto a lavorare.
Mi raccontò che ogni mattina all’alba, un camion partiva dal campo per portare i prigionieri a lavorare in varie località, chi in una fabbrica, chi in una stalla e via dicendo.
Lui lo lasciavano in una fattoria sperduta nella foresta nera. In quella fattoria c’era una donna con due bambini e lì, lui doveva svolgere tutti i lavori che prima faceva l’uomo di casa, il marito di quella donna che combatteva in Russia. La sera poi, lo stesso camion passava a prelevarlo per ricondurlo al campo per la notte.
Così andò avanti per alcune settimane. Lui mungeva le mucche, zappava i campi e faceva anche lavoretti in casa, dato che era falegname.
In breve, imparò la lingua e prese confidenza con quella donna e coi suoi bambini. Finché un giorno la donna, chiese ai soldati del campo di lasciare il prigioniero anche per la notte, senza portarlo avanti e indietro. Così, il Marietto cominciò anche a dormirci in quella casa, dapprima in uno stanzino, ma poi, nella camera della donna, nello stesso letto.
Il marito di lei non tornò mai dalla Russia e di lui non si seppe più nulla.
La guerra non giunse mai nei pressi di quella fattoria sperduta nella grande foresta tedesca. Così Marietto, visse in quel luogo due anni meravigliosi. Come in una silenziosa oasi di pace, circondata dall’uragano della Seconda Guerra mondiale.
Guardavo quel piccolo uomo, dal carattere così allegro ed esuberante, apparentemente impermeabile a pensieri o sentimenti profondi, e invece scorgevo nei suoi occhi una profonda malinconia, mentre mi raccontava di quella donna tedesca e di quella casa nella foresta. Non entrò certo nei dettagli, ma riuscivo benissimo a immaginare ogni cosa, soprattutto non so perché, la mia immaginazione pensava alle notti stellate e il silenzio di quella casa lontana.
Quando la guerra finì, lui partì per l’Italia, con la promessa che sarebbe tornato al più presto da lei. E voleva farlo, perché si era innamorato di quella donna, e voleva sposarla. E farsi una vita laggiù, lontano, e vivere con lei per sempre.
Ma doveva tornare in Italia, le disse, almeno per far sapere alla sua famiglia che era vivo.
«Ma poi tornerò...tornerò presto, te lo giuro.» Le disse.
«E non sei mai tornato invece?» Gli domandai.
Mi raccontò che ci volle più di un mese per tornare a casa, nel grande caos del primissimo dopo-guerra. Documenti da produrre, registrazioni, penuria di treni. Quando finalmente riuscì a tornare a casa, trovò una situazione disastrosa: mancava il cibo, mancavano i soldi e mancava il lavoro.
E ogni giorno diceva: «sistemo questa cosa e poi parto», «risolvo questa cosa e poi parto.»
“La settimana prossima...»
Alla fine non partì mai.
Capitolo 13 Rosa
Finito il lavoro, la sera, nel mio piccolo, personale dopoguerra, a casa trovavo una situazione cristallizzata in una sorta di equilibrio molto precario. Io ero diventato ormai un uomo, perché lavoravo come tale. Due anni dopo di me, anche mio fratello Giacomo aveva finito le scuole medie e si trovò ben presto un lavoro, e almeno la situazione economica cominciò a migliorare. Già al tempo del mio primo stipendio, avevo educatamente avvisato la parrocchia che non avevamo più bisogno dell’aiuto alimentare. Mia madre, che non era tanto d’accordo, mi accusò in tono acido, di essere orgoglioso come mio padre. Ma non fu troppo insistente, immagino che in fondo anche lei si sentisse un po’ sollevata di poter rinunciare al lodevole ma umiliante aiuto della Chiesa.
Con tutto ciò, la casa diventò per tutti noi una sorta di albergo, dove dormivamo e consumavamo i pasti come fossimo diventati improvvisamente estranei l’uno per l’altro. Ognuno faceva la propria vita, e ci si trovava per cena.
Nel tempo libero, uscivo con gli amici al bar, o seduti sulle panchine della piazza. Ora mi rendo conto che la vita che facevo in quel periodo fu un totale spreco di tempo, quel tempo prezioso e irripetibile della mia mesta giovinezza, mentre perseguivo una serie di cose di cui non avevo alcun bisogno.
Ricordo, per esempio, quando mi comprai il mio primo motorino. Un motorino rosso, col serbatoio cromato: il Benelli tre marce, 48 di cilindrata, velocità massima 70 chilometri orari. Ricordo quanto lo desiderai. E quanto lo rimiravo poi, quando lo comprai. Ero così... felice!
Distrazioni.
Quasi tutti gli amici avevano quel motorino, quindi anch’io dovevo averlo.
E quando l’ebbi, mi pareva di essere felice. Mi convincevo di esserlo. Oggi potrei dire che quel motorino non lo scelsi io, potrei dire che lo scelsero gli amici. Non erano più gli amici d’infanzia, quelli del cortile. Alcuni erano ex compagni di scuola, altri lavoravano con me nell’azienda di mobili e tutti comunque erano del paese.
Erano amici, per così dire. Non potevo certo avere la consapevolezza per capire che quello era il “branco” cui appartenevo, sia pure come gregario.
E nel mio intimo ero letteralmente terrorizzato dall’idea di essere emarginato da quel branco, se solo fossero emerse le mie particolari diversità. Accettavo quindi, di buon grado, di essere anche solo un gregario, ma di appartenere comunque a un gruppo, un clan.
Per una stagione della mia vita ho inseguito cose che mi stavano dietro, dissi molti anni dopo, parlando di quel periodo.
Tutto mi appariva sempre difficile, complicato. E mi sentivo lontano anni luce, eppure sempre così vicino, a un sogno vago, indistinto. Ero vicino, sarebbe bastato poco, per capire che tutto era così difficile semplicemente perché non mi apparteneva. Non era il mio destino, non era la mia strada. Non era per questo che ero venuto al mondo.
Lo percepivo e in questo senso ero vicino. Ma, assillato da mille paure, non lo volevo accettare, e in questo sta l’abissale lontananza.
Dichiaravo come fossero miei, progetti per la vita che sentivo enunciare da altri, mi proponevo le mete che tutti avevano: un motorino, poi la moto, la macchina. Quel paio di jeans, quelle scarpe, quel modo di tenere i capelli. Persino nel dialogare, usavo un gergo fatto di parole preconfezionate e non mie.
Venne presto il tempo delle discoteche e anche le ragazze erano oggetti di “valutazione” da parte degli amici. Così, oltre al pensiero, anche il sentimento soggiaceva alle leggi non scritte della mascolinità giovanile di gruppo (se non volessimo chiamarlo” branco”). Non si ama e non si pensa, nell’ambito dell’appartenenza al branco, quelle sono debolezze da femminucce.
Le mie prime, acerbe vicende amorose di quel tempo, non sono tali da meritare particolari menzioni; la prima ragazza per la quale il mio cuore palpitò, si chiamava Anna. Ma non si può dire che sia stata una relazione vera e propria: siamo usciti per qualche tempo insieme, al cinema o a prendere un gelato. Con mio profondo rammarico, non ci fu mai nemmeno un bacio. La guardavo, per lo più in silenzio, perché aveva due meravigliosi occhi celesti, contornati da una lunga e selvaggia chioma bionda. E io, ipnotizzato da quegli occhi, ero come un sordomuto incapace di mettere insieme due frasi.
La seconda, era una brunetta minuta e carina, e, al contrario dell’aspetto, si rivelò di “costumi” molto più allegri e liberali. Persino troppo. Fu lei, che mi introdusse nel favoloso mondo dei primi turbamenti sessuali, cosa di cui ignobilmente mi vantai con gli amici. Ma devo dire che, al di là di questo, il mio cuore decisamente non palpitò molto per lei.
Cominciava a serpeggiare in me il dubbio che quel mio sogno vago, fosse solo un sogno appunto, e che semplicemente non esistesse nella realtà quella figura angelica che speravo di incontrare.
Ma poi, quasi inaspettatamente, apparve Rosa, la prima vera storia d’amore della mia vita. Rosa fu una specie di apparizione, una dea che emanava luce propria. Fu una folgorazione che mi abbagliò e mi stordì, annullando ogni mia capacità di connettere, ma che mi condusse anche a quella beatitudine, che tante volte avevo presagito. Là, su quei sentieri inesplorati che tante volte avevo sognato. Rosa in effetti, fu una specie di Déjà-vu.
Non avevo molto successo con le ragazze, di questo mi ero reso conto fin dal principio. Oltre alla mia timidezza congenita e alla mia abissale insicurezza, che si palesava drammaticamente nel modo di parlare e di propormi al cospetto del mondo femminile, c’era anche il mio aspetto poco suggestivo. Non ero un mostro, ho sempre avuto un bel fisico se non altro, ma il mio viso aveva quei tratti un po’ sgraziati e “ruvidi” tipici della gente asiatica, o dell’America Latina. Sopracciglia folte, zigomi un po’ sporgenti, e occhi leggermente a mandorla.
Così, quando una mia cugina, durante un incontro casuale, mi presentò la sua amica Rosa, pensai subito che quella ragazza fosse una specie di dea irraggiungibile, e non mi sfiorò nemmeno l’idea di poterla avvicinare in qualche modo. Perché era decisamente bellissima. Aveva un viso ovale, levigato, perfetto. Due occhi verdi, grandi, luminosi, e uno sguardo che ti penetrava come un raggio laser. Capelli biondi, corti, che le davano quel tocco sbarazzino adorabile, in armonia col suo abbigliamento sempre sobrio: jeans e maglietta bianca.
Ma era soprattutto il suo modo di fare, sofisticato e sicuro, che inibiva in me, qualsiasi fantasia su di lei. Parlava in un italiano forbito, impeccabile, che non lasciava scampo a un piccolo “sfigato” come me. Sentirla parlare, era per le mie orecchie una melodia ultraterrena.
Incredibilmente, poco tempo dopo, mia cugina mi informò che Rosa desiderava vedermi. «Credo che tu le piaccia» mi disse.
Non potevo credere di esserle davvero piaciuto, ma una vocina flebile mi diceva che forse, con quel suo sguardo ai raggi “X”, lei aveva visto la mia anima infantile e se ne era invaghita.
Ci incontrammo e.… davvero le ero piaciuto. Pur nella mia immensa goffaggine, non potevo credere che lei guardasse tutti come guardava me. Superato il primo momento di incredulità, al terzo o quarto appuntamento provai a baciarla e lei accettò il mio bacio.
Non era la prima volta che baciavo una ragazza, ma certo non mi aspettavo quello che era appena avvenuto: io baciai lei ma lei non baciò me, perché lei teneva accuratamente indietro la lingua. Le labbra si strusciavano appassionatamente, e io potevo assaporare l’aroma e il tepore di quella bocca, il suo profumo. Ma la mia povera lingua si dibatteva con disappunto, in quello spazio vuoto e inospitale.
Feci finta di niente e pensai che forse, voleva farmi capire che mi accettava ma, con riserva.
Gli appuntamenti però si susseguirono, e i baci si moltiplicavano sempre con lo stesso “modus operandi”. Dovetti rendermi conto alla fine, che evidentemente quello era il suo modo di baciare.
Mi sono sempre chiesto, quasi con rabbia, perché, nella mia giovinezza, ero apparentemente incapace di parlare. Di esternare un’idea, una impressione, o semplicemente, di porre una domanda. “Perché, cara Rosa, non usi la lingua quando ci baciamo?” La verità, forse, è che ero molto più complessato di quanto non abbia mai osato ammettere.
Ci sono molti dettagli oscuri e incomprensibili, nei ricordi della mia giovinezza. E ci sono molte domande che non trovano risposta, tanto che ho l’impressione a volte, di ricordare la vita di uno sconosciuto, che non ero io.
So che ero una specie di disadattato, un ragazzo con una montagna di problemi più o meno nascosti. Fingevo, fingevo sempre: fingevo di essere ciò che non ero e di sapere ciò che non sapevo. Fingevo di essere forte, consapevole, sicuro. Ma in realtà non ero mai sicuro di niente e niente sapevo.
Certo, pensavo che ci fosse una sorta di genialità in me, che prima o poi sarebbe saltata fuori. O, forse, lo speravo soltanto.
Avevo molta fantasia dopo tutto, e in qualche modo ero originale. A volte, dribblando i mille dubbi che mi opprimevano, riuscivo a essere persino brillante e spiritoso. Non di rado uscivo con delle battute molto divertenti, che a volte riguardavano argomenti per me praticamente sconosciuti. Però, per dire, non ricordo se il fatto di frequentare una ragazza di una bellezza così fuori dal comune, avesse indotto in me un miglioramento della mia autostima. Autostima che sicuramente aumentò di molto, di lì a poco, per via di un avvenimento inizialmente disastroso. Dopo forse un mese di frequentazione, infatti, lei mi lasciò. Tramite mia cugina, che mi comunicò a voce la decisione della sua amica.
Soffrii molto di questo? Non lo so, non ricordo. Forse me lo aspettavo, dopo tutto, e per così dire: le cose erano tornate al loro posto.
Le mandai a mia volta un biglietto, ma non per indurla a ripensarci. Lo considerai invece una specie di messaggio d’ addio e un tacito ringraziamento.
Non c’era scritta nemmeno una parola, su quel bigliettino ripiegato molte volte, c’era solo un piccolo disegno. Un disegnino fatto in fretta con la biro, una immaginetta romantica che voleva dire: “mi ricorderò di te, addio”.
Disegnai un ragazzo con un fiore in mano, in piedi sulla sommità di una colonna cilindrica altissima, fatta di mattoni, che sporgeva al di sopra delle nuvole.
Ebbene, inaspettatamente, tanto bastò perché lei si precipitasse tra le mie braccia sprizzando amore da tutti i pori.
Amore?
Rosa era davvero bellissima, lo dico a costo di ripetermi. Ma ovviamente non era solo quello. Tutto ciò che col tempo scoprivo di lei, mi piaceva. Ma ahimè, fin da subito c’era anche una specie di disagio, una inquietudine strisciante che non comprendevo. Sapevo che non era perché mi sentissi comunque inadeguato, o che temessi che lei mi avrebbe lasciato di nuovo prima o poi: no, era l’amore stesso che mi inquietava. L’amore, che lei mi dichiarava esplicitamente e senza riserve, senza dubbi, senza paure.
E io invece...balbettavo.
Lei aveva un modo tutto suo di interpretare la vita; ed era un mondo nuovo per me, un mondo che mi piaceva, mi affascinava. Rosa aveva il gusto di rendere romantico ogni appuntamento, ogni passeggiata, ogni momento vissuto insieme. Mi guardava negli occhi con quei suoi meravigliosi occhi di smeraldo, ed erano sempre sguardi intensi, diretti, lunghi, interminabili.
Mentre l’aspettavo seduto sulla solita panchina dei giardinetti, fissavo l’angolo del palazzo da dove sapevo che sarebbe arrivata di lì a poco.
E quell’attesa mi riempiva di una emozione intensa, eppure consueta, conosciuta. Era sempre quella: ero seduto ancora sul bordo dell’aia, in attesa di una esplosione interiore.
Poi finalmente la vedevo sbucare da quell’angolo, e rimanevo seduto ovviamente. Narici, occhi, orecchie e cuore, tutto acceso. Niente andava perduto. Fin da subito, appena svoltato l’angolo, già da lontano i suoi occhi luminosi puntavano i miei mentre si avvicinava. Poi con quel suo viso ovale che si avvicinava, si fermava a due centimetri dal mio. E mi abbagliava allora, col bianco di un sorriso ipnotico, preludio ogni volta, di un bacio appassionato.
Peccato solo per quella stonatura, che cercavo di non considerare, l’assenza della lingua.
Vorrei poter pensare che la sua fosse una provocazione, uno stratagemma machiavellico per far uscire il mio “io” nascosto. Mi piacerebbe che mi avesse detto: «Non mi chiedi perché? Non dici niente? »
Ahimè, so che non è così. La verità è che anche lei era giovane e ingenua, nonostante tutto. Comunque, non fu certo questo dettaglio a determinare la fine di quella tenera, piccola storia d’amore. Fu anzi il fatto stesso che lo fosse, una storia d’amore (o almeno che lo sembrasse), a rendermi instabile e agitato. Perché lei, con una naturalezza che non avevo mai conosciuto, mi parlava d’amore. Diceva di amarmi!
E chiedeva a me, se amavo lei.
Io, come un idiota, rispondevo a monosillabi: «Si, certo, anch’io.»
E intanto mi contorcevo in una tossica inquietudine, come se mi fossi sentito in colpa per delle promesse che non ero sicuro di poter mantenere. O di saperlo fare.
Eppure la “formula magica” era così semplice e a portata di mano. Ma non avevo nessuna possibilità di vederla. «Sì, sì Rosa; io ti amo. Ti amo oggi, e spero di amarti anche domani.»
Perché ero davvero innamorato di lei. L’amavo come può amare un sedicenne pieno di problemi e poco consapevole, ma l’amavo. Me lo conferma ancora oggi la palpitazione che provo ogni volta che sento una certa canzone di Lucio Battisti.
Un sabato pomeriggio, lei mi chiese di accompagnarla a casa di una sua amica, perché dovevano studiare non so quale compito di scuola. Nel tempo in cui loro due erano sui libri a studiare in cucina, io avevo libero accesso a un fantastico stereo nel salotto di quella bella casa.
«Solo, metti le cuffie per non disturbarci.»
Ricordo che c’era un morbidissimo tappeto chiaro e io mi distesi con le cuffie alle orecchie in attesa che partisse la musica di un LP di Battisti.
Ora, bisogna considerare che io a quel tempo non possedevo un giradischi a casa mia, e quindi di Lucio Battisti conoscevo solo le canzoni più famose, quelle che ogni anno finivano in testa alla Hit Parade e che sentivo al jukebox o da qualche radiolina. Perciò, quasi tutte le canzoni di quel disco le sentivo per la prima volta. Specialmente la prima.
Un preludio di violini, come condotti per mano da una lieve rugiada di cristallini accordi di chitarra acustica, mi indusse subito a chiudere gli occhi.
E poi: la voce inconfondibile di Lucio Battisti.
“La nebbia che respiro ormai si dirada perché davanti a me
un sole quasi bianco sale ad est...”
Il mio cuore ebbe come un tonfo. Ero...felice. E avevo voglia di piangere...avevo voglia di morire.
“La luce si diffonde ed io
questo odore di funghi faccio mio...”
Io lo vedevo, quel sole bianco, e sentivo l’odore dei funghi. Io c’ero stato là, conoscevo quel luogo.
“Piccoli stivali e sopra lei
una corsa in mezzo al fango e ancora lei...”
Lei, lei... non potevo chiedermi chi fosse davvero lei. Non aveva importanza.
“Poi le sue labbra rosa e infine noi...”
Labbra rosa...appoggiate alle mie. Quel sapore, quel calore...
L’immedesimazione era davvero totale, sentivo le labbra e il peso leggero di un corpo sul mio petto...
Aprii gli occhi quasi spaventato. Non era immaginazione, Rosa era sopra di me e mi baciava. Lei aveva “costruito” quel momento di diamante per me.
Perché, anche se ero in cuffia, il volume era così alto che la musica la si sentiva anche nella stanza accanto. E lei quella canzone la conosceva bene. Mi aveva raggiunto in silenzio ed era rimasta lì a guardarmi per un po’, aspettando il momento giusto, per condurmi per mano nel suo bosco di betulle.
Ma ecco: il risveglio brusco, la grigia e aspra realtà. (Perché non sono fuggito da quella stupida prigione?) L’allusione ironica del branco udita nel bar. Lo sberleffo, la percezione di una gogna: la Rosona!
Come la Rosona ?
Un bisbiglio appena udibile, un sibilo perfido, il pettegolezzo impietoso: “Ha il culo grosso...”
Cosa! Il culo grosso? Io non l’avevo mai nemmeno guardata al di sotto del seno. Guardare in basso, dove si mettono i piedi è l’atteggiamento delle persone concrete. Sono i sognatori che guardano in alto, le stelle, le nuvole... e gli occhi delle ragazze. Senza vedere nient’altro.
Rosa, col suo sguardo celeste, il suo sorriso luminoso e le sue suadenti parole d’amore, mi aveva preso per mano e mi aveva condotto in un mondo di favola. Ma io in realtà ci ero entrato solo a metà. Troppe paure, troppe ossessioni mi assillavano e mi tenevano incatenato a un altro mondo, quello reale.
Non ho nessuna certezza ora, che quella ragazza poteva essere davvero la mia anima gemella. Ma mi rimane il rammarico adesso, e il rimpianto, di non aver lasciato che le cose seguissero il loro corso. E di non aver vissuto appieno quel sentimento così giovane, colorato, spontaneo.
Se era destinato poi a estinguersi, chissà, vorrei averlo scrutato e “annusato” fino all’ultimo. Senza perdere nemmeno una goccia.
Un richiamo selvatico invece, mi aveva riportato di colpo nella mia gabbia di dubbi e paure: non è per te, non sei capace, non puoi. Un fastidio nuovo e antico, quello di sempre; l’ossessione, di essere “meno” degli altri.
La percezione un po’ paranoica di essere sempre e comunque deriso dalla gente. Per il nome, per l’aspetto, per l’appartenenza a una famiglia disgraziata. E anche per una fidanzata “strana”, che parla in italiano. Una che parla d’amore. E aveva per giunta, a quanto pare, un sedere ingombrante.
Il dubbio ormai si era insinuato nella mia testolina confusa. E seppelliva metodicamente sul nascere, qualsiasi considerazione logica cercasse di emergere nel mio animo: l’ami o no?
Deve piacere a te o a loro? Hai bisogno di lei, o di loro?
«Amore, mi ami?»
«Si… certo.»
Cominciavo a non avere più il coraggio di guardarla negli occhi. E percepivo dentro di me il lento, ineluttabile deteriorarsi di quell’amore.
E il destino poi, con quei suoi scherzi così strani a volte, determinò la scelta. E lo fece con un evento che ancora una volta, è davvero difficile pensare che fosse solo frutto della casualità.
Guidavo la mia moto di ritorno da una giornata al mare. Avevo a quel tempo una vecchia Gilera restaurata alla bell’e meglio, che avevo comprato per quattro soldi.
Rosa era dietro e mi cinturava strettamente, apparentemente ignara dei dubbi che mi ronzavano nel cervello già da qualche tempo.
Lei godeva, lo so, per il vento nei capelli, per quel sole caldo d’estate, per quella giornata con me al mare.
Avvicinò la sua bocca al mio orecchio e mi disse quella frase, che per me ormai era diventata sottilmente fastidiosa: «Mi ami?»
Andavo circa a cento all’ora, che era la velocità massima che mi consentiva quel vecchio catorcio. Sbuffai e girando appena la testa risposi come sempre di sì. Ma era un “si” strascicato, quasi sanguinante.
Lei però, proprio in quel momento aveva deciso che era ora di chiarire quella cosa una volta per tutte e mi disse: «Allora dimmelo!»
Eravamo io e lei da soli, il vento soffiava forte nelle orecchie, il motore rombava fragorosamente. Ecco appunto, c’era anche la Gilera, che di lì a poco avrebbe detto la sua.
«Si, ti amo.»
«Come?» Lei insisté. «Non sento, dillo più forte.»
«Ti amo.»
«Più forteee!»
«TI AMOOO!»
Alt, fermi tutti! Ecco l’avevo detto; forse anche imprecando tra i denti, ma l’avevo detto. Forse, chi lo sa, sarebbe potuta cambiare ogni cosa da quel momento in poi, sarebbe potuta cambiare la mia vita. Forse poteva essere il primo passo verso la libertà. Magari in seguito l’avrei detto molte altre volte a lei. O in seguito, forse a un’altra ragazza. Chissà, forse poi a un’altra ancora.
No, non sto evocando una immaginosa e improbabile volubilità che avesse potuto evolvere nel mio carattere e nella mia natura. Era solo una catena spezzata, quel singolo istante della mia vita. La possibilità che il mio “io” così incrostato, incatenato e sepolto nei più profondi abissi, si fosse clamorosamente liberato in quel giorno d’estate, mandando in frantumi tutti i tabù delle mie ossessioni e delle mie eterne paure.
Sarei potuto andare in piazza e gridare «Sono innamorato!». Ero capace di farlo ora. E avrei potuto pensare di amare, di amare davvero. E avrei amato, in sostanza, avrei conosciuto l’amore, in un modo o nell’altro. Ma ahimè, fu solo questione di un secondo, due al massimo.
Contiamoli insieme: ecco, ho appena gridato “Ti amo” a squarciagola: uno, due...
Dal motore della Gilera arrivò un sibilo agghiacciante e subito la ruota posteriore si bloccò, strisciando sull’asfalto con quel rumore di frenata tipico di quando si verifica un incidente stradale.
Poi il silenzio, perché io d’istinto avevo già tirato la leva della frizione.
Un silenzio pietrificato, mentre la moto ancora correva veloce ma muta, senza vita. Persino il vento e gli uccelli e le cicale, tutto il mondo sembrava essersi ammutolito.
Chi capisce qualcosa di motori (e io ne sapevo abbastanza) sa cosa era successo: nel cilindro, a causa dell’eccessivo riscaldamento, si era prodotta una scoria che aveva bloccato il pistone. Quindi s’era bloccato ogni ingranaggio del motore e di conseguenza la ruota, collegata al motore con la catena. Almeno fin che non si scollega il motore dalla ruota, azionando appunto la frizione.
Questo era successo, proprio in quel preciso momento.
Anche Rosa per un po’ rimase in silenzio. Poi, mentre eravamo quasi fermi, timidamente chiese cosa fosse successo. La mia risposta fu una cascata di imprecazioni. Una volta fermi, sul ciglio della strada, la invitai con voce gelida a scendere; poi scesi anch’io e parcheggiai la moto in cavalletta. Mi accesi una sigaretta continuando a imprecare.
«Che facciamo?» Chiese lei.
«Aspettiamo che si raffreddi il motore, e poi vediamo se riparte. Se non si è rotto nulla forse riparte.»
« E se non riparte?»
«Se non riparte siamo nella merda!»
Quella frase, così volutamente volgare, così vagamente offensiva, sottendeva una velata minaccia e una accusa imprecisata. E rescindeva forse, quella specie di contratto non scritto, quella promessa estorta sì, ma di cui per un solo secondo, avevo assaporato il gusto. Per un secondo, ero stato contento.
«Senti Alessandro, non è mica colpa mia he!»
“«Certo che no» Le dissi senza guardarla negli occhi. «Come può essere colpa tua?»
Le automobili sfrecciavano indifferenti e vicine, sulla regionale 104, la strada del mare. Una strada che avevo sempre amato. Era la strada della festa, della spensieratezza.
Guardavo la mia moto ferita, forse morente. E guardavo Rosa che si aggirava poco più in là, cercando dei fiori, come spesso faceva.
Come sempre, indossava dei jeans piuttosto stretti e una maglietta bianca. La vedevo di schiena e si, pensai: ha il culo grosso!
La moto fortunatamente ripartì, anche se la sua morte era ormai preannunciata. Lasciai entrambe qualche tempo dopo, con un cinismo che non era davvero mio, ma che evidenziava invece, la mia estrema debolezza. Abbandonai la Gilera tra i rottami agricoli nel portico di una cascina di campagna, con la biella orrendamente tranciata che sporgeva dalla coppa dell’olio squarciata. E lasciai Rosa.
Non ricordo se le telefonai a casa o se glielo comunicai a voce, magari distogliendo lo sguardo dai suoi occhi verdi. Ricordo: lacrime. Le sue e, incomprensibilmente, anche mie.
So che ora mi emoziona anche solo immaginare quella scena, che forse non è mai stata recitata. Soprattutto perché ora conosco il futuro che a entrambi era riservato.
Ironia del destino. Non pronunciai mai più quelle parole fatali, “ti amo”, per quasi quarant’anni. E quando ciò avvenne, ero ancora seduto sopra a un mezzo con due ruote. Era uno scooter e... il motore era prudentemente spento.
Capitolo 14 Gina
Per una sorta di incomprensibile masochismo, la mia mente amplifica certi ricordi, come volesse rendere più clamorosi e imperdonabili certi sbagli che ho commesso. E al contrario, ne minimizza altri per rendere poco importanti quelle scelte che invece si sono rivelate giuste. Così mi capita a volte, di scoprire che certi avvenimenti che ricordo come una serie di eventi tutti uguali succedutisi nel corso di un lungo lasso di tempo, si riferiscano in realtà a quello che fu un singolo evento. L’evento singolo diventa allora, addirittura un “periodo”.
Per esempio: c’è nel mio animo un ricordo particolare che mi ha sempre tormentato, una cosa brutta che ho fatto da bambino, un’azione deprecabile di cui mi sono sempre sentito colpevole. E ho memoria che quel “crimine”, l’avrei commesso un numero imprecisato di volte. Ma pensandoci bene ora, quasi sicuramente si tratta di un singolo, isolato episodio.
L’estate successiva alla morte di mio padre, andavo spesso a fare il bagno in una cava abbandonata, insieme gli amici della mia età. Pur nella nostra infantile incoscienza, ci rendevamo conto tutti quanti che non era la cosa più sicura del mondo e di fatto, in quel laghetto dalle profondità oscure e sconosciute, di bambini piccoli non se ne vedevano.
Ecco, il ricordo di una colpa imperdonabile: io che scappo con la bici insieme agli amici, per impedire che il mio fratellino più piccolo, Cristiano, ci seguisse. E l’immagine che mi ferisce ancor oggi quando la evoco, è quella di lui che ci insegue a piedi piangendo. E poi ecco che ancora lo vedo, quando desiste e rimane solo, sotto il sole d’agosto, in quel cortile deserto. Come ho potuto commettere una simile mostruosità?
Certo è un ricordo che ancora mi tormenta e non mi capacito di aver lasciato da solo il mio fratellino più piccolo in quel grande cortile deserto. Ma il fatto stesso di ricordare di essermi voltato avrebbe dovuto definire quel ricordo per quel che è stato: singolo.
Invece, per tutta la vita, ogni volta che lo ricordavo, quel giorno era diventato una quantità indefinita di giorni. Giorni fatali in cui io ho fatto quella cosa abominevole. Una stagione intera. Forse due.
Ora, dopo aver lasciato Rosa, mi affannavo a seppellire in tutti i modi possibili la consapevolezza che lei soffriva per causa mia. Con un vero malessere fisico, distoglievo lo sguardo dall’immagine delle sue lacrime. E senza saperlo, depositavo nel profondo del mio animo il peso di un altro senso di colpa.
Con tutto ciò, ecco che interviene nella mia vita un altro episodio presumibilmente singolo, che subito viene trasformato dalla mia mente in un “periodo”. Una sera come sempre uscii di casa e andai al bar. Era una sera come tante, e io andavo in quel pessimo bar, per stare con gli amici, per distrarmi. Ma gli amici, dopo il caffè, se ne andarono tutti alla spicciolata, ognuno dalla propria morosa, o chissà dove.
Rimasi praticamente da solo. E un vecchio che passava tutte le sue serate in quel locale, mi propose di giocare a carte.
Ecco, la descrizione di una serata anonima, come tante. Io che gioco a scopa con un vecchio, in un bar semideserto.
Più tardi esco e mi siedo fuori, a guardare le macchine che passano. Fumo una sigaretta, poi un’altra.
La sera si consuma e rimango lì, col mio odiato nome, con il mio poco gradevole aspetto, con la mia povertà, clamorosamente evidente nella macchina parcheggiata lì di fronte: la mia vecchia, arrugginita cinquecento. E l’angoscia che mi dava sapere che il giorno dopo mi aspettava un deprimente capannone pieno di gente rustica. La segatura e la polvere, il rumore infernale delle macchine e le bestemmie feroci degli uomini.
Ho pensato di essere stato un idiota, ho pensato che non mi sarebbe più ricapitata una ragazza come Rosa. Ho pensato che non mi sarebbe più capitata nessun’altra ragazza. E non avevo ancora vent’anni!
Un singolo episodio, una singola, triste serata e tutto diventa gigantesco, angosciante. E nella mia memoria quella serata diventa una stagione di serate tutte uguali: tristi, disperate.
Ma la solitudine, anche quando sembra apparire all’improvviso e accidentalmente, in realtà è sempre stata presente nella mia vita.
Temevo di aver commesso un grave errore a lasciare così frettolosamente Rosa. Anche se non sapevo bene perché.
Promettevo a me stesso, semmai ne avessi avuto l’occasione, di essere più cauto, più prudente. Dovevo stare più attento in futuro e pensarci bene, prima di prendere una decisione.
Non pensavo che la mia prossima morosa, se mai fosse apparsa, avrebbe dovuto superare la valutazione critica del mondo che mi stava intorno, a prescindere dalla prerogativa essenziale che piacesse a me.
Del resto, il mondo mi diceva che l’amore è un concetto astratto. Cose da ricchi, cose per le mezze seghe. Esistono i bei culetti, le belle tette, forse un bel paio d’occhi ecco, ma già questa era una cosa su cui c‘era poco da disquisire. E comunque io, in fondo volevo convincermi che con Rosa avevo preso un abbaglio. Che di lei mi erano piaciuti gli occhi e poco altro. Forse quel suo modo curioso di fare, di essere.
Ma si, una ragazza che non parla il dialetto, una che si atteggia da intellettuale, una un po’ boriosa; un po’ snob.
Evidentemente non era davvero per me. E poi... quel sedere ingombrante.
E poi lei, pensandoci, tra l’altro aveva anche quel modo bizzarro di baciare senza usare la lingua.
Questa cosa non l’avevo detta a nessuno, figuriamoci cosa avrebbero detto gli amici!
Mi capitò proprio in quel periodo, di andare per una breve trasferta di lavoro di due giorni, in una località in provincia di Novara. Eravamo in due, e dovevamo montare l’arredamento del piccolo bar di un albergo.
E lì, lavorando in quel bar, conobbi una ragazza.
Lei lavorava come cameriera nell’albergo, e in quel frangente aveva l’incarico di seguire noi operai per le varie necessità che potevamo avere, come procurarci quelle piccole cose di cui avessimo avuto bisogno, prepararci un caffè, pulire dalla polvere ecc.
Si chiamava Luigina, ma tutti la chiamavano Gina. (piccola bandierina rossa su questo nome)
Due giorni, si trattava solo due giorni. Il lavoro era semplice, c’erano solo il banco-bar e il retro. Il giorno dopo avremmo sicuramente finito e saremmo perciò tornati a casa.
Per quell’unica notte di permanenza, i proprietari dell’ambiente ci avevano riservato una camera dell’albergo.
Dopo il lavoro e dopo una cena nel ristorante annesso, dove tra l’altro Gina ci aveva serviti, le chiesi di uscire con me per una passeggiata.
Non ricordo nulla di quella passeggiata, forse ero distratto e non pensavo che fosse un momento “speciale” della mia vita. Non ricordo le strade di quel piccolo paese, non ricordo le persone che abbiamo incrociato, o se avevo visto una casa che m’era piaciuta, o un albero dalla forma curiosa. Ricordo solo che abbiamo camminato a lungo, e che abbiamo parlato, tanto.
Cosa le posso aver mai detto? Forse le ho raccontato la mia infelice infanzia? Non lo so, immagino di si.
Ma anche lei mi parlò molto, forse anche più di me. E già questo, ovviamente, era più che sufficiente perché io fossi spaventosamente attratto da quella ragazza. Forse lei era consapevole di quello che stava determinando dentro il mio animo, ma questo lo penso solo ora. Perché mi fu chiaro solo in seguito che lei sapeva molte cose.
Tornammo tardi e ci soffermammo sul terrazzo dell’hotel, seduti su di una poltroncina a dondolo. E su quel dondolo, quasi subito ci baciammo.
Luigina, detta Gina baciava bene. Ed io ero già in paradiso.
Anche lei dormiva in una camera nell’albergo, perché casa sua era lontana. L’accompagnai fin sulla porta, la sua camera dava sul terrazzo. Un ultimo bacio, poi lei entrò e la porta si chiuse.
Ma la chiave non girò nella toppa.
Rimasi lì, in piedi, per un tempo indeterminato. Finché, con molta esitazione e col cuore in gola, girai la maniglia e la porta si aprì.
Era distesa sul letto a pancia in giù, si era tolta solo le scarpe. Mi sentì entrare e si girò. In silenzio mi adagiai su di lei delicatamente, senza foga, lentamente, trattenendo il fuoco che divampava dentro di me. Perché la notte era silenziosa e io ancora ero seduto sul muretto dell’aia, a guardare me stesso in quel tempo dilatato, recitare il ruolo dell’amante sublime.
Passammo tutto il resto della notte abbracciati in quel letto, nudi.
Ma la verità è che la mia sofisticata “arte” amatoria si era esaurita dopo pochi minuti.
Ero stato perfetto fino a quel punto (me lo disse lei dopo); ero stato davvero sublime. Ma poi emerse la verità: che io avevo già raggiunto la “soddisfazione” dopo pochi secondi e non sapevo più cos’altro fare.
Quello era un confine che non avevo mai superato, un territorio mai esplorato. Ero vergine.
E lei, che invece aveva qualche anno più di me ed era molto esperta, dopo l’iniziale sorpresa, mi insegnò il complesso gioco dell’amore.
Ma in certi frangenti ahimè, ero goffo come un bambino, in certi altri, mi faceva anche male. Il paradiso si trasformò in una specie di supplizio.
Mi vergognai come un ladro. Come quando l’insegnante di italiano mi mandava in bagno a pettinarmi.
Alla fine, non ci restava che: parlare. Nudi, abbracciati in un letto.
Lei mi consolò, e mi disse di non preoccuparmi, che la vita mi avrebbe ben presto insegnato ogni cosa, come capita a tutti.
Quando tornai nella camera dove dormiva il mio collega era l’alba. Non accesi la luce della camera e nel buio cercai di coricarmi senza far rumore. Ma lui era già sveglio, e la sua voce risuonò nell’oscurità. «Puoi pure accendere la luce, che tanto sono sveglio.»
Del resto, ormai era ora di scendere per riprendere il lavoro.
Rideva sotto i baffi e ghignava, il mio collega, un falegname solo di qualche anno più anziano di me, ma dalla mentalità di un uomo molto più “vecchia maniera”.
Voleva sapere qualche dettaglio, ma io glissai le sue domande e anzi, lo pregai di non fare pubblicità alla cosa, una volta tornati in azienda.
E questa cosa signori, determinò un mastodontico equivoco: il mio atteggiamento, così riservato e poco eccitato, era dovuto naturalmente all’imbarazzo che avevo sperimentato quella notte, il mio collega ebbe tutt’altra impressione. Glielo leggevo chiaramente in faccia, subito dopo avergli detto di non dire niente a casa. Annuì con la testa, mentre diceva un accomodante «va bene». Ma i suoi occhi sprizzavano una ammirazione assoluta e devota. Mi guadagnai insomma, la sua sempiterna adorazione, perché da quel giorno lui mi vedeva come una specie di divinità. Si convinse che io ero un grandissimo seduttore e non avevo bisogno di pavoneggiarmi esibendo in pubblico le mie conquiste. Che sicuramente, avrà pensato, dovevano essere innumerevoli.
Beh signori, scusatemi, ma questo gliel’ho lasciato credere.
La verità era ben diversa e, manco a dirlo, al ritorno ero completamente e perdutamente innamorato di Gina.
Ovviamente, questo “grande” amore non durò molto, giusto il tempo di scriverle un paio di lettere grondanti amore e promesse deliranti.
Mentre rievoco questa effimera parentesi della mia vita e quella fulminea “avventura” con Gina, sento girare intorno a me come una giostra una domanda: perché non ci sono mai tornato da quella ragazza? Mai, nemmeno una volta.
Una voce rauca, quasi rabbiosa, ringhia dentro di me digrignando le parole: erano troppi duecento chilometri, razza di imbecille?
Ora ci andrei anche a piedi.
Capitolo 15 Elena
A quel tempo, verso la metà degli anni Settanta, l’economia della mia famiglia si era abbastanza assestata, con i due stipendi che entravano in cassa, senza contare i molti extra che percepivo. Non eravamo certo ricchi, e molte cose che erano nelle possibilità della famiglia media italiana, per noi erano ancora fuori portata.
Ebbene, nell’estate del settantasei, per la prima volta, la nostra famiglia al completo, si concesse una vacanza al mare. Così, a bordo della mia prima macchina, una derelitta Cinquecento blu, signori, andai al mare.
Due settimane a Jesolo Lido, in un monolocale in affitto, con mia madre e i miei fratelli.
Fu una vacanza collettiva per la verità, insieme con zii e cugini a bordo di quattro macchine, in una specie di convoglio familiare.
Sulla mia scassata Cinquecento eravamo in tre, tre giovani pieni di belle speranze: io, mio fratello Giacomo e quella cugina che mi aveva fatto conoscere Rosa.
Viaggiare in autostrada sulla Cinquecento non era certo il massimo del confort, ma c’era una bella atmosfera festosa. Anche se non mi arrischiavo a superare i novanta all’ora, per il timore di fondere il motore, la Cinquecento era comunque molto rumorosa e il mangianastri a pile col volume troppo alto, distorceva atrocemente “Led Zeppelin1”.
Mamma era in macchina con sua sorella, la zia Delia (Crudelia).
Ma eccoci, oltre la foschia della mia memoria lacunosa, seduti sugli asciugamani nell’affollata spiaggia di Jesolo Lido, io e mia cugina. Abitualmente io e lei ci allontanavamo un pò dal chiassoso gruppo famigliare, perché eravamo coetanei, e c’era naturalmente un certo spirito di complicità tra di noi. Avevamo gli stessi umori, gli stessi “appetiti” e magari, chi lo sa, gli stessi problemi. Lei però era molto più esuberante di me e a pensarci bene, era anche molto bella; di una bellezza decisamente “mediterranea”. Castana di occhi e di capelli, fisico asciutto e seno prorompente, esaltato da un audace bikini leopardato.
«Devi trovarti una morosa Alessandro» Mi disse, mentre scrutava tra la folla dei bagnanti in cerca di “bersagli”.
Lei sapeva bene che la mia storia con Rosa era finita da poco; anche se non le avevo parlato della mia disavventura con Gina.
«Devi trovarti una morosa...»
«Ma figurati, dai...»
E’ incredibile! Mia cugina, colei che mi aveva fatto conoscere Rosa, ora diventava inconsapevolmente protagonista di un altro evento “storico” della mia vita sentimentale.
« Ehi, guarda là.» Disse all’improvviso. Guardai nella direzione che lei indicava col dito, e vidi quasi subito, tra la folla di corpi seminudi, una biondina. Era seduta placidamente su uno sdraio all’ombra di uno dei tanti ombrelloni tutti uguali. Un festone di capelli lunghi, lisci e biondi, racchiudeva un viso dolce, delicato. Un paio di grossi occhiali scuri celavano il suo sguardo, che era certamente assorbito dal libro che teneva in grembo. L’immancabile bikini, di un verde vivace, rendeva quella figura un inno alla giovinezza, conclamata da due gambe affusolate, lunghissime, rigorosamente accavallate. Era insomma, una immagine di “perfezione”, dove tutte le cose erano al loro posto e tutte delle giuste forme e dimensioni.
«Beh, carina.» Dissi, fingendo una annoiata indifferenza.
«Carina? Ma che dici? Ề bellissima!» E mi diede una manata sulla spalla.
Mia cugina ideò subito un piano perché io approcciassi la biondina con un astuto stratagemma; quella ragazza non era sola, c’era un’altra ragazza con lei, seduta su uno sdraio vicino, sotto lo stesso ombrellone. Buffo, non l’avevo notata. Era una ragazza meno vistosa, una brunetta dai capelli corti, un po’ ricci e, anche se da seduta non si notava molto, non doveva avere un fisico molto snello. L’idea di mia cugina era che io abbordassi la brunetta, per poi arrivare ovviamente alla biondina.
«Ora noi fingiamo di giocare con la palla, poi io fingo di sbagliare e la tiro là vicino a loro e tu vai a prenderla.»
«Ma per favore! No dai.»
«Si, si, si dai, giochiamo, giochiamo.»
Mia cugina, ora che ripenso a lei, e a com’era in quegli anni, mi ricordo di quanto era piena di vita, di ottimismo e di belle speranze. Non che sia passata a miglior vita, ma certo ora di ottimismo e di belle speranze non se ne vede più alcuna traccia in lei. Ề triste vedere come la vita spesso consumi ogni energia nell’animo delle persone, con un continuo, lento stillicidio di piccole e grandi delusioni e disincanti.
Quel giorno mia cugina era piena di entusiasmo, mentre si divertiva a “telecomandare” per gioco un maschio, in quella che era la prerogativa principale dei maschi: dare la caccia alle femmine. Escogitò lei, al posto mio, quel piano strategico secondo cui io col suo aiuto e con una palla, avrei dovuto abbordare quella “solo” un po’ carina, per poi arrivare alla biondina tutta pepe. E io con la riluttanza che mi era data dalla scarsa fiducia che riponevo nei miei mezzi, accettai.
La palla rotolò: “ops!”
Andai a prenderla. Poi, come uno dei memorabili personaggi di Verdone, con la palla in mano e l’espressione da idiota farfugliai la più banale delle frasi: «Ciao. Cosa leggi di bello?»
La brunetta abbassò gli occhiali scuri sul naso e mi guardò. Abbozzò un mezzo sorrisetto, a metà tra il divertito e un bonario compatimento.
«Si chiama libro.» Disse mostrandomelo. «Sai, è’ un pacco di pagine con tutte parole scritte.»
Ora lo so, che era in momenti come quello, che riuscivo senza volerlo a fare breccia nei cuori delle poche donne a cui sono piaciuto. Lei già sapeva cosa stavo facendo e probabilmente aveva notato già da tempo che confabulavamo io e mia cugina, e che spesso guardavamo nella sua direzione. Lei aveva capito tutto ovviamente, e trovava la situazione divertente. Forse immaginava persino che la vera meta del mio goffo approccio, era la sua amica. Mi dispiace di non averle mai chiesto questo dettaglio in seguito, ma del resto, sono così tante le cose di cui mi rammarico, anche in riferimento a Elena.
Si chiamava Elena appunto, e la conquistai evidentemente fin da subito, proprio perché colse il mio impaccio, la mia goffaggine, in una parola: la mia debolezza. Potrei dire, se fossi stato un astuto conquistatore di cuori femminili, che la miglior tattica con le ragazze è dimostrarsi fragili e gentili.
Ma ovviamente, la mia non era certo una tattica, e comunque, anche se non per mia natura ma per il tacito plagio (anche da remoto) delle leggi del branco, la mia “preda” non era lei, ma la sua amica.
Invece, mi trovai ad essere io stesso una preda, e della ragazza che non pensavo.
Non so quanto ci impiegai a innamorarmi di lei, forse solo pochi secondi. Forse già con quella battuta del libro, e sentendo quella sua voce particolare, con quell’accento inconfondibilmente vicentino. M’innamorai di lei in cinque secondi, il tempo di quella stupida frase, e del successivo, provocatorio sorrisetto impudente. Sicuramente mi ci vollero solo pochi minuti poi, per dimenticare totalmente il “piano” di mia cugina. A proposito, «...ti presento mia cugina. Sai, siamo qui in vacanza con le nostre famiglie.»
«Accoccolati ad ascoltare il mare, quanto tempo siamo stati senza fiatare...»
Combinazione quell’anno Claudio Baglioni, sembrava avesse scritto quella canzone apposta per me. Ma chissà quanti giovani cuori italiani di quel tempo hanno avuto la stessa sensazione.
E perché mai ora, dovrei pensare che quella mia avventura balneare di gioventù, sia stata in qualche modo speciale, o più bella, o più profonda di tutte le avventure balneari che fioriscono ogni estate sulle spiagge?
Forse perché non è stata davvero una semplice avventura, o almeno non lo fu per me. Certo io ed Elena abbiamo fatto le cose che tutti gli innamorati occasionali fanno: lunghe passeggiate, interminabili chiacchierate e giochetti infantili da spiaggia. Gelati e bagni nell’acqua torbida del mare super affollato. Quindi cos’ho da raccontare che non sia già stato raccontato mille altre volte?
Ho trascorso ore e ore con una ragazza che si chiamava Elena, che...
“Era bella, era bella, era bella; quella donna era bella per me”, tanto per citare un’altra canzone di quegli anni. E anche questo ormai, era una consuetudine del mio animo: vedere improvvisamente e inaspettatamente la bellezza, dove era celata. E c’era la sorpresa, la meraviglia. La meraviglia di dialogare, di chiacchierare, con un senso fisico di leggerezza, quasi un volare, una specie di beatitudine fatata.
Ma, l’altra, la biondina dai capelli lunghi, dov’era? Come si chiamava?
Elena mi guardava negli occhi, un po’ come faceva Rosa, ma quelli erano occhi...vicentini. Era uno sguardo familiare, come l’avessi conosciuto da sempre, e che mi dava il senso in qualche modo di “casa mia”.
O forse, era solo il fatto che a Jesolo, il branco non c’era, era lontano, ero libero.
Lei non finiva mai di farmi domande e io le parlavo di me, della mia vita. Era come se le interessasse tutto di me, era come... se fosse stata innamorata di me. Provavo un piacere quasi sovrumano, a stare con lei, una beatitudine semplice, come l’acqua fresca di sorgente. Una confidenza totale, che non avevo mai sperimentato, nemmeno con Rosa. E di conseguenza, non mi sentivo più solo. Lei aveva azionato il pulsante “giusto” nella mia testa, anche se non credo che ne fosse consapevole. Era per il suo modo di fare, di essere, che mi aveva stregato. Il suono della sua voce, la curiosità che sembrava avere per ogni cosa. Potrei scrivere cento pagine a riguardo, ma so che non riuscirei a spiegare ciò che provavo. Forse è solo una questione di chimica, o forse, direbbe qualcuno: è semplicemente amore, e non c’è nessun’altra spiegazione logica.
Ovviamente non le ho detto apertamente che l’amavo, né lei lo ha detto a me; ma quel giorno d’Agosto a Jesolo Lido, scrivendo sulla sabbia con un dito le parole di un gioco, in un modo dolce e sobrio, l’amore ce lo siamo comunicato.
Poi, durante una passeggiata sulla riva del mare, le misi il braccio intorno alle spalle e ci scambiammo un bacetto appena accennato. Ecco, cosa c’era di speciale in quella avventura balneare: che le diedi solo un bacetto.
La sua amica, non so nemmeno come si chiamava, Elena me l’aveva presentata, certo; lo stesso giorno in cui sono andato a prendere quella palla. Ma io non l’ho nemmeno vista, e ora non ricordo nemmeno il suo nome.
Ecco cosa c’è di speciale: una folgorazione istantanea, e io sono rimasto come lo scemo personaggio di Verdone, con la palla in mano, senza sapere cosa fare, cosa dire.
Ed ero in piedi ancora, quando una notte l’accompagnai a casa dopo una giornata insieme, e lei si fermò e si sedette sui gradini della scala laterale di casa. Dato che rimanevo in piedi come uno stupido, lei, con sorriso di velluto, mi prese una mano e mi trascinò giù dolcemente. E mi baciò. Un bacio vero, appassionato, un bacio d’amore, dolce come il miele. E poi un altro e un altro ancora...
Le toccai persino un seno, in quella tempesta di baci, e la guardai timorosamente negli occhi, come per chiedere il permesso. E lei, con un altro sorriso beato, appoggiò ancora le sue labbra alle mie.
Oh Elena baciava bene, certo. Con la lingua e tutto il resto. Ma passarono quarant’anni, prima che io provassi ancora una emozione simile.
Ora, ricordando quel tempo, penso che non sarei più dovuto tornare al paese; solo così mi sarei potuto salvare. E invece, alla fine cercai pedissequamente la biondina dai capelli lunghi, anche se non era l’amica di Elena, ma un’altra.
Non sarei dovuto tornare, ma c’era la stagione grigia in arrivo, e il vecchio al bar che mi aspettava per giocare a carte.
Elena viveva lontano, a Bassano; un viaggio troppo lungo per la mia povera Cinquecento.
Ci andai comunque, e anche Bassano ci vide, come due teneri innamorati, passeggiare lungo il Brenta. Parlammo ancora e ci dicemmo un altro milione di cose, davanti a un caffè, una serata in discoteca, una visita alla sua amica. Ma arrivò presto l’inverno, con il freddo e le nebbie. Il nostro amore cominciava ad apparirmi precario, tenuto in vita artificialmente. Era il normale “decorso” di tutti gli amori balneari? Non lo sapevo.
Simile alla nuvoletta malefica di Fantozzi, potrei dire che un banco di nebbia permanente mi seguisse, mentre percorrevo la strada ai novanta all’ora con la mia cinquecento blu, superato impietosamente da ogni veicolo che percorresse la statale Padova - Bassano. Ovviamente non era così, ma nel ricordo ormai diluito di quei brevi viaggi, sembra che il sole non ci fosse mai.
E quanti furono poi, quei viaggi faticosi, non saprei dirlo ora con precisione, forse una mezza dozzina. Ci andai un’ultima volta alla fine, per dirle dei miei molti dubbi, quasi a voler chiedere a lei, cosa fare. Avevo conosciuto a Padova, una biondina dai capelli lunghi, questa è l’ironia.
Elena mi disse «va bene, è giusto, non poteva durare...» E mi disse “addio”, senza rancore, senza clamore. Forse lei lo voleva più di quanto immaginassi, a quel punto. E io piansi. Piansi senza ritegno, senza controllo, senza vergogna.
La verità è che andavo a Bassano ogni domenica, e durante la settimana poi, vivevo in una specie di limbo angosciante, dove c’era sempre quella sensazione di disagio e d’incertezza: quanto sarei potuto andare avanti così? Non credo di aver mai nemmeno pensato, che avrei potuto andarmene a vivere vicino a lei, se non insieme a lei. Non avevo ancora vent’anni ed ero ancora la principale fonte di reddito della mia famiglia. Ero stato esentato dal servizio militare, proprio per questo.
E poi c’erano le serate al bar, deprimenti e monotone. Smettere di andarci e fare qualcosa di meglio?
Fra gli amici del bar, intanto, s’era già sparsa la voce che io avevo una ragazza di Vicenza e che quella ragazza... era così-così.
Ora rimpiango di non essere stato capace di infischiarmene degli amici, del paese, e di tutto il mondo. Rimpiango di aver patito così tanto per le opinioni o le impressioni di quei quattro gatti spelacchiati del bar. Me la prendevo molto a cuore invece, e soffrivo silenziosamente, mi tormentavo per non lasciar trasparire la mia debolezza, la mia povertà e la fragilità del mio carattere.
Ora sento ancora la tentazione di mistificare questa innegabile verità. Sono tentato di scrivere cose diverse e di cercare motivi, giustificazioni, attenuanti. Ma non ci sono giustificazioni, giusto forse qualche attenuante. Quello che ho fatto nella vita, come ho vissuto e come ancora vivo, sono il riflesso della persona che ero a quel tempo. Quindi sono qui a parlare ora, delle contraddizioni del mio passato, come se non mi appartenessero.
Proprio in quel periodo, tanto per restare in tema, avevo per così dire eletto tra gli amici, il mio “migliore amico”: Vittorio.
E in questo magari, se vogliamo non ci sarebbe niente da ridire, e non fosse per il fatto che anche nel campo dell’amicizia, come in quello dell’amore, o in qualsiasi contesto della mia vita, ho vissuto condizionato da fattori esterni.
Vittorio, uno del cosiddetto “branco”, era forse il più malfamato, il più cattivo, il più inquietante. Alto e magro, capelli lunghi e ricci che formavano una specie di cespuglio alla maniera di Jimi Hendrix, già dall’aspetto incuteva un certo timore. Ma poi era soprattutto la sua natura, il suo carattere ribelle e violento, egocentrico e spudoratamente vanitoso, che suscitavano in me una ammirazione incondizionata. Era insomma il mio mito, ciò che credevo di voler essere: un uomo rispettato. Rispettato perché temuto.
Vittorio non parlava e non si comportava mai normalmente, in ogni cosa che faceva o che diceva, c’era sempre insita una provocazione, una ribellione rabbiosa verso il mondo intero. E anche nel suo stravagante modo di vestire, si rifletteva la sua natura trasgressiva; riusciva sempre a reperire chissà dove, cose da indossare che nessuno aveva: giubbotti militari, camicie dai colori improponibili, vistosissime bretelle, maglie di due taglie più grandi. Era fondamentale per lui, essere comunque sempre diverso.
Oh, era originale, questo è innegabile. Ed era questa la cosa che più mi piaceva di lui: sapeva dare un senso, anche se decisamente delirante, alla quotidianità. Credo che, per lui, la cosa da evitare come la peggiore delle malattie, fosse la noia. Anche se, per sconfiggere la noia lui concepiva un solo modo: provare emozioni intense e scariche continue di adrenalina. Non dirò di quali abominevoli imprese, insieme ci siamo “macchiati”, lui come leader e io come discepolo. Lascio immaginare, precisando comunque che un limite alle nostre bravate, ce l’avevamo ben piantato nell’inconscio e al confronto coi ragazzi di oggi, noi eravamo dei teppistelli da quattro soldi, al limite di una candida innocenza.
Del resto, anche se a vederlo sembrava una specie di brutto ceffo sempre pronto alla rissa, io non l’ho mai visto picchiarsi con nessuno. E comunque, invecchiando, alla fine anche lui ha alzato bandiera bianca e si è per così dire, adeguato al “sistema”. Il suo abbigliamento è diventato di “firma”, o al limite di “marca”. E a parte il suo rapporto con le donne, sempre tempestoso e inquieto, tutti i suoi eccessi sono gradualmente scomparsi.
Rinnego tutto ovviamente, di quel breve periodo, a volte persino il fatto stesso di essere diventato suo amico. Ma devo dire che comunque ho acquisito qualcosa di fondamentale da lui: una sia pur relativa fiducia in me stesso. Perché spesso, avevo la sensazione che lui anche, subisse un certo influsso da parte mia. Non so, forse anche lui era attratto da qualcosa che era in me.
Comunque, è chiaro che se non lo avessi mai conosciuto, non so se quando sarei riuscito a scrostarmi di dosso la mia patologica, claustrofobica timidezza. E in questo senso, devo dire che conservo anche dei ricordi gradevoli. Come quando andavamo al cinema in centro all’ultima proiezione della notte, e ci capitava di camminare da soli, nella nebbia, in una Padova deserta e lucida d’umidità.
Ricordo, mani in tasca, baveri rialzati; il rumore dei nostri passi nella notte e, anche se lui appunto era sempre imprevedibile, a volte lo era proprio nello stare zitto ad ascoltare le mie confidenze.
Fu proprio lui, Vittorio, che un sabato sera al bar mi chiese se l’indomani sarei andato dalla... “bassona”.
La “bassona”… la mia Elena... di Bassano.
Quella parola, pronunciata dal mio migliore amico, si depositò nella mia coscienza come un'incudine di due quintali. Era una parola cattiva, sarcastica, che acuiva in me uno stato d’ansia sottile. E subito prendeva corpo nel mio animo la tentazione di rinunciare alla lotta.
Ma quale lotta?
Sono sicuro che c’era una parte di me che avrebbe voluto reagire. Sarcasmo contro sarcasmo, un’arma di cui ero provvisto e che ormai sapevo usare bene, quando occorreva. Oppure, guardare in faccia la realtà, pormi la domanda delle domande e arrivare all’ovvia risposta: ero innamorato di Elena?
Si, l’amavo; l’amavo senza freni, senza ombre. Perché mi piaceva tutto di lei, compreso il suo aspetto, e con lei stavo bene come non ero mai stato in vita mia.
E conseguentemente, avessi avuto la forza di guardarmi davvero allo specchio: domandarmi quanto mi piacevano i miei amici. Quanto stavo bene con loro?
Naturalmente, niente di tutto questo avvenne. Con la coda tra le gambe, come un cane con molti padroni, dissi solo che si, l’indomani sarei andato a Bassano.
Scacciai come si fa con un moscerino davanti agli occhi, quella parte di me che aveva solo sussurrato semplicemente la verità, e cominciai a cercare una via più: comoda. Vile, ma comoda.
Si trattava solo di fare chiarezza. Dopo tutto non ero affatto sicuro che Elena provasse per me le stesse emozioni e sensazioni che provavo io. Forse lei non era pronta, o convinta, che un piccolo, fugace flirt balneare potesse diventare una cosa più impegnativa.
Forse, anzi, probabilmente ne aveva avuti anche altri, l’anno prima, e quello prima ancora. Per quel poco che mi aveva conosciuto, ammesso che le sia piaciuto davvero, non ero comunque il tipo di maschio rassicurante in una prospettiva futura. Innocuo e gentile si, persino poetico; ma certo poco concreto, poco affidabile.
Insomma: dubbi, dubbi, dubbi. E poi, la distanza!
Eh Bassano è così lontana! Quasi in Siberia.
Capitolo 16 Marito e moglie
Ricordate a questo punto, signori, la biondina dai capelli lunghi?
Ho conosciuto una ragazza a Padova …
La biondina dai capelli lunghi e lisci è di Padova, e si chiama Laura. E di nuovo entra in gioco mia cugina, ancora lei!
Mi disse un giorno, mia cugina, che un’amica sua vicina di casa, le aveva chiesto informazioni su di me: come mi chiamavo, di dove ero. Mi aveva visto qualche volta lì in giro e aveva saputo che ero suo cugino.
« Secondo me le piaci». Disse mia cugina, con un sorrisetto impertinente.
E’ passato tanto tempo e i ricordi sono diluiti, confusi. Tutti i ricordi, non solo quelli riguardanti lei.
Sapevo dove trovarla, quella ragazza, si sedeva anche lei su un muretto, nelle sere d’estate, insieme alle amiche. Così una sera mi presentai...
Immagino. Perché non ricordo nulla di quel primo approccio, ma potrei dire sintetizzando con un po’ di ironia, che schioccai le dita e lei fu subito mia. Senza se e senza ma, incondizionatamente. Evidentemente mia cugina aveva visto giusto ancora una volta, e io mi sentii in quel momento un leone.
I suoi lunghi capelli biondi, le sue gambe vertiginose e il suo visetto da gazzella impaurita, mi attirarono come un fiore profumato attira un’ape.
L’accompagnai a casa dopo una passeggiata, e sul portoncino di casa, col banale stratagemma delle chiavi sottratte, l’attirai a me e la baciai.
Molti anni dopo, scherzando in società su questo episodio, dicevo che quando aprii gli occhi dopo averla baciata, mi trovai un sacerdote diritto in piedi davanti a me. E prima che io superassi la sorpresa, lui dichiarò solennemente: «vi dichiaro marito e moglie.»
Comunque, in realtà le cose andarono come dovevano andare, come sempre succede nelle vicende del corteggiamento. Appuntamento per la sera successiva, e poi per quella dopo. Poi una domenica, e un’altra. I baci diventarono ben presto qualcosa di più, e in men che non si dica, seppellii la “faccenda” di Bassano. Nascondendo al mondo intero, ma soprattutto a me stesso e con una rapidità sorprendente, che a Bassano… avevo pianto come un bambino.
Caso mai dimenticaste, signori, la misura della mia stupidità: mi affrettai appena possibile ad andare a mostrare la mia “preda” agli amici. Ottenendo la loro convinta approvazione: «Wow, che gambe! Che gnocca!»
Ero felice? Mi convinsi di sì.
Ricordo serate passate sul divano di casa sua, mentre il vecchio del bar faceva un solitario con le carte.
E poi audaci attività sessuali, quando i genitori di lei andavano a dormire. Ricordo sigarette fumate poi in cucina, quando i condomini si fanno silenziosi e, ahimè improvvisamente, una sensazione sgradevole, quasi un fastidio, un presagio. La sensazione di una rete che si stringe e io che rimango incredulo a guardare me stesso che non riesco più a uscire.
«Ciao, buona notte.»
«Ciao, a domani sera.»
«No, domani sera non vengo. Passo una serata al bar, con gli amici. Sai, ogni tanto...»
«Ma no dai, vieni.»
«Beh...»
«Vieni dai, ti prego.»
«Okkei.»
Era solo un presagio all’inizio; una sensazione imprecisata, che veniva continuamente spazzata via da quelle due gambe vertiginose.
Era una specie di droga, quella ragazza semplice e fragile.
«Ciao, buona notte.»
«Ciao. Domani vieni vero?»
«Uff, si certo.»
« E ora vai a casa, vero?»
«Si; mi fermo un po’ al bar e poi vado a casa. Non è tardi.»
«Non è tardi? Allora rimani ancora un po’ qui.»
Quanto tempo passò prima del nostro primo litigio?
E come fu il primo litigio? Sanguinoso come tutti quelli che ricordo?
E quando quel visino da gazzella impaurita, divenne qualcosa di diverso, di molto diverso?
Ora, che ho capito molte cose della vita e vedo chiaramente tutto ciò che allora era per me fumoso, indistinto e contorto, capisco che anche quel primo bacio con Laura, non fu come i (pochi) “primi baci” che avevo nel bagaglio delle mie esperienze. Quel primo bacio aveva il sapore delle cose troppo facili, poco emozionanti, forse già presagio o sentore, di una trappola del destino.
E’ certo che essendo giovane, gli ormoni giocavano pur sempre un fattore importante. E baciare una bella ragazza, è sempre una cosa a cui un giovane maschio rinuncia difficilmente. Ma c’era anche chiaramente una incognita latente: baciavo una bella ragazza e avevo nell’animo un tormento che si chiamava Elena. La “bassona”, la ragazza per cui venivo crudelmente deriso dai “cari” amici del bar. Ma anche colei che mi aveva fatto assaporare uno stato d’animo assolutamente meraviglioso, anche se non avevo saputo trovare il nome vero di quella sensazione, o non avevo voluto.
Eppure era così semplice, ovvio: era l’amore. Senza la presunzione che fosse l’unico, il vero, l’eterno amore di una vita, era comunque un sentimento giovane, che avrebbe meritato di seguire il suo corso, qualunque esso fosse.
E ora, con Laura...non era la stessa cosa.
Altra cosa su cui ho riflettuto molto, è l’estrema litigiosità che subito apparve tra me e lei. Qualcuno potrebbe dire che non era poi così estrema e che noi due dopo tutto, litigavamo come tutti gli altri.
Certamente non avevo una così grande esperienza in materia di conflittualità dialettica diciamo. M’era capitato di litigare con mia madre per lo più, da quando avevo smesso di subire le sue angherie. M’era capitato con qualche collega di lavoro, con un fratello, con qualche amico, ma mai in effetti con una ragazza.
Lei non mollava, non mollava mai. Le discussioni finivano sempre con lei trionfante, con l’aria della vittima. Vincente, con l’aspetto apparente della sconfitta.
Perché lei piangeva sempre alla fine, si disperava, singhiozzava e “si strappava le vesti”. E otteneva così quello che voleva, sempre.
Questa cosa mi lasciava interdetto, furibondo e con un profondo senso di impotenza, e soprattutto, ciò che ancora oggi mi lascia incredulo, è che c’era sempre e solo un unico argomento nei nostri furiosi litigi, anche se poteva assumere sfumature diverse: ed ero io.
Io che avrei dovuto fare una cosa, io che non dovevo farne un’altra. Io che dovevo andare da lei tutte le sere della settimana; io che non dovevo andare al bar; io che non dovevo frequentare certi amici. Quali amici? Tutti!
Finché una sera, esplose il litigio dei litigi, l’episodio che avrebbe dovuto se non altro farmi aprire gli occhi.
Eravamo a casa mia, per colmo d’evidenza con mia madre spettatrice. Dovevamo andare non so dove, a qualche cena o veglione e io mi stavo vestendo in camera, mentre Laura si intratteneva con mia madre in cucina. Tra parentesi: loro due si sono amabilmente odiate fin da subito. Per colpa di nessuno. E di entrambe.
Evidentemente non poteva essere che così. Probabilmente lo sapevo da sempre che la mia futura donna, se mai ci fosse stata e chiunque fosse, non poteva che essere detestata da mia madre. Ma chissà perché, non avrei mai immaginato che la mia donna sarebbe stata una persona in grado di ricambiare l’odio così palesemente. Ma di questo, almeno di questo, non mi è mai importato molto.
Apparvi in cucina tutto bello bardato: abito grigio, camicia bianca e una elegante cravatta. Le due donne mi squadrarono e curiosamente, per una volta, si trovarono d’accordo su una cosa: stavo bene.
Bene; stavamo quasi per partire ma volli guardarmi ancora una volta allo specchio e, senza molta intenzione, provai a togliere la giacca e indossai un giubbotto di pelle nera.
Guardandomi allo specchio avevo preso la mia decisione che tutto sommato mi piacevo di più con la giacca ma, il dubbio, o chissà, un moto istintivo di ribellione mi assalì quando sentii la voce di Laura che mi diceva che era meglio la giacca.
Mi voltai e la guardai negli occhi, poi guardai quelli di mia madre che assisteva senza commentare.
«Ma no, tengo il giubbotto. Mi piaccio di più. E poi sto più comodo.»
Era una prova? Un esperimento, una sfida?
Lei non mollava, non mollava mai. Dopo mezz’ora eravamo ancora lì a discutere animatamente. E volavano parole grosse, minacce, ragionamenti deliranti, ripicche, ricatti.
Mia madre osservava il tutto, fingendo goffamente il ruolo doveroso di intermediazione di suocera e madre. Anche se comunque mal celava il suo evidente compiacimento.
Ho sempre pensato, fin dall’inizio, che Laura non fosse cattiva. Ho sempre giustificato i suoi atteggiamenti, ritenendo non privo di senso ciò che lei diceva: che era sempre per il mio bene e che lei mi voleva bene. Così come anche mia madre, in sostanza, non l’ho mai giudicata cattiva d’animo, anche lei giustificata in quanto persona troppo semplice per essere veramente cattiva. Ma proprio qui forse, sta il nocciolo di un altro equivoco, fare più o meno consciamente il paragone tra quella che sarebbe diventata mia moglie e mia madre, in quanto evidentemente era anche la moglie di mio padre.
Ovviamente in questo contesto, Laura usciva vincitrice su tutta la linea: più intelligente, più gentile e sensibile indubbiamente. Più emancipata e moderna e comunque, soprattutto più concreta e razionale. Di una cosa, infatti, ero certo: che con lei se non altro non avrei mai avuto problemi di gestione pratica della vita. Perché lei ce l’aveva scritto in fronte, che era una formichina industriosa.
Ề certo quindi, che Laura, e forse anche mia madre, avessero se non altro la convinzione interiore di agire per un alto, personale concetto di “bene”. Nonostante in svariate occasioni e sempre in modo goffo e confuso, io avessi poi tentato di lasciare Laura, finivo sempre per arrendermi al devastante spettacolo del suo pianto. Di fatto, ben presto mi trovai davvero davanti a un sacerdote. E incredibilmente ascoltai il suo solenne annuncio: vi dichiaro marito e moglie.
Già durante quel fidanzamento, tra l’altro mai dichiarato ufficialmente, cessò ogni mio contatto con tutti gli amici, compreso quello con Vittorio. E frugando tra i ricordi non posso omettere il dettaglio determinante che, come avevo fatto con loro, anche a mia zia Maria mostrai la mia “morosa”. Ricevendo anche da lei, la prevista e ovvia approvazione, che comunque non servì a mitigare i miei molti dubbi.
Ci sposammo alla fine; il primo di settembre del 79.
Che dire? Cosa ricordo? La cerimonia, il riso, la festa degli amici e dei parenti. Mia madre e l’espressione del suo viso nelle foto, dove non appare mai con un sorriso. Ricordo la partenza da casa il giorno della cerimonia, in macchina con un amico. E allo stop, quella strana, inquietante tentazione di girare dalla parte opposta e fuggire.
Si, lo so e lo sapevo anche allora, credo, che era un la paura dell’ignoto e di un futuro che arrivava al galoppo. La verità, è che quel giorno ero terrorizzato, e una indicibile angoscia mi attanagliava la gola.
Questo sentivo in fondo al cuore, ma la mia mente impediva che questa cosa salisse più in su delle budella. E tutto doveva essere inghiottito, nascosto, seppellito. In fondo, mi dicevo: andrà tutto bene.
La cerimonia fu celebrata nella chiesa della parrocchia di lei, e io dovetti subire il supplizio di dire il mio vero nome ad alta voce, quasi sanguinando:
« io Fortunato, prendo te, Laura...»
Io Fortunato!
Il ristorante scelto, era in un popoloso paese dove vivevano quasi tutti i parenti di lei, e dove il menù era gradito a loro. Pranzo e cena, un tutt’uno ovviamente, anche se a dire il vero, questa “ossessione” per l’esagerazione a tavola, era piuttosto comune a quel tempo. Ammesso che non lo sia ancora. Era d’obbligo, per superare l’esame della parentela, che ci fosse molto più cibo di quanto il buon senso avrebbe dovuto concedere. E per di più, piatti totalmente tradizionali, che ognuno già consumava abitualmente a casa propria tutte le domeniche, da sempre.
In viaggio di nozze poi, a bordo della mia nuova e “lussuosa” Centoventisette, andammo a Locri, nella Calabria Saudita, ospiti di certi parenti di lei. Con tappe previste, ma non certe, a Roma e Firenze.
Diciamo solo che Locri, si rivelò non essere esattamente un luogo rassicurante e accogliente, per due giovani e inesperti ragazzi provenienti dal nord. E, almeno per quel che mi riguarda come “uomo” della famiglia, non vedevo l’ora di tornare. Questo, nonostante la gente comune del luogo, i calabresi, fossero indubbiamente persone gentili e ospitali.
Comunque, alla fine tornammo a casa, dopo un breve soggiorno a Roma e una tappa a Firenze. E ci insediammo finalmente nel nostro nuovo appartamento in affitto che, udite-udite, era composto da quattro locali confortevoli: cucina, salotto, due camere, bagno, cantina e ascensore.
Ora abitavo in una casa con l’ascensore!
Non so dire adesso, col senno di poi, come avrei mai potuto essere felice, se avessi dato retta ogni volta alle sirene che apparivano nel mio incerto navigare. Ogni tanto immagini imprecisate e qualche ricordo più recente, mi suggerisce una “condizione”, uno stato d’animo meraviglioso, che però ha solo un sottilissimo legame con la realtà. Comunque, in quel lontano 1979, la lista dei miei desideri era se non altro abbastanza definita.
Certo erano desideri ingenui e illusori, non era quello che davvero c’era nel mio animo. E tutti erano dettati dall’unica, imprescindibile e perenne esigenza di essere “normale”. Essere come tutti e avere quello che avevano tutti. E inseguire quello che tutti inseguivano.
Tutto ciò, per quanto ambiguamente e con una precarietà di fondo che solo ora colgo appieno, mi dava comunque qualche episodica soddisfazione. Per quanto possa sembrare stupido ora, una “corte” di oggetti materiali era tutto ciò che occupava il mio orizzonte.
E ogni cosa singolarmente interveniva nella quotidianità, per tamponare il malessere profondo del mio animo. Come sabbia negli occhi, come un farmaco sedativo dagli effetti limitati nel tempo, le singole, piccole mete da raggiungere giorno dopo giorno, mese dopo mese, erano la struttura portante di una inconscia, disperata sopravvivenza.
La nostra casa, sia pure in affitto, era un appartamento nuovo, moderno, con la seduzione delle cose urbane: l’ascensore, la vasca da bagno, il bidè, la cucina e il lusso inconcepibile di un salotto addirittura. Due camere da letto due: una per noi, e una tutta per me. Dove potevo fare le mie cose: disegnare, ascoltare musica.
Lussi, comodità da cittadino. Un giradischi, le casse acustiche con cui far tremare i vetri con i Pink Floyd o i Led Zeppellin. E poter esibire, mostrare, gli oggetti della mia conquistata normalità. Tra cui, certo, anche una moglie di bell’aspetto. Cercavo insomma, con tenace determinazione di non pensare, e incredibilmente ci riuscivo. Scacciando continuamente i fastidiosi moscerini che mi ronzavano nelle orecchie dell’anima.
Di fatto non andai più al bar. E fu anche questa una decisione “maturata” a suon di litigate. Era evidente anche a me comunque, persino a me, che in fondo non è che ci tenessi poi molto a frequentare quello stupido bar.
D’altronde, non potevo negare a me stesso a quel punto, che avevo intrapreso la strada della realizzazione di tutti i miei desideri. Perciò me ne stavo a casa la sera, a guardare la televisione. Mi “godevo” le cose che avevo, assaporavo quella novità, quella sorta di improvviso benessere. La poltrona, la televisione a colori, il salotto, con la vetrina piena di bicchieri di cristallo. E il bagno soprattutto, con una vasca lunga, il bidet e tutto quanto. Non mi si compatisca, per queste frivolezze. È un fatto, che io per misteriosi motivi, non mi ero mai abituato alle molte scomodità della vecchia casa dove ero nato. Ma soprattutto pativo per l’assenza di servizi igienici. Come mai? Eppure, ci ero nato in quella casa senza servizi. In teoria, non conoscendo altro, avrei dovuto trovare del tutto naturale, fare i bisogni in un secchio di ferro mezzo arrugginito e il bagno in una tinozza d’acqua scaldata sul fuoco. Per i miei coetanei era così, un mio amico una volta, andò di corpo seduto di traverso sul ramo di un platano, mentre contemporaneamente mangiava un panino. Che quel panino poi, fosse con la Nutella, è solo una conseguente forzatura della memoria.
Io invece, soffrivo decisamente per queste cose. Come se avessi avuto memoria degli agi che in realtà non avevo mai avuto, e mi mancassero. Quindi per me ora, non era così banale o di poca importanza, vivere in una casa comoda e moderna.
Nei week end si usciva, per lo più da soli, per un giro da qualche parte; al mare o in montagna. Imparai a recitare il ruolo del marito che accompagna la moglie nello shopping, nelle passeggiate in centro, nelle cordiali visite ai parenti. E mi lasciai avvolgere da quella ragnatela impenetrabile di abitudini.
Ora, non vorrei dipingere di nero ciò che forse è soltanto grigio, ma anche dover ammettere che la vita era grigia, in quella stagione che in teoria avrebbe dovuto essere luminosa come non mai, è comunque una costatazione abbastanza desolante. La verità è che per quanto mi sforzassi, non riuscivo a convincermi che tutto andasse bene e che tutto fosse bello.
E tuttavia rifiutavo la sensazione incipiente che tutto fosse brutto. La rifiutavo, la schiacciavo in fondo ai più profondi e sconosciuti recessi del mio essere.
Semplicemente perché era incomprensibile. Avevo tutto, mi pareva, quindi “dovevo” essere felice.
Se c’è un disagio nell’animo di un essere umano, se esso è profondo e travalica le varie “stagioni” della vita, mantenendosi sempre costante, appena percettibile ma costante, per quanto tempo può ribollire in quella forma di quiescenza apparente?
Vedo molta gente, che conosco bene o che conosco appena, che sembra immune da ogni inquietudine interiore. Li guardo, uomini e donne, in un bar, o a una tavola imbandita, guardo i loro occhi, e ascolto le loro parole. Sembrano sicuri, invulnerabili, padroni delle loro vite. Se c’è una inquietudine anche nei loro animi, beh, la nascondono bene. E forse, ci riusciranno fino alla fine. Loro.
Capitolo 17 Formiche
Qui, tra le altre cose, appare nella mia vita quello che ora definisco come un sintomo evidente di una mia “malattia”. Ề quello che avete davanti agli occhi: la parola scritta.
La parola, anzi le parole, furono tre in principio. Un giorno volli scrivere un titolo (di tre parole) ad un mio piccolo e banale disegno. Un titolo, a una immagine tetra: un autoritratto (più tetra di così!)
Era un volto in penombra, con lo sguardo angosciato e la bocca distorta da una smorfia di sofferenza. No, non le voglio riportare qui, quelle tre parole. Erano appropriate per un titolo? Forse si, forse no, ma sicuramente erano superflue. E mi domando ora perché mai ho sentito l’esigenza di scriverle.
Come mi domando, perché disegnavo sull’aia praterie, cavalli e velieri nel mare.
Qualcuno affermava che avevo il “dono”, ma io ho sempre saputo che non era vero. Oppure, se un dono avessi avuto, sarebbe stato quello di avere “qualcosa” dentro. Un cielo, una prateria, una vastità molto più grande della mia piccola mente, o della mia microscopica anima.
Il disegno era come una valvola di sfogo, ma io in realtà non sapevo disegnare. E nessuno mi ha mai insegnato. Ma disegnavo i miei sogni, o cercavo di farlo.
Poi ne vennero altre di parole. Perché la scimmia, a forza di disegnare era diventata anche bravina. E i disegni ora potevano somigliare a dei quadri, e quindi, cominciava ad apparire a volte l’esigenza di un titolo. Qualcosa che spiegasse il senso, il significato, di ciò che disegnavo.
Erano sempre poche parole, a margine dei disegni che facevo, e le scrivevo quasi con timore, con soggezione, come fosse una cosa scabrosa, di cui vergognarsi. Come una sorta di masturbazione, solo che al contrario di quella “normale”, questa ambigua forma di auto compiacimento, in qualche modo mi imbarazzava.
Parole dunque, e le parole magicamente spingevano per uscire. Quelle che non avevo mai detto a nessuno, nemmeno a me stesso. Ora uscivano, lentamente, goffamente, ma uscivano.
Nel giro di poco tempo i disegni lasciarono il posto alle prime pagine scritte. Pagine di quaderni, di agende, fogli volanti, sfusi, in una confusione di forme e concetti. Non sapevo nemmeno se quello fosse un diario, o una specie di esperimento, un allenamento per imparare a “disegnare” con le parole le immagini che uscivano dal cuore. Pensavo che con le parole avrei potuto illustrare ciò che non riuscivo a disegnare, come i profumi, i suoni, le emozioni. E mi si presentavano subito davanti sfide molto impegnative, ma seducenti. Così come disegnavo a volte, panorami immaginari e persino mondi fantasiosi, ora potevo: raccontare. E percepivo improvvisamente, come una specie di rimorchio che mi portavo dietro da chissà quando, pieno di una infinità di disegni ancora da disegnare, giacenti in attesa da qualche parte.
Ben presto mi trovai al cospetto di quella che sembrava la missione della mia vita: raccontare qualcosa.
Non pensavo di raccontare la mia storia in verità, non c’era poi molto da raccontare. Non valeva la pena mettersi a raccontare un viaggio quando si è partiti da così poco.
Potrei farlo ora in tre righe, se fingessi di avere i venticinque anni che avevo allora: sono nato, povero, in una casa povera. Mia madre non mi amava e mio padre è morto presto. Sono riuscito nonostante tutto, a non rimanere indietro. E ora ho una bella moglie e una bella casa. Non sono felice... ma non c’era altro da fare.
Ma c’era qualcosa evidentemente, da raccontare, c’erano tutte quelle mie “visioni”, le mie strane fantasie, i miei sogni.
Ma a quel tempo non ero capace di descrivere delle cose così complicate.
E anche se fossi stato capace, non so se avrei davvero voluto farlo.
Nel corso degli anni, mi avvicinai più volte a questa intenzione, scrivendo ogni volta un inizio diverso della stessa storia. Andò a finire che un giorno, mol ti anni dopo, feci un bel falò di tutto quanto. La mia vita da uomo sposato intanto, continuava se davvero si fosse trattato di un’altra persona. Ed era inevitabile a un certo punto ammettere che nella solitudine della mia cameretta, s’era creata una specie di vita alternativa. E che quella doveva per forza essere una vita irreale, una vita clandestina. Quella reale era la casa, con la vasca da bagno, la mia poltrona in salotto, il conto in banca, e uno stipendio ogni mese depositato per intero sul conto. Ogni mese, immancabilmente.
La vita reale, era quella senza imprevisti: due stipendi, niente spese superflue, niente capricci. E niente figli.
Era la costruzione lenta ma costante, di una sorta di torre di Babele che voleva raggiungere il cielo basso e rassicurante di una esistenza conformista e borghese.
La vita reale era la buona cucina della moglie efficiente e concreta; già evoluta lei, come donna matura, consapevole e determinata. Era la sua inflessibile volontà, che per certi versi pure ammiravo, il motore propulsore. Perché capivo che lei non aveva paura di niente. E non aveva dubbi. Era capace, se necessario, di infilare una mano nell’acqua del water per recuperare un anellino, anche se non valeva niente.
In certi frangenti però, anche chi viveva con lei poteva essere come quel water, e lei non si faceva mai scrupolo nell’infilare la sua manina, per tirare fuori ogni cosa non fosse secondo lei nel posto giusto.
Un giorno, forse senza valutare bene le conseguenze, accolsi l’invito di un amico a iscrivermi a un campionato amatoriale di calcio. Si badi bene, la mia carriera di calciatore iniziava a ventiquattro anni! Il calcio non mi aveva mai appassionato ed ero andato allo stadio due volte in vita mia, trascinato da altri. Tuttavia, scoprire con che ero forte, almeno fisicamente, fu una gradita sorpresa. E poi, diciamo la verità, alla fine è sempre un gioco (il gioco del calcio) e ai maschietti piace sempre giocare.
Comunque, questa “novità” introdusse fin da subito nella mia vita coniugale un ulteriore motivo di infinite discussioni e sanguinosi litigi. Scherzando, mi capitò di dare il merito a lei qualche volta, per come avevo giocato bene. Rispondendo ai complimenti dei compagni, sotto la doccia, dicevo che era stata mia moglie a “motivarmi” psicologicamente:
« Quando vengo alla partita spesso ho bisogno di distruggere qualcosa o qualcuno. Oggi ho annientato il mio avversario e non gli ho fatto toccare palla, poverino. Ringraziate mia moglie.»
Ora, una menzione la meriterebbe anche questa scoperta che feci, di un mondo che non conoscevo: lo spogliatoio di una squadra di calcio.
La promiscuità fisica non mi dava fastidio, per fortuna, e di questo potrei ringraziare la “scuola” del mio amico Vittorio. Ma c’era anche in quel caso un disagio dentro di me, che mi era dato dalla domanda insistente che il mio sub-conscio continuava a urlare: «ma che cazzo ci facciamo qui, in mezzo a questi ominidi?»
Potrei citare forse una decina di episodi che ricordo, in cui ho provato vergogna per loro, per i prodi calciatori. Per i discorsi che mi toccava sentire nello spogliatoio. Immagino che lo stare insieme in uno spazio ristretto, suscitasse in quei giovani maschi l’istinto irrefrenabile di pavoneggiarsi, esibendo la propria virilità mediante un linguaggio scurrile e una... provocatoria (?) assenza di logica.
L’estrema pochezza intellettuale dell’ambiente, mi metteva a disagio, anche se sapevo che nessuno in quel gruppo, aveva un titolo di studio inferiore al mio. Quindi, la novità era il fastidio che mi dava ora l’idea di appartenere a quel gruppo e di essere...simile a loro. Sentirmi “diverso”, non era più un cruccio, ma una consolazione.
L’esperienza del calcio, comunque, che rinnego e non ripeterei, fu una parentesi tutto sommato breve, meno di una decina d’anni.
Dieci anni improvvisamente mi sembrano pochi, incredibile!
Era una vita grigia, comunque, questa era la sensazione che avevo.
Nonostante tutto non sono mai arrivato a odiare Laura, anche quando mi faceva soffrire. Non c’è un altro modo di dire questa cosa: mi ha causato sofferenza. Ma non era colpevole.
Era fatta così, semplicemente. A suo modo, indubbiamente mi voleva bene e so che era buona di natura, una persona insomma positiva. Anche se era capace di ricambiare il rancore senza tanti ripensamenti, se qualcuno, come mia madre, non era “amichevole”. Forse era anche capace di odiare, ma non saprei dire ora. Forse perché ora sono convinto nel profondo dell’anima, che lei non mi abbia mai nemmeno amato davvero.
Forse semplicemente non ne era capace. L’amore, credo, richiede anche una certa rilassatezza che permetta, almeno episodicamente, di svolazzare un po’. Sognare, no? Uscire, magari di poco, dal confine della razionalità.
Eppure, alla fine accusavo invece me stesso di questa colpa: di non saper amare. Perché sono sempre stato un giudice molto severo con me stesso, certamente più di quanto non lo fossi col prossimo.
Mi sono sempre accusato di una infinità di colpe, tra cui anche questa.
Nel valutare gli altri invece, trovavo sempre scuse, giustificazioni, attenuanti. Sapevo bene di non essere innamorato della donna che avevo sposato. Ma ero convinto che invece lei amasse me, e che mi avesse sempre amato.
E quando osservavo, a volte quasi incredulo, quella sua determinazione, quella ostinazione nel pararsi contro di me, e quella volontà ferrea di prevalere su di me, il dubbio mi tormentava e nel profondo mi chiedevo: come può amarmi e farmi questo?
Ma poi finivo per accettare sempre la sua “teoria” che era per il mio bene e che quello in fondo era il suo modo di volermi bene. Ovviamente senza molta convinzione e comunque senza riuscire a impedire che si determinasse giorno dopo giorno purtroppo, un solco profondo tra noi due. E alla fine un distacco quasi totale. Anche se nessuno di noi due, lo voleva cogliere appieno. Forse perché entrambi pensavamo che il mondo fosse così, e che tutti fossero come noi.
Eravamo una nuova famiglia e tutte le cose erano “nostre”. Certo lei era brava negli investimenti e nel risparmio, lei aveva i “suoi” progetti, riguardo a ciò che era nostro. Aveva i suoi piani domestici quinquennali, o decennali.
Questa situazione però, in relazione alla mia scarsa volontà rispetto alla sua, determinò in me anche una inclinazione sempre maggiore alla rinuncia.
Oh, lottavo come un leone in certe occasioni, intendiamoci. Ruggivo, facevo la voce grossa e spaccavo suppellettili della casa. Ma in realtà, nella maggior parte dei casi, rinunciavo per sfinimento, e cercavo alla fine di evitare le battaglie. Così che ora non posso in verità rinfacciarle di avermi obbligato a seguirla, perché spesso rinunciavo autonomamente, a molti dei miei desideri. Quando sapevo che certe cose avrebbero determinato uno scontro cruento, ci rinunciavo in partenza e mi convincevo che era meglio lasciar perdere. E ahimè, non sempre si trattava di dettagli di poca importanza. A volte, in scelte fondamentali della mia vita, o della nostra vita in comune, ho abbracciato le sue scelte, il suo modo di interpretare la vita, anche quando non era ciò che avrei voluto.
Poi, se un giorno decidevo di indossare un giubbotto invece di una giacca, o se uscivo una sera per l’allenamento, nonostante le sue obiezioni, la “costringevo” ad accettare la mia ferrea volontà dopo una estenuante discussione.
Cinque anni dopo il matrimonio, la mattina del sette di luglio 1984, era di sabato, ci recammo a firmare il contratto d’acquisto del nostro primo appartamento, senza accendere nessun mutuo. Dopo cinque anni di vita in comune, come due formichine industriose (anche se litigiose), eravamo proprietari di una unità immobiliare.
La notte di quello stesso giorno, portai di corsa Laura all’ospedale. E la mattina dopo, nacque nostro figlio.
Pensate sia un caso questi due fatti così concomitanti?
Beh, non lo è.
Il figlio arrivò, quando era tempo che arrivasse. Secondo i piani.
Capitolo 18 Vita nuova
Durante quei primi cinque anni “complicati”, molte volte avevo pensato al divorzio. C’erano momenti in cui avevo la netta sensazione che tutto stesse peggiorando progressivamente e continuamente. E che quindi prima o poi avrei dovuto contemplare l’eventualità di una separazione.
In virtù di questo forse, molte volte ebbi l’impressione, a volte fugace, a volte più intensa, di essermi innamorato di qualche altra donna.
Per inciso, nessuna di queste persone ha mai avuto nemmeno il sentore delle mie immaginose pulsioni e io, del resto, non ho mai compiuto “azioni” esplicite in proposito. Non ci ho mai provato insomma. Forse anche perché non mi sentivo comunque capace di farlo, probabilmente percepivo ancora il fantasma della mia inadeguatezza. Si potrebbe sintetizzare questa sensazione, con una sintetica considerazione: inutile arrovellarsi col dubbio se provarci o no, tanto comunque non ci starebbe.
Eppure, nonostante la sfiducia, ricordo molto bene il senso di una misteriosa e lacerante angoscia, che provavo a volte, anche solo guardando un’altra donna.
Non mi facevo molte domande su questo, anche se avrei dovuto invece.
Mi dicevo che era “solo” un desiderio sessuale, e questo determinò un equivoco che perdurò per decenni. Vedevo le altre e le desideravo: quindi ero colpevole. Vorrei piantaste una bandierina rossa signori, su questo ennesimo senso di colpa .
Avevo conosciuto il sesso praticamente solo con Laura, prima c’erano stati solo rapporti incompleti e qualche piccola avventura giovanile.
Anche i miei “grandi” amori, Rosa e in seguito Elena, furono storie in cui il sentimento era la cosa dominante e il sesso entrava in gioco solo marginalmente. Mi domando come mai ero così. Non che mi autoaccusi anche di questo, ma in effetti non è che Rosa o Elena, mi avessero mai detto “no”. Semplicemente ero io che restavo sempre entro certi limiti, che evidentemente erano la mia “visione”, la mia concezione estemporanea dell’amore.
Non sentivo in questo un limite, o un confine temuto, un tabù; era solo una differente priorità, un’ansia che mi distoglieva da tutto il resto. L’amore prima di tutto. Per me.
Mi piaceva guardare un fiore, contemplarlo anzi, in una sorta di estasi adorante. Sfiorarlo, carezzarlo, ma senza coglierlo.
Per la verità il sesso era apparso nella mia vita, e fu l’esperienza di quella singola, notte con Luigina.
Altra questione fondamentale, che ho un po’ tralasciato, era la religione. Quando io e Laura ci siamo sposati, lo facemmo ovviamente secondo il rito religioso. Ma in realtà eravamo entrambi praticamente atei, anche se non dichiaratamente. Era più per distrazione evidentemente, che per una convinzione maturata riflettendo. Non mettevamo comunque piede in una chiesa da anni e, dopo il matrimonio, tornammo alle nostre abitudini, senza più curarci di mettere ancora piede in una chiesa.
Finché una domenica di qualche anno dopo, poco prima che nascesse nostro figlio Lorenzo, casualmente ci trovammo a passeggiare nelle vie del centro ed entrammo, come turisti nella nostra stessa città, in una delle tante chiese antiche di Padova.
Il caso volle, che ci fosse una celebrazione religiosa in corso, e quindi facemmo attenzione di non disturbare, visitando quello splendido monumento in silenzio.
Era proprio il momento dell’Omelia e pur senza prestare attenzione alle parole, sentivo la voce del sacerdote celebrante che parlava. Era una voce calda, possente, ma io nemmeno lo vedevo il sacerdote, perché era celato da una foresta di colonne.
Ma ecco che una parola, una frase, mi colpisce come uno schiaffo sulla nuca: «...la verità è che la Croce ci fa sbadigliare.»
Era una delle citazioni che gli ho sentito dire spesso in seguito. E fu quella, o una frase come quella, che mi catturò. E in quel momento, provai l’impulso irrefrenabile di sporgermi da dietro una colonna per vedere in faccia quel prete.
Quando nacque Lorenzo, avevo già l’abitudine di andare ogni volta che potevo in quella chiesa, per sentire quel prete.
Era un uomo apparentemente sui sessant’anni, alto di corporatura, ma gigantesco nella sua statura intellettuale, lo si capiva subito.
In genere, dopo l’Omelia non aspettavo nemmeno la fine della Messa e me ne andavo di soppiatto.
Finché un giorno, forse dopo un anno, non solo aspettai la fine della Messa, ma andai anche da lui e mi presentai. E diventò subito per me, dopo mio figlio, la persona più importante della mia vita.
Si chiamava Gino, don Gino.
La notte tra il sette o l’otto luglio, dunque, portai di corsa Laura all’ospedale. Le si erano rotte le acque e quando entrò in sala parto, mi dissero che ci sarebbe voluto poco.
Rimasto solo nella sala d’aspetto, controllai con un po’ di apprensione il pacchetto quasi vuoto delle sigarette. Ma l’infermiera aveva detto che sarebbe stata una cosa rapida.
Ci furono complicazioni invece, e dopo dieci ore, i medici decisero di effettuare il taglio cesareo.
Eravamo d’accordo, io e Laura, che non avremmo avvisato nessuno quando fosse arrivato il momento, e avremmo fatto a tutti una sorpresa. Così anche con questo imprevisto, decisi di rimanere comunque da solo ad aspettare. Tanto Laura comunque non avrebbe potuto avere il conforto della presenza di nessuno, durante un cesareo.
Lorenzo nacque alle nove e cinquantasei dell’8 luglio, nell’anno del signore 1984. E qui signori, la mia vita cambiò davvero, e per la prima volta, assaggiai anch’io qualcosa di simile alla felicità: essere padre.
Forse perché essere padre faceva passare in secondo piano ogni cosa. Compreso il fatto stesso di essere a mia volta figlio; e di essere marito, di essere uomo, operaio, giocatore di calcio, disegnatore. Basta, ero padre!
E non fu solo per quel giorno, per quella emozione intensa di tenere in braccio quel piccolo essere meraviglioso. No, signori, fui quasi felice per quasi quattro anni!
Ora so esattamente perché, so quali meccanismi interiori si erano per così dire sistemati. Ma allora sapevo solo che mi piaceva tutto quello che comportava essere padre. Mi piaceva giocare con lui, mi piaceva raccontare storie, insegnare quello che sapevo. Mi piaceva farlo ridere e io ridevo con lui. E mi scioglievo di orgoglio e contentezza, nel vederlo crescere sano, sereno, felice.
Lo portavo dovunque: sulle montagne, nei boschi, sott’acqua, con la maschera e le pinne. E di tutto ciò che vedeva io gli parlavo, e tutto gli spiegavo. Finché venne il giorno in cui tutto si sintetizzò in una domanda che lui mi fece e che di colpo mi fece tornare alla mia triste infanzia: papà, ma anch’io dovrò morire un giorno!
I miei genitori risero di me quel giorno, e si convinsero che avevo fatto un brutto sogno. Ma io non ero loro, io non avrei mai abbandonato mio figlio al cospetto della morte. Gli promisi l’immortalità.
“ Caro Lorenzo, sei capace di guidare la macchina?”
Lo rasserenai di colpo e l’ombra della morte passò via senza ferirlo. E in effetti, ora che mio figlio guida e guida meglio del padre macchine, moto e furgoni, io lo vedo che è già pronto a trasferire questa piccola perla di saggezza al cospetto dell’ineluttabilità della morte, al figlio che anche lui dovesse avere.
Questa (quasi) felicità durò meno di quattro anni, poi arrivò improvvisamente un periodo terribile. Nell’ottantasette, in marzo per la precisione. Nel giro di pochi giorni si verificarono una serie di eventi nefasti. Mia madre mi chiamò al telefono una sera e urlando disperata mi comunicò che gli era stato diagnosticato un tumore. Ero il figlio maggiore, e nonostante tutto, toccava a me affrontare quella situazione. Ma ero già scosso e preoccupato perché quello stesso giorno, durante la solita visita di per il calcio, anche a me era stata riscontrata una anomalia al cuore e avrei dovuto sottopormi a un esame. Quindi, col mio solito “ottimismo”, ero già praticamente sicuro di essere cardiopatico e alla fine della mia vita.
Quando andai da mia madre, non ero certo pronto a infondere coraggio a qualcuno. Tanto meno a mia madre, che era in totale delirio.
Pochi giorni prima, mio fratello Giacomo, quello nato lo stesso giorno mio e che nel frattempo si era sposato, era ricoverato per un grave infortunio a un occhio.
Per mia madre, intanto, iniziava un calvario che doveva durare più di due anni. Fu operata varie volte e io, in quanto figlio maggiore della vedova, dovetti affrontare i colloqui con i medici. E ogni volta, mi davano responsi terribili che non lasciavano spazio alla speranza. «L’abbiamo tolto ma, purtroppo era uscito dal colon e ha attaccato il fegato... »
Il primario che scuote la testa, le parole mormorate con professionale partecipazione.
«Quanto le resta?»
« Di solito è questione di mesi...Mi dispiace, si faccia coraggio.»
Andò avanti due anni invece. E furono due anni durissimi. Soprattutto per lei ovviamente, ma anche per me.
Nelle numerose visite che le facevo all’ospedale e a casa, quando tra una operazione e l’altra la dimettevano, cercavo di addolcirle la realtà e di convincerla che valeva la pena lottare comunque, che c’era ancora speranza. Ma lei sapeva bene che era destinata a morire, e a motivo di questa sua condizione, lei si sentiva in diritto di insultarmi a ogni occasione con disperata ferocia. E io per contro, non mi sentivo in diritto di reagire.
Questo ovviamente, accadeva anche quando era presente Laura, così che poi a casa, immancabilmente mi toccava anche sorbirmi le sue critiche martellanti. E quasi sempre alla fine, le discussioni su cosa avrei dovuto dire e non ho detto, cosa avrei dovuto fare e non ho fatto, degeneravamo in furiosi litigi.
Il mio cuore, si scoprì che era affetto da un prolasso alla valvola mitralica, una anomalia non rarissima che non pregiudica comunque una vita normale, compresa la pratica di uno sport, a condizione di sottoporsi a controlli periodici regolari. Durante uno di questi controlli però, emerse una ulteriore, apparente anomalia, e mi dovetti sottoporre a un test terrificante che mi sconvolse letteralmente: una serie di scariche elettriche al cuore per determinare i vari parametri di recupero ecc.
Altri primari con cui colloquiare, questa volta di me, del mio cuore. Altre parole professionali. «Non è nulla di grave, non si abbatta.»
Altri primari di oculistica, per mio fratello che a causa di una stupida scheggia mentre era al lavoro, aveva perso praticamente la vista da un occhio.
Comunque, passavano le settimane e i mesi. Mia madre era sempre dentro e fuori l’ospedale. Peggiorava di continuo: prima l’intestino, poi il fegato. Problemi circolatori, di ritenzione idrica, blocco del sistema linfatico.
Tra una operazione e l’altra, l’ospedale la mandava a casa, ma a casa non c’era nessuno. Io e i miei fratelli lavoravamo tutti e non fu facile coordinarci per assistere la mamma quando stava male.
A casa mia, a parte i litigi che dopo la “pausa” per la nascita di Lorenzo, avevano ripreso ad essere frequenti. Riuscivo comunque a non far pesare a mio figlio la situazione e non lo trascurai nemmeno per un giorno. La verità è che lui era la mia unica fonte di letizia, e quindi non ero io ad aiutare lui, ma era lui che sosteneva me. Anche se comunque ciò non era sufficiente per attenuare la tensione e lo stress di quel periodo nero.
Il lavoro, i continui litigi con mia madre e con mia moglie, minarono il mio equilibrio già precario.
Finché alla fine non scoppiò la prima crisi depressiva della mia vita, che, come uno tsunami mi travolse. Una mattina, davanti allo specchio del bagno, mentre ero impegnato ad auto-flagellarmi, completamente in preda al più viscerale dei sensi di colpa e rassegnato a subire ancora per chissà quanto tempo le cattiverie di mia madre agonizzante, improvvisamente mi accasciai in ginocchio riverso sulla vasca da bagno e potrei dire che piansi, ma quello non era un normale pianto. Usciva un fiume di lacrime, quello sì, ma la bocca distorta emetteva dei gemiti stridenti. E in quei gemiti l’aria usciva dai polmoni e.… non rientrava. Il cuore palpitava all’impazzata e tutto il corpo era percorso da tremiti.
La sensazione era di soffocamento, e anche se nessuno mi serrava la gola, respiravo forsennatamente, e tuttavia mi mancava l’aria.
Per fortuna, una volta raggiunto per così dire il culmine, il malessere si attenuò gradualmente. Alla fine, tornò lo stato di quiete: ma era una calma quasi mortale. Ero spossato come se un uragano mi avesse travolto, praticamente incapace di reggermi in piedi.
Mia madre morì, alla fine: il due marzo dell’89.
Io ero con lei quando esalò l’ultimo respiro, con la mia masochistica tenacia. Cosa assolutamente inutile e deleteria, tanto più che lei già da qualche giorno era completamente incosciente.
E ancora, nella camera ardente volli teatralmente sostare da solo con lei per un’ora. Cercando inutilmente la conferma di ciò che già sapevo in fondo al cuore. Non mi hai mai amato, madre mia. E non hai mai amato mio papà.
Ma hai avuto una vita sfortunata e hai pagato ogni colpa. Le baciai la fronte, gelida come il ghiaccio, prima che chiudessero la bara. E al funerale, come una statua di marmo, non versai nemmeno una lacrima.
Dopo la morte di mia madre, il tempo cominciò a scorrere più leggero.
E anche se di notte, ancora qualche incubo ancora mi perseguitava, cercai di dimenticare ogni cosa di quel periodo nero appena passato.
Ovviamente anche stavolta non fu una vera intenzione, non era un piano programmato per recuperare energie psicofisiche; semplicemente mi rituffai anima e corpo in ciò che più mi piaceva: fare il padre.
Ed era facile per me, molto facile. Perché Lorenzo cresceva bene, senza particolari problemi. Agli inizi degli anni Novanta, quando cominciavano a mostrarsi evidenti i tratti del suo carattere in formazione, mi resi conto che non mi somigliava. E questa constatazione, invece di deludermi mi procurava un senso di sollievo. Lui era un bambino felice perché la sua infanzia era stata tutto sommato serena, ma io vedevo che non era solo per quello. Lui aveva anche un carattere incline alla serenità, aveva il dono di godere le atmosfere con piena partecipazione, e non era mai triste per motivi che non fossero chiari e comprensibili. E per fortuna i motivi per essere triste, per lui furono sempre molto pochi e occasionali.
Non lo vedevo mai con lo sguardo perso nel vuoto in preda a chissà quali pensieri o a chissà quali malinconie. Era un bambino intelligente, buono, gentile, generoso, dotato di una profondità d’animo adeguata alla sua età.
Se ne avesse avuta di meno, me ne sarei rammaricato credo, ma se ne avesse avuta “troppa”, di sicuro me ne sarei preoccupato.
Mio figlio, dunque, non mi creava alcun problema e non mi causava nessuna preoccupazione. Mi dava anzi ore piacevoli, giornate spensierate; lui era sempre con me, quando non era con gli amichetti. Ed io ero sempre con lui.
Anche la convivenza coniugale migliorò quasi subito.
Quasi, subito. Prima dovetti affrontare la spiacevole parentesi dell’eredità della mamma, alla quale io con “virile” fermezza e contro il parere di mia moglie, rinunciai, in favore di mio fratello Cristiano, l’unico ancora non sposato.
Furono una mezza dozzina di discussioni furiose, che dovetti affrontare mio malgrado con mia moglie, a motivo di quella che io ritenevo una mia sacrosanta e giusta decisione: quella di rinunciare all’esigua eredità lasciata da mia madre. Così, anche questo ricordo si depositò nel mio animo con il sapore di una sorta di offesa subita ingiustamente, e si impresse come una piccola, ennesima cicatrice.
Ma dopo di ciò, iniziò tra me e Laura un periodo di “tregua armata”. Anche perché nel frattempo, avendo superato abbondantemente i trent’anni, la mia età mi aveva obbligato a rinunciare al calcio e veniva perciò a mancare uno dei motivi più frequenti per litigare.
Capitolo19 I favolosi anni 90
Ci sono alcune immagini che affiorano nella mia mente quando penso a quel decennio della mia vita che furono gli anni Novanta. E se dovessi dare una etichetta a quel decennio, così come si usa dire dei “favolosi anni Sessanta”, per me semplicemente gli anni Novanta sono “ i migliori anni della mia vita”.
Nel mio personale album dei ricordi, nella copertina degli anni Novanta ci sono alcune foto della Sardegna, per esempio. Un mare di cristallo pieno di pesci. E una sequenza di immagini e suoni: la voce di mio cognato che esce dall’acqua entusiasta esclamando: « Ề un acquario!»
E c’è Lorenzo, un bel ragazzo, snello e coi capelli ricci, che si immerge nelle profondità con me, tra canaloni di granito e pianure sottomarine di sabbia.
C’è il paesaggio brullo di quella terra selvaggia, il sole e il volo dei rapaci di Sardegna, spiati col binocolo da quei due inseparabili compagni d’avventura che eravamo io e Lorenzo. E c’è una automobile nuova, nera, lucida, lunga come un treno e con una grossa doppia v sul muso. C’è, ancora, il grande volto bonario e rassicurante di don Gino, che già era diventato nel mio cuore come un padre. E c’è, infine, una nuova presenza in casa mia: uno strano cassone metallico con un monitor ingombrante e una tastiera: il primo computer della mia vita, acquistato ufficialmente per il diletto del ragazzo, ma che ha determinato un cambiamento fondamentale nelle mie abitudini. Potevo cioè, scrivere con la tastiera.
Ciò significava scrivere molto di più, molto più liberamente, più facilmente e soprattutto, in seguito, scrivere a qualcuno.
Ora, col senno di poi mi rendo conto che certamente hanno diverso valore le “distrazioni” di cui mi sono circondato in quegli anni. Sopra ogni cosa ovviamente, c’era la presenza del figlio, cui dedicavo tutta la mia attenzione e tutto il mio amore, anche se, non mi stancherò mai di dirlo, per me questa è stata sempre la cosa più facile del mondo e mai l’ ho percepita come un dovere.
E poi, altra cosa che sempre ho ritenuto una incredibile fortuna, l’aver conosciuto don Gino. Talmente incredibile, per le circostanze così apparentemente casuali in cui è avvenuta, da avermi fatto sempre sospettare che forse non fu solo fortuna. Mi sono sempre cullato nella convinzione profonda, che fu una ”mano” divina a guidare quell’incontro.
Le vacanze in Sardegna e le “cose” materiali: le automobili nuove, sempre più costose, sempre più lussuose. E gli altri oggetti, altre “novità”: il primo telefonino, un telescopio, una canoa. E capi di abbigliamento che prima d’allora consideravo fuori portata. Spendevamo insomma, ci concedevamo dei “capricci”, sempre sotto l’occhio attento della ragioniera Laura.
Certo, potrei pensare ora che fossero tutti “sintomi” di un malessere profondo. Magari era il bisogno profondo di un continuo diversivo. Ma è pur vero, comunque, che quegli anni li ho vissuti in uno stato di relativa serenità. Se non consideriamo, che a leggere ciò che scrivevo di notte, anche in quegli anni, si avrebbe avuto l’impressione che ero ancora invece al limite di un precipizio di depressione latente.
E non capisco sinceramente, come potessero convivere quelle due nature dentro di me, senza che mai nascesse dentro di me il sospetto, o la curiosità se non altro, di capire esattamente chi tra i due, io ero veramente io. Quello sereno e per lo più allegro del giorno, o quello triste e depresso della notte? Forse semplicemente avevo paura e non volevo saperlo.
Andavo a lavorare tutti i giorni, ma il lavoro non mi pesava più, ero diventato un valente falegname e costruivo con una certa soddisfazione, grandi banconi bar. Che erano in pratica grossi mobili molto elaborati, con cornici e lavorazioni quasi artistiche. Era un lavoro tutto sommato interessante, l’impegno poco gravoso, e anche se il guadagno non era elevatissimo, non mancava mai la possibilità di integrare lo stipendio con ore straordinarie a volontà.
A casa, trovavo finalmente un ambiente tranquillo: i litigi si erano diradati. Potrei dire semplicemente che non avevo tempo per litigare, perché ero sempre preso a fare il papà. Perciò, facevo anche il maestro di nuoto, di astronomia, di storia. Oltre che essere, per passione, un compagno di giochi sempre disponibile. Perché in verità io non fingevo di giocare; giocavo davvero.
Eppure, quando la notte mi mettevo al computer e scrivevo, oppure quando andavo da don Gino e gli parlavo diciamo col cuore in mano, sembrava riaffiorare un altro Alessandro. Un Alessandro inquieto, profondamente triste, malinconico; un uomo a cui mancava qualcosa.
E di giorno, durante le settimane, i mesi e gli anni, l’uomo a cui mancava qualcosa, in modo poco razionale si comprava sempre qualcosa di nuovo. Ed era spesso qualcosa di cui non ha bisogno e che nemmeno desiderava.
Andavo da don Gino, tecnicamente per confessarmi, ma certo avevo con lui, lunghe conversazioni. Attraverso lui mi ero riavvicinato alla Chiesa e alla religione. In lui trovavo un conforto straordinario e non c’era mai una domanda per la quale lui non avesse una risposta.
Di lui mi ricordo la sua voce calda, potente, la sua sconfinata cultura. E quella capacità di capirmi, sempre, anche quando io stesso non mi capivo. Come quando blaterando confusamente, gli parlavo delle mie inquietudini, delle mie misteriose pulsioni.
Che poi, queste pulsioni, uscivano furtive solo di notte, quando scrivevo nella solitudine della mia “tana”. E ciò che scrivevo, le parole che apparivano sul monitor, si riferivano sempre alla “solita” sofferenza interiore, alla “solita” malinconia, e a misteriosi desideri. Ma l’origine di quei desideri, si perdeva nella lontana “steppa” della mia innata malinconia: una landa sferzata dal vento umido del rimpianto.
Tutti questi pensieri caotici, privi di logica, sembravano confluire in un punto, e assumevano le fattezze di un volto e di un corpo che avevo visto per strada, e che avevo osservato. Spesso queste figure, nemmeno avevano un nome, ma tutte, erano donne!
Confessavo dunque, quasi esclusivamente lo stesso peccato: di aver desiderato. Confessavo di desiderare intensamente, quasi ogni donna su cui posavo il mio sguardo. E mi sentivo in colpa, mi tormentavo.
Desiderare le cose, era avidità; desiderare le donne, era lussuria.
Non ero certo avido ma, evidentemente, nel profondo ero lussurioso.
Altra bandierina rossa signori, su questo madornale equivoco.
Don Gino mi accoglieva a casa sua, perché quasi sempre era a casa sua che si svolgeva il rito informale della confessione. E con le sue grandi mani, spesso mi dava una specie di ruvida carezza tra l’orecchio e la nuca, che era molto simile a un bonario ceffone. «Caro il mio Alessandro, mi diceva.»
E io lo adoravo.
Una sera d’estate, sul balconcino fiorito di gerani di casa sua, nel pieno centro di una Padova invasa dai turisti. Dopo la solita confessione coi “soliti” peccati, ci prendemmo un corroborante caffè e fumammo una meravigliosa sigaretta insieme. Dopo aver espulso una nuvola di fumo, gli dissi che non vedevo l’ora di invecchiare, per non avere più quei desideri, quelle pulsioni.
Pack! Con il suo consueto ceffone carezzevole, mi disse: «caro il mio Alessandro! Mettiti l’anima in pace, perché queste cose ti passeranno cinque minuti dopo che sarai morto.»
Rimasi in silenzio qualche secondo, perché avevo capito esattamente quello che voleva dire. Mi passerà cinque minuti dopo che sarò morto...
Gli anni Novanta furono comunque i migliori della mia vita, e questo è un fatto. Anche se c’era sempre la vocina che giungeva di tanto in tanto da chissà dove; una sorta di ronzio fastidioso. Certo, poteva essere quel malcelato desiderio che, “imbrogliando”, per comodità riponevo nella sfera sessuale, poteva essere l’eco di tutti quei litigi, che erano si spariti, ma che forse avevano lasciato il senso di una guerra sospesa e non conclusa, una pacificazione senza pace.
C’era il rammarico taciuto anch’esso, di aver perso di vista tutti gli amici. C’era l’assenza di una vita sociale o di una qualche forma di svago al di fuori delle mura domestiche. A parte il calcio, che poco mi rasserenava, anzi.
E c’era anche il rammarico che quel figlio, che tanto benessere aveva introdotto nella mia esistenza, non avesse dei fratelli o delle sorelle.
E di tutto questo non potevo accusare nessuno, perché io per primo non facevo nulla per dare ascolto a quei desideri: che erano figli del mio carattere decadente e nostalgico. Anche se era evidente e lo percepivo, eccome, che tutto dipendeva dalla mia riluttanza a lottare per ottenere ciò di cui avevo bisogno, o desideravo.
Per un uomo sposato sarebbe molto facile determinare una gravidanza, fingendo una malaugurata distrazione. E quindi, a guardar bene, forse un colpevole lo identificavo alla fine: era colpa mia.
E quindi per sopravvivere convivendo con i miei “difetti”, lasciavo prevalesse l’inevitabile oblio del tempo che scorre. E quando Lorenzo cominciava a essere un ragazzo, avevo già da tempo abbandonato l’idea di avere altri figli. Perché su questo le posizioni erano chiare, anche se dibattute molto poco tra me e mia moglie. I soldi non erano abbastanza, per mantenere il tenore di vita cui ci eravamo abituati.
Abituati? Mi sarei potuto domandare da quanto tempo, lei avesse capito che io ero abituato a qualcosa. Ma invece, mi chiudevo nel mio silenzio condiscendente e il più delle volte mi limitavo ad annuire senza parlare.
E poi c’erano le questioni di logistica, i problemi pratici: portare a scuola uno e all’asilo nido l’altro... o gli altri. «Come potevamo fare?»
Il lavoro, gli orari, le stanze del nostro appartamento che sarebbero diventate improvvisamente insufficienti. E poi le vacanze e tutte le spese raddoppiate.
L’oblio del tempo che scorre, funziona sempre. O quasi. E gli anni Novanta furono comunque anni buoni, ma finirono.
E prima ancora, già nel novantasette, arrivò una prima avvisaglia; il mio amatissimo padre spirituale, don Gino, mi venne improvvisamente a mancare. Una embolia se lo portò via il primo di aprile. Bello scherzo, non c’è che dire!
Questa morte improvvisa, la vissi molto male, anche se non potevo dimenticare che lui qualche giorno prima mi aveva detto che se lo sentiva; e che per qualche secondo, così mi disse, lui aveva avuto paura della morte che sentiva incipiente. Ma fu solo questione di un secondo, mi disse.
Al suo funerale c’era mezza città, a testimonianza della sua notorietà di uomo e di sacerdote. E io quel giorno, nella chiesa dove tante volte ero stato con lui, appartato in un angolo piansi senza ritegno e senza vergogna.
Lo correre del tempo, non poteva avere in questo caso lo stesso effetto lenitivo: lui mi mancava troppo. E per la seconda volta in vita mia, mi sentivo orfano. Me ne accorsi subito, già la domenica successiva; quando tornai in quella chiesa per la messa, senza sapere bene come avrei reagito.
E reagii male.
Tornai a casa quasi inviperito per la montagna di sciocchezze che avevo sentito alla Messa celebrata dal giovane sacerdote che sostituiva don Gino.
Nel novantasette avevo quarantuno anni. Mi ricordo molte cose della mia vita, anche in riferimento a quegli anni, però se cerco di ricordare cosa pensavo di certi avvenimenti fondamentali, mi trovo davanti al solito buio quasi assoluto. Come fossi estraneo a quel me stesso. Anzi, a ogni me stesso, nelle varie stagioni della mia vita.
Fin che sono cose riguardanti la giovinezza, o l’infanzia, va anche bene, immagino sia normale non ricordare nulla di quel che potevano essere i pensieri di quel tempo. Probabilmente perché c’è poco o nulla, da ricordare. Ma nel novantasette appunto, avrò avuto la sensazione se non altro, di essere ormai adulto, maturo, consapevole. Ma non lo ricordo, come se... come se non pensassi davvero niente.
Oh, ricordo di aver scritto tante cose riguardo a don Gino e di quanto sentissi la sua mancanza. Ricordo di aver poi cercato, come si cerca una rarità, un altro sacerdote che potesse sostituirlo nel mio cuore. E per un breve periodo, prendevo addirittura l’autostrada, una volta al mese, per andare da uno che mi era stato indicato come una specie di prete-psicologo.
Buffo che ora io non ricordi nemmeno il nome di quel lontano sacerdote. Anche se ci fu un episodio curioso, riguardo alla faccenda di quei pochi viaggi che feci a quel tempo. Più che viaggi, sembravano dei pellegrinaggi. E fu al primo di quei viaggi-pellegrinaggio, che avvenne una strana coincidenza, una specie di “déjà-vu".
Molti anni prima, avevo fatto un sogno strano. Mi trovavo, in quel sogno, a passare con la macchina in una strada sconosciuta. Ero con mio figlio che era ancora piccolo, e a un certo punto la strada, contornata ai lati da alte piante, passava in mezzo a due cimiteri.
Sui muri di cinta dei due cimiteri, c’erano delle specie di finestroni con delle grate, dove si poteva vedere all’interno. La macchina parcheggiata poco più in là, mio figlio che si aggirava tranquillo, forse in cerca di fiori, e io che scorgo dentro il campo santo una strana scena: la foresta di lapidi e statue angeliche, era in piena luce sotto un sole battente. E laggiù, appoggiato a una vecchia bicicletta, un prete con la sua lunga tonaca nera, dialogava amabilmente con un ragazzo seduto sul marmo di una tomba.
Non potevo sentire quello che dicevano, ma sembravano chiacchierare con una inspiegabile serenità.
Improvvisamente il prete, non so come si accorse di me voltandosi bruscamente, e subito inforcò la bicicletta andandosene.
Imbarazzato e dispiaciuto, chiamai mio figlio per togliere il disturbo, anche se ormai era tardi. In quel momento vidi il prete sbucare fuori da un cancello di ferro, con la sua bicicletta. Attraversò rapidamente la strada e sparì oltre un cancello uguale, nel cimitero di fronte. Solo che i cancelli: erano entrambi chiusi.
Ora, quel giorno di molti anni dopo, arrivato in prossimità di un paese del Bresciano dove non ero chiaramente mai stato, vidi la stessa strada diritta, gli stessi alberi alti e frondosi... e lo stesso cimitero. Il medesimo muro di cinta, con i finestroni a grate.
Mi fermai, e col cuore abbastanza scosso mi avvicinai per guardare dentro.
C’erano le tombe, le statue e le lapidi, c’era anche il sole a picco. Ma non c’era nessuno.
Capitolo 20 Duemila
In una delle vecchie cassette VHS che ora stanno in un armadietto della soffitta di casa mia, c’è un filmato notturno girato a casa mia di quel tempo.
Si vede la ringhiera metallica del balcone, illuminata dalla luce ovattata dei lampioni. Era una notte buia, fredda e nebbiosa. Il silenzio di quella lontana notte invernale però, è rotto da fragorose esplosioni. Si vedono i bagliori e le fontane di luci colorate: erano i botti di Capodanno.
Ma non era un Capodanno qualsiasi, lo si poteva notare dall’ora e dalla data che si potevano scorgere in basso a destra: 31-12-1999.
Ore 23,59: un minuto decisamente particolare.
E infatti, dopo pochi secondi, zac, i numeri si trasformano clamorosamente: 01,01,2000. Ore 00,00. Il Duemila era arrivato!
Quante volte avevo pensato a quel momento fatidico immaginando un mondo da fantascienza!
E invece, il Duemila era arrivato e il mondo era sempre lo stesso. Al di là della sensazione suscitata dalla data sul calendario o nel visore di una telecamera, tutto era come sempre. La gente nasceva e moriva come prima e come prima, c’era sempre qualche guerra nel mondo.
Ci volle poco, per abituarsi a quella inutile “novità”, di un nuovo secolo e un nuovo millennio. Ben presto, nel giro di un paio di mesi, nessuno ci faceva più caso.
Tuttavia, mentre mi accingo a raccontare quegli anni, mi coglie l’ansia di arrivare subito a un nodo cruciale della mia vita. E ho la tentazione di considerare certo numero di eventi clamorosi, come fossero immediatamente susseguenti a quella notte, quando invece, doveva passare ancora un decennio.
Dieci lunghi anni, pieni di avvenimenti globali e personali che io ora vorrei sintetizzare in due parole. Eppure, ci fu l’attentato alle Torri Gemelle, ci furono un mondiale vinto dall’Italia e la guerra del Golfo. Furono dieci anni pieni di fatti significativi, che si sono depositati nella mia memoria, come in quella di tutti, e ora, sono tentato di non considerarli nemmeno.
Perché vorrei Andare subito a quel giorno in cui la mia attenzione fu catturata da un piccolo libro: e quel giorno era un giorno del 2009.
Quando ripenso ora a quel giorno, mi accorgo che tutto il passato che si stende all’indietro, è un unico tappeto ininterrotto. Come se tutto, fin dall’inizio, fosse accaduto in funzione di quell’appuntamento col destino.
Ma torniamo dunque all’anno 2000, che se non altro come valenza numerica, aveva il senso di una “svolta”.
Mio figlio Lorenzo aveva sedici anni, era un adolescente ormai. E lentamente, quasi senza accorgermene, gradualmente perdevo la leggerezza e la gioia della mia dimensione di padre. Ero stato bene, ero stato felice... o quasi felice.
Ora, lui usciva con gli amici il sabato sera e io rimanevo in casa, davanti alla televisione.
“La felicità è quando non hai fretta, né paura che il tempo passi.” Ho scritto questa frase, da qualche parte, probabilmente proprio in quegli anni. Annoto questo dettaglio solo perché ricordo che in quei primi anni del duemila, c’era in me questa sensazione ricorrente e contraddittoria, per cui molte volte avevo fretta che il tempo passasse, e mi rendevo conto, tuttavia, che gli anni scivolavano via veloci. Al lunedì, non vedevo l’ora che la settimana finisse e arrivasse il week-end, ma poi, a ogni Capodanno, mi sorprendevo con un certo sgomento, che un altro anno fosse già passato.
Le mie questioni esistenziali, sempre molto presenti nei miei pensieri, erano inserite in una quotidianità anonima e incolore. Simile a quella di qualsiasi altra persona. Il lavoro, le faccende domestiche, le serate in casa. Le discussioni con la moglie.
E in questa vita “normale”, in questa esistenza in cui sembrava inserito il pilota automatico, almeno una parte di me si sentiva sempre profondamente estranea. Tanto più ora, che il bambino di casa non c’era più, e al suo posto era apparso quasi improvvisamente un ragazzotto alto e: peloso. Un liceale rockettaro dai lunghi capelli, patito della musica heavy-metal.
D’altronde non mi potevo lamentare, come dicevo a tutti: l’ho tirato su a pane e Led Zeppelin!
I miei malesseri andavano e venivano. Ogni tanto stavo male per qualcosa, o per qualcuna. Se avessi avuto davvero una relazione con ognuna delle donne di cui mi sono invaghito, sarei stato un grandissimo Don Giovanni.
E forse sarebbe stato meglio lo fossi stato davvero, senza tante “complicazioni” mentali.
Ma invece no: il mio cuore spasimava perennemente, e la mia immaginazione galoppava su celesti praterie. Ho scritto decine di poesie, qualcuna l’ho anche spedita, ma per lo più rimanevano tutte (dove sono tutt’ora), nascoste nel segreto del mio hard disk.
Ho intrattenuto anche qualche scambio di e-mail, più o meno intenso, più o meno infuocato ma tutto finiva lì.
Ero sempre innamorato di qualche “Beatrice”, eterea e irraggiungibile. E questa costante del mio animo, mi induceva una continua battaglia interiore, dove la mia autostima era sempre sotto processo. Perché davo sempre per scontato che (ovviamente) alla base di tutto ci fosse un desiderio sessuale. Solamente un desiderio edonistico, di provare piacere, godimento. Decine di volte confessai a don Gino un peccato che in realtà non commettevo.
O almeno, non nel senso che comunemente si intende. Mi innamoravo, a volte improvvisamente, di uno sguardo che m’era sembrato profondo, triste, malinconico. M’innamoravo del suono di una voce che m’aveva parlato con un briciolo di confidenza, o per una frase suggestiva, buttata lì, magari senza intenzione, senza malizia. O forse anche con entrambe le cose, non saprò mai in realtà, quante occasioni io abbia lasciato cadere. Ma in verità erano tutte comunque “storie” immaginarie, artificiose.
M’innamoravo spesso, m’innamoravo facilmente. Perché ovviamente, si potrà dire che non era amore. Era ogni volta, una suggestione d’amore. Un sogno indotto dall’immaginazione, da un bisogno interiore, strisciante e perpetuo, seppur silenzioso.
Desideravo, oh sì, e il mio desiderio aveva sempre le sembianze di una donna. Ma non facevo mai un passo in realtà. Non facevo mai il “primo passo”. E capisco ora che in cuor mio speravo sempre che il primo passo lo facesse il destino... o il caso.
C’è una forma di ipocrisia in tutto questo, perché auspicavo che avvenisse qualcosa, di cui io però non dovevo essere io l’artefice. E di conseguenza il colpevole. Qualcosa, insomma, di cui io non fossi direttamente responsabile. Era come voler ritirare la mano dopo aver lanciato il sasso, come sperare di vincere una lotteria, senza aver acquistato alcun biglietto.
Capitolo 21 Silvia
Apparve improvvisa, seppur in fondo attesa, nel 2005, una persona che lanciò quel sasso.
E lo lanciò sotto forma di un invito, sia pur ambiguo, imprecisato. Fu quasi un canto di sirene.
Vorrei dire che lei sconvolse la mia vita, ma mi rendo conto adesso che è una affermazione troppo ricorrente in questa storia, perché possa risultare credibile. In realtà la mia vita è stata sconvolta poche volte, e quasi sempre da avvenimenti che avevano la peculiarità di essere per sé stessi sconvolgenti. Mi è capitato di rimanere colpito nel profondo, da esperienze che vivevo, da conoscenze che mi “cadevano” addosso prescindendo dalla mia volontà. Allora, a volte, io rimanevo intimamente sconvolto, ma la mia vita, quella proseguiva sempre, se non rettilinea, almeno con una certa linearità. E mi rendevo conto, che dentro di me c’era una misteriosa determinazione a proseguire in una sorta di: direzione. Come avessi avuto una meta, un compito da svolgere.
Il fatto stesso di crescere e di invecchiare, era già motivo di angustie per me. Era già uno sconvolgimento continuo, ogni volta che tramontava il sole, ogni volta che finiva un anno. Eppure, in quegli ultimi cinque anni, già due avvenimenti nell’ambito professionale, avevano cambiato la mia vita.
Nel 2001 ricevetti l’offerta di una promozione a capo reparto, causa un improvviso forfeit del capo precedente per motivi di salute.
Accettai, senza chiedere consigli a nessuno, pur sapendo che sarei andato incontro a dei grossi problemi. Era assodato infatti, che il malessere fisico del capo precedente era stato determinato, o quanto meno accentuato, dal forte stress dovuto a quella mansione “pericolosa”.
Furono anni duri in effetti, a causa delle gravose responsabilità, e dei mille problemi quotidiani di lavoro e di rapporti personali, con la proprietà da una parte e gli operai dall’altra. Mi trovavo, insomma, tra l’incudine e il martello.
Fu in quegli anni, comunque, che capii una cosa fondamentale della vita: che quando un individuo si trova davanti a un bivio, a prescindere da quale strada sceglierà, inevitabilmente si pentirà di non aver scelto l’altra.
Cinque anni dopo ahimè, ero già giunto al limite della sopportazione e cominciai a sondare il terreno per trovare un altro lavoro. Cosa che avvenne con sorprendente rapidità. Una grande azienda di allestimenti fieristici era alla ricerca di una figura professionale proprio come la mia: falegname di grande esperienza, con capacità anche organizzative ecc.
Quel nuovo lavoro però, mi fu chiaro già in sede di colloquio che non era adatto per me. Nel campo delle fiere non si costruisce niente di concreto, solo oggetti banali che avranno comunque vita brevissima, per poi essere eliminati. Salvo poi, l’anno successivo, essere ricostruiti uguali. Era insomma un lavoro altamente alienante, lo capii subito. Ma... l’offerta economica che mi fu proposta non ammetteva ripensamenti. Con una perentoria stretta di mano, ancora una volta presi una decisione in autonomia. Dimostrando
(a chi?) una virile autorevolezza.
Lasciai quindi l’azienda in cui ero stato per trentacinque anni, e ancora una volta a un bivio, avevo scelto una strada, con la certezza che me ne sarei pentito. Cosa che puntualmente si verificò nel giro di un paio di mesi: ma dove ero capitato?!
L’unico motivo di conforto, oltre all’estratto conto della banca che era decisamente migliorato, era la consapevolezza che sul calcolo pensionistico ormai prossimo, il nuovo reddito avrebbe arricchito sensibilmente la mia quota mensile di pensione. Per tutto il resto della vita.
In quella azienda, dove svolgevo un lavoro stupido e poco impegnativo, i miei nuovi colleghi di lavoro erano anch’essi delle persone per lo più alienate. Tranne uno, Fabrizio; uno uomo con qualche annetto più di me, che era dotato di una sua particolare forma di “filosofia” tutta sua. Era un uomo calmo, tranquillo, mai nervoso: era insomma ai miei occhi una specie di Buddha italiano. Diventammo subito buoni amici e posso dire, come gli dicevo tante volte, che solo grazie a lui riuscii a resistere in quel luogo per cinque anni, fino al raggiungimento della pensione.
Fabrizio abitava in un paese relativamente lontano, nella “bassa”. Quindi, la sera facevamo la stessa strada per un paio di chilometri, fino all’imbocco della tangenziale. Nel giro di poco tempo, prendemmo l’abitudine di fermarci per bere qualcosa nel primo bar lungo quel breve tratto di strada.
Fabrizio era un uomo di gusti sobri, che amava i piaceri semplici della vita, come il buon vino e la buona tavola. Lui non beveva, degustava. E come per il vino, lui sapeva degustare anche i lati piacevoli della vita, trascurando molto meglio di quanto fossi capace io, le cose negative. Perché anche lui, nonostante tutto, aveva la sua storia non priva di bivi e scelte infelici.
Tornando a quel 2005, c’è da dire che nel bar dove ci fermavamo la sera, c’era ovviamente una barista. E si sa che spesso è la persona dietro al bancone, a determinare il successo del locale. E la barista di quel bar era una signora di bell’aspetto e dai modi affabili. Aveva una bella chioma di capelli biondi e ricci e due fantastici occhi azzurri. Metteva in mostra il suo fisico esuberante, con delle stuzzicanti scollature che però non sconfinavano mai nella volgarità. Non la conobbi abbastanza per ricordare ora il suo nome e comunque ben presto, una sera ci salutò, perché era il suo ultimo giorno di lavoro: aveva rilevato un altro bar e si metteva in proprio. Così, la sera dopo, moderatamente dispiaciuti, eravamo però alquanto curiosi di vedere la nuova barista.
Ricordo esattamente quando la vidi per la prima volta, dalla vetrata, prima ancora di entrare nel bar. Ricordo quella curiosa sensazione di sorpresa, come se mi fossi aspettato di vedere una persona diversa, anche se non era ben chiaro come e perché avrebbe dovuto essere diversa.
Immagino che ci sia una sorta di figura precostituita nell’immaginario dei maschi, riguardo all’aspetto della barista. La consuetudine è che la barista sia sempre, in un modo o nell’altro “attrattiva”, se non attraente. Ma quella nuova barista, intravista da fuori, sembrava diversa. Entrando poi, e avvicinandomi al bancone, ricordo che pensai: inzomma!
Era una ragazzotta alta e abbastanza magra, capelli castani, corti e ricci, ma senza alcuna foggia: evidentemente dalla parrucchiera ci andava molto poco. Aveva un viso un po’ squadrato, quasi spigoloso, con due occhi piccoli, vispi e scuri. Una bocca regolare, ma con labbra sottili, forse perché non c’era alcuna traccia di rossetto.
«Buona sera.»
«Buona sera. Due Muller per favore, grazie.»
Le sorrisi e lei ricambiò con gentilezza. Beh, pensai, ha l’aria di essere simpatica.
«Così sei la nuova barista... posso chiederti come ti chiami?»
« Silvia.»
«Silvia; che bel nome! Io sono Alessandro, lui è Fabrizio. Sai, di solito ci fermiamo qui la sera, prima di andare a casa, e di solito, prendiamo due Muller.»
Così,nel giro di poco tempo, Silvia aveva già preso l’abitudine di preparare i due bicchieri di Muller, già vedendoci entrare.
Ci fermavamo in quel bar quasi tutte le sere e normalmente ci attardavamo non più di dieci o quindici minuti; un tempo ristretto, che per lo più trascorrevamo in una chiacchierata dal tono leggero tra di noi e con Silvia.
«Ciao, come va? Due Muller»
«Tre Euro... ciao.»
«Due Muller... che freddo oggi eh!»
«Tre Euro... ciao.»
E tra una chiacchiera e l’altra, col trascorrere delle settimane, inevitabilmente ci siamo conosciuti quel tanto che bastava per poter dire d’esser quasi amici, con un minimo di informazioni reciproche.
Silvia aveva ventisette anni, e da otto conviveva con un ragazzo in un piccolo appartamento in affitto.
Lei non usava cosmetici di nessun genere; ne indossava mai abiti femminili. Mai messa una gonna se non quando era piccola. Immaginai che non dovesse avere una grande opinione di sé stessa e questo ovviamente, ai miei occhi era motivo di interesse.
Altro punto a favore della non bellissima Silvia, il fatto che lei non leggeva quelle riviste “da donne”, ma solo libri. Ci mise poco insomma, a piacermi.
Mi piaceva di lei quel suo modo di essere. Mi intrigava il mistero che intuivo dietro la sua apparente trascuratezza, di un mondo tutto da scoprire: una intelligenza e un’anima da conoscere, da esplorare.
Certo non era bella, ma la conversazione con lei era sempre piacevole, mai banale. Pur nel tempo ristretto di quelle brevi soste al bar dopo una giornata di lavoro. A volte capitava di scambiarci qualche battuta che risultava incomprensibile ai presenti, magari alludendo a un libro che avevamo letto entrambi, o a una massima di qualche personaggio famoso, c’era insomma una certa sintonia tra me e lei, anche se non sembrava destinata a evolversi in una più profonda intimità.
Finché...
Dopo qualche mese, una sera appena entrato nel bar, già nel vederla da lontano notai qualcosa di diverso in lei. Forse l’espressione, o qualcosa nell’aria, come mi piaceva pensare in seguito.
Avvicinandomi la cosa era abbastanza evidente per un occhio attento come il mio.
«Ciao Silvia; come va? Non mi sembri molto in forma stasera eh.»
Era più pallida del solito, lei che comunque non era mai abbronzata, perché ovviamente disdegnava anche quell’aspetto della civetteria femminile. Spiagge, ombrelloni e creme abbronzanti, non le appartenevano.
«In effetti non sto molto bene... sai, cose di donne.»
I due Muller erano già comunque pronti e io mentre sorseggiavo il mio, non feci nessuno sforzo per ostacolare la mia curiosità, se non quello di astenermi per il momento dal farle altre domande o commenti. Ma mentre la guardavo negli occhi, notai subito che lei sfuggiva il mio sguardo.
Capitava ogni tanto, specie quando era il mio turno di pagare, che Fabrizio se ne andasse qualche secondo prima di me: lui aveva più strada da fare per rientrare a casa e non di rado aveva anche qualche commissione da fare lungo il percorso. Così quella sera, volutamente centellinai più lentamente del solito il mio Muller e Fabrizio a un certo punto salutò e se ne andò.
«Ok, ciao Fabrizio, a domani.»
Rimasti per così dire soli, pur tra la gente di quel bar, prima di andarmene buttai lì una frase insieme ai soliti tre euro: «ah Silvia, Silvia; non me la racconti giusta eh.»
Avevo percepito che era successo qualcosa, ma non erano affari miei.
Mi ero già allontanato di un passo, prendendo lo scontrino al volo, ma lei, con voce bassa mi disse che il suo compagno l’aveva lasciata e... che aveva pianto per tutto il giorno.
Pur avendo eletto Tex Willer come l’eroe preferito della mia adolescenza, al contrario di lui, ho sempre subito il fascino irresistibile di una lacrima di donna.
Quella sera, quando Silvia si confidò con me trattenendo a stento le lacrime, ai miei occhi lei si tramutò istantaneamente in una specie di dea sfolgorante. Rimasi lì imbambolato a guardarla, con un fortissimo desiderio di abbracciarla. E con la mia immaginazione smisurata, di fatto la abbracciai.
E la carezzai, sussurrandole parole dolci come il miele.
Mi limitai invece a un: «accidenti Silvia, mi dispiace.»
Sinceramente, non so se la desiderassi già. Sono certo che le mie intenzioni erano come sempre buone, ma come sempre, cosa ribolliva nel mio inconscio posso immaginarlo solo adesso, che molte cose sulla psiche le ho imparate.
Fui amichevole e per quanto potevo consolatorio. Ma di lì a poco le chiesi se avesse una casella di posta elettronica e se aveva piacere che le scrivessi.
Ah, scrivere, il mio peggior vizio; la mia maggiore debolezza.
Incauto come sempre, mi gettai a capofitto in quel rapporto... umano. (cos’altro poteva essere? )
Oh, scrivevo belle parole, pensieri delicati e gentili. La mia attenzione e la mia intenzione, era di giovare a lei, solo a lei, per aiutarla a superare quel brutto momento. Ma in realtà, ero io a cercare aiuto. Io, mi mettevo a nudo e implicitamente cercavo di instaurare una vicinanza totale.
Le scrivevo di notte, ovviamente, nell’ambigua solitudine di musiche appropriate in cuffia. E poi, quando ci vedevamo al bar, i nostri sguardi assunsero una dimensione di complicità clandestina.
Lei rispondeva raramente alle mie lettere e quando lo faceva, era per dare sfogo alla sua tristezza e all’angoscia per il futuro di solitudine che le si prospettava. Oltre che per ringraziarmi per la: immeritata attenzione che le riservavo.
Il tempo passava e le nostre brevi chiacchierate al bar insieme al mio amico Fabrizio, comunque continuavano. Anche Fabrizio era stato messo al corrente della nuova situazione di Silvia, e chiacchierando, sera dopo sera, settimana dopo settimana, lei ci raccontava gli sviluppi della sua nuova quotidianità.
Da principio era tornata a vivere coi genitori, con cui aveva anche un buon rapporto, ma ovviamente il suo ritorno in quella casa era motivo di disagio sia per loro che per lei. Era ormai vicina ai trent’anni e la sua cameretta di ragazza non le calzava proprio, oltre alle inevitabili limitazione alle libertà personali.
Dopo qualche tempo, una sera ci informò che aveva comprato un miniappartamento, accendendo un mutuo “biblico”. E subito dopo, si trasferì a vivere da sola in quell’appartamento nuovo.
Nel frattempo, nelle mie lettere ormai giravamo intorno a una sorta di “oggetto oscuro”. Era una specie di gioco che intuivo potenzialmente insidioso, ma proprio per questo, elettrizzante.
Percepivo che accadeva qualcosa dentro di me e ormai sapevo bene cos’era.
Capivo in qualche modo che avrebbe potuto essere complicato, ma la verità è che mi sentivo in qualche modo, vivo.
Ero bravo devo dire, nell’alludere alle cose tra le righe, bravo nella forma e incauto nella sostanza. Lei si rammaricava di essere sola e non più giovane e... poco attraente.
E io la avvolgevo letteralmente con sperticate adulazioni. Alludevo al suo particolare e originale fascino interiore della sua personalità così fuori dal banale conformismo. In sostanza affermavo che a me piaceva, e quindi sicuramente poteva piacere a molti uomini.
Le parlavo d’amore, nelle mie lettere, pur senza mai nominarlo. E quando la vedevo la sera, la guardavo come qualcuno aveva guardato Beatrice.
Al bar, con il mio amico Fabrizio, Silvia ci aveva parlato del suo nuovo appartamento: un bilocale con bagno e garage. E ci disse che si trovava in una località vicino a casa mia: in quella tal via, dopo quel parco. Era una strada che conoscevo bene, perché ci passavo spesso.
«Ah, siamo quasi vicini di casa quindi.» le dissi.
«La mia casa è quella rossa, che si vede dalla strada.»
Fabrizio le chiese scherzosamente, quando ci avrebbe invitato nella sua nuova casa a bere un Muller. Lei ridendo, rispose che era ancora tutto sotto sopra e che il frigo nuovo, era praticamente vuoto.
Qualche sera dopo, quando arrivammo al bar, Silvia ci disse che purtroppo aveva terminato il Muller. Prendemmo qualcos’altro senza problemi, dopotutto il Muller era un’abitudine, non una esigenza. Come al solito, dopo qualche minuto pagammo e ce ne andammo.
Fabrizio era davanti a me e mentre lui era già fuori ed io ancora sulla porta, mi voltai distrattamente per un ultimo cenno di saluto a Silvia.
E lei, con uno sguardo strano, come avesse aspettato proprio che mi voltassi, mi disse: guarda che ce l’ho il Muller adesso in frigo.
Ero distratto, perché stavo parlando con Fabrizio, mentre camminavo dietro di lui, e sul momento non capii il senso di quella frase buttata lì. Le sorrisi annuendo, senza capire.
Ci pensai solo un attimo: ha il Muller... che significa? Perché ci ha detto che era terminato?
Era venerdì e il giorno dopo, sabato, passai da quella strada in macchina con mia moglie. Distrattamente guardai la casa rossa, nell’attimo in cui era visibile in fondo alla via e... improvvisamente fui come folgorato. Nella mia mente apparve la realtà e le cose si misero nel giusto ordine. Riudii le parole di Silvia e ricordai quello sguardo, che ora aveva su di me l’effetto di uno schiaffo: «ce l’ho il Muller in frigo...»
A casa sua!
Ce l’ha, nel frigo di casa sua!
Freneticamente mi si snocciolavano tutti i dettagli e ognuno era come un’apocalisse: quella frase, il suo sguardo mentre la diceva, il tono della voce. La scelta del momento in cui Fabrizio non poteva sentire. Credo che in quel momento fosse visibile sul mio volto la pressione sanguigna, che doveva essere aumentata considerevolmente. E forse, se non ci fosse stata la musica della radio, si sarebbe potuto sentire anche il palpitare di un cuore in subbuglio.
Continuai a guidare in silenzio, mentre un cavallo imbizzarrito dentro di me, magicamente vedeva che la strada era spianata. Era sabato e sapevo che il pomeriggio Silvia non avrebbe lavorato al bar, avendo avuto il turno del venerdì; quindi, presumibilmente era a casa.
Mi aspettava una mattinata di shopping; e poi?
La città appariva sonnolenta e rilassante, bella come uno scrigno e vagamente decadente. Quella mattina la vedevo tutta sfocata, come ci fosse stato un velo di nebbia a offuscarla. O forse magari, la nebbia c’era davvero.
Un caffè al solito bar storico nella piazza; la camminata lenta sotto i portici, guardando le vetrine. Mentre bruciavo di una frenesia silenziosa. Eccitazione e paura. Certezze: nessuna.
Avrei davvero fatto quel breve tragitto nel pomeriggio? Avrei parcheggiato sotto la casa rossa; avrei suonato il campanello e avrei salito quelle scale?
E dentro, in piedi contro la porta d’ingresso. Una, due, dieci volte immaginai una vicenda che sicuramente avrei vissuto di lì a poco. E ogni volta in modo diverso, cambiando ogni volta un piccolo dettaglio. Perché c’era sempre qualcosa da aggiungere o da cambiare: una carezza prima di un bacio, un bacio prima di una carezza. Una vita da riversare in un singolo momento.
Una vocina flebile (forse era quella di don Gino) mi sussurrava che magari davvero voleva solo farmi vedere la casa. Forse ce l’aveva davvero il Muller in frigo. Ma non ci credeva nemmeno lui, se era lui.
Ma ecco, che c’era comunque, in fondo all’emozione una nuvola oscura; un abisso impenetrabile. E oltre, l’ignoto.
Ritornammo a casa, carichi di borse con Loghi di marchi famosi.
Un pranzo frugale e poi, una partenza fintamente svogliata: vado a fare un giro.
Non mi fu difficile in verità dissimulare il dubbio che mi contorceva le budella, con una indifferente svogliatezza. E l’apparente assenza di una meta era solo una bugia a metà, perché davvero non ero sicuro di andare dove ero stato invitato, né di sapere cosa avrei davvero trovato. Nemmeno ero sicuro che quello fosse stato davvero un invito. Forse si era semplicemente ricordata all’ultimo momento di dirmi quella cosa, e non volutamente perché la udissi io solo. Ma cosa mi metto in mente!
Feci quel breve tragitto, svoltai in quella via e mi fermai sotto la casa rossa.
E rimasi lì, fermo, col motore al minimo. Il motore della mia mente invece, il minimo ce l’aveva piuttosto alto.
Era l’anno duemilacinque e quell’uomo in macchina ero io, ma mi è difficile ora dire esattamente cosa mi passasse per la testa in quel momento. Certo avevo paura; ero elettrizzato ma avevo paura. Perché se fossi entrato in quella casa, avevo la sensazione angosciante che non sarei più potuto entrare nella mia. Una vocina continuava a dirmi che forse era tutto un equivoco e che lei intendeva davvero farmi vedere la sua casa.
Era una ipotesi ma non reggeva; e comunque, a maggior ragione, perché non salire allora?
La verità è che avevo paura di ognuna delle due ipotesi. Già mi ero immaginato tutto, una parte di me aveva già vissuto ogni momento.
Chi è?
Sono Alessandro...
Ah, Sali...
Sulla porta, appena richiusa, in piedi appoggiati alla porta stessa. E poi in camera... o sul divano... lei mi avrebbe condotto tenendomi per mano.
Il duemilacinque; mi sembra tutto così lontano. E non so come non mi rendessi conto che c’erano due distinti “me stesso” su quell’auto. Uno faceva l’amore con Silvia, e l’emozione era intensissima. Bisogna anche dire che quell'Alessandro aveva il gusto della teatralità e del “bello”, perché la sequenza era per così dire: ben costruita. E quell'Alessandro, non era capace di vedere qualcosa di brutto, o di imperfetto, quella era la donna più bella del mondo.
Ma poi lui, quando tutto era finito e la temperatura si abbassava, quando il respiro tornava regolare, lui... svaniva, evaporava.
Rimaneva quel letto, o quel divano, con una persona distesa apparentemente addormentata. Ma a quel punto, di quella scena solo immaginata, improvvisamente rimanevo io solo. Solo, il vero Alessandro, quello che deve raccogliere i cocci e tornare a casa.
Dopo una retromarcia furibonda, me ne andai sgommando.
Guidai senza una meta e non ricordo se fu un caso che mi ritrovai dentro una chiesa deserta.
Mi sedetti su una panca, con l’animo in subbuglio. C’era un’aula di tribunale dentro di me e un processo in corso. Un processo strano però, perché non c’era nessun avvocato difensore, ma solo due accusatori. Con due accuse molto chiare e opposte: una era di vigliaccheria, di pusillanimità.
Desideri fare una cosa, diceva l’accusa. Hai bisogno di quella cosa, come hai bisogno dell’acqua, e hai anche il sospetto di averne il diritto, di meritartela. Ma sei troppo smidollato per farla, non sei un vero uomo. Non hai rinunciato per qualche nobile principio morale, ma solo perché hai paura di... tua moglie! Non per amor suo, ma per paura di lei.
L’altro accusatore, era forse ancora più cattivo. Ipocrita! Anche se non hai “consumato”, è come se lo avessi fatto.
Ipocrita! Non t’è piovuta casualmente la tentazione, tu l’hai determinata, l’hai costruita un pezzetto alla volta, come sempre senza pensare alle conseguenze. Tanto valeva che andassi fino in fondo a questo punto; almeno non avresti l’assurda pretesa ora, di essere “innocente”.
Apparve un frate da una porticina laterale e attraversò la navata silenziosamente. Era un frate anziano, con barba e capelli bianchi e camminava lentamente. Mi alzai e lo raggiunsi.
«Salve; potrei parlarle?»
«Buongiorno. Parlarmi... di cosa?»
Ecco uno che ha più paura di me, pensai.
«Di cosa... ma scusi, quando una persona chiede di parlare con uno di voi, di solito...»
«Ah ho capito; vuole confessarsi.»
«No, non voglio confessarmi. Voglio solo parlare. Ma se non ha tempo...»
«No, no; prego, venga. Andiamo lì, che c’è una saletta.»
Così, parlai, con quel frate; oh se parlai! Parlavo come un fiume in piena, quasi con rabbia. E gli raccontai solo di quel pomeriggio, figuriamoci, non avevo tempo e agio e voglia, di parlare d’altro. Cercavo naturalmente e lo capisco solo ora, un avvocato difensore. E lui ci provò, poverino, a difendermi. Mi disse che ero stato bravo, che avevo fatto la cosa giusta e che il Signore... è sempre con me.
Ma io non trovavo pace in nessuna delle sue parole, l’impalcatura della difesa era inconsistente. Glielo dissi.
«Ti senti abbandonato da Dio?»
Bontà sua che passò al “tu”.
Ci pensai per tre secondi e poi, sorprendendo anche me stesso, gli dissi di no.
«No, non mi sento abbandonato da Dio. Anzi, vorrei che lo facesse. Vorrei che Lui mi abbandonasse e che mi lasciasse un po’ in pace! Perché mi sento come una marionetta nelle sue mani.»
Dopo forse una mezz’oretta, quando ormai ero completamente in preda a un fervore autolesionista, mi scappò di dirgli, sia pure con tono rassegnato, che lui non poteva capire.
Lui si affrettò a dire che invece capiva, perché anche lui era un uomo e anche lui era vulnerabile alle tentazioni.
«Vuoi dirmi che ti è capitato in vita tua, una tentazione così esplicita e diretta come quella di cui ti ho parlato?»
L’avvocato difensore alzò bandiera bianca e mi destabilizzò con una frase che non dimenticherò mai:
“mah sai, noi qui siamo dei semplici frati, mica tutti abbiamo il dono della loquacità e della conoscenza dell’animo umano.»
Mi sentii cattivo. Per fortuna non ha mai fatto parte del mio carattere, prevaricare su chi è più debole di me, o su chi lo sembra.
Mi scusai per essere stato un po’ troppo veemente e per aver turbato la pace e la serenità di quel luogo. E gli dissi, con un sorriso conciliante la verità; che lo invidiavo.
«Torna ancora se ti fa piacere.»
«Certo, Arrivederci.»
Sapevamo entrambi che non ci saremo mai più rivisti
.
Ora, come ho detto, io e Fabrizio facevamo spesso tappa in quel bar alla fine del lavoro, ma non proprio tutte le sere. Quindi non fu difficile per me accampare una scusa il lunedì successivo e andare a casa senza fermarmi. A quel punto non avevo più tanta voglia di fermarmi, ma non volevo sparire indefinitamente. Per la verità, non progettai alcun atteggiamento; ne mi arrovellai a pensare come comportarmi con Silvia, come guardarla negli occhi. Non era una impresa molto difficile, dopo tutto lei non sapeva che era stato sulla soglia di casa sua. Poteva pensare che non avevo colto il messaggio o, se lo avevo colto, non l’avevo considerato. In fondo non mi sarebbe dispiaciuto, se lei avesse pensato che io fossi un uomo di tal fatta: integro e tutto d’un pezzo.
Comunque, di una cosa ero sicuro: non ci sarebbe mai stato un secondo invito.
Soffrivo? Si, un po’ soffrivo. L’immagine idealizzata di lei, non era stata certo offuscata nel mio animo, da alcuna considerazione riguardo al suo atteggiamento. Lo sapeva bene che ero sposato e avevo un figlio, ma per il mio cuore lei era sempre Silvia, l’amore mio.
Quella parte di me che avrebbe voluto buttarsi in quell’avventura, in realtà si faceva notare per il suo “silenzio”.
Era un silenzio rancoroso, lo sapevo. Non c’era pace dentro di me. Ma la verità è che quel tipo di sofferenza, quel sottile dispiacere, io lo amavo. Lo amavo di un amore quasi libidinoso.
Comunque, le soste al bar si diradarono; ci fermavamo a seconda della disponibilità di entrambi, o se la giornata magari era stata così pesante da indurci a concederci un buon bicchiere. Feci in modo, ma anche questo per inerzia, senza premeditarlo, di non restare più da solo con lei. Me ne andavo sempre insieme a Fabrizio e quindi, le nostre conversazioni rimasero sempre formali. Anche se una sera, lei si tolse la soddisfazione di darmi una bella “bacchettata”. Si stava casualmente parlando di segni zodiacali e lei mi chiese di che segno ero; le dissi che non credevo agli oroscopi e che odiavo anzi quella inspiegabile superstizione; e che comunque, ero dei pesci.
Anche il suo ex compagno era dei pesci, mi disse guardandomi negli occhi. E poi lanciò la freccia: «Tutti uguali voi “pesciolini”, parlate tanto, ma quando c’è da fare i fatti...»
La bacchettata la sentii eccome e non so se riuscii a non darlo a vedere.
In seguito scrissi ancora un discreto numero di lettere a Silvia... ma non gliele mandai. Nemmeno una.
Capitolo 22 La scarpiera
So che esiste ancora quella scarpiera, perché non molto tempo fa, avendola evocata ne ho avuto notizia.
«...ma ce l’hai ancora quella scarpiera?»
«Certo che ce l’ho ancora; è mal ridotta ormai, ma ce l’ho ancora.»
« Se vuoi, vengo a restaurartela... »
Quando ripenso a quel periodo della mia vita, ho l’impressione ora che fosse evidente, che di lì a poco sarebbe accaduto qualcosa. Come se ci fosse stato qualcosa nell’aria, come se ci fossero stati dei segnali, nell’aria. Ma più probabilmente, è la dinamica stessa della storia, che impone, col senno di poi, che a quel punto dovesse apparire qualcosa di nuovo all’orizzonte.
Non so, era come se dopo aver riassettato una stanza, fosse il tempo di passare in un’altra; come se, dopo aver superato dei problemi, non restava che aspettare ne insorgessero degli altri.
In verità non c’era alcun segnale nell’aria e non avevo risolto nessun problema. Quella sensazione di immanenza di un evento, quell’imprecisato presagio di un nuovo tiro mancino del destino, ha una qualche evidenza solo ora, col senno di poi. A un certo punto una stagione della vita si era chiusa ed era da illusi pensare che andasse tutto bene. Lo so bene ora, che anche se non fosse successo nulla, non avrei comunque mai avuto una sensazione, anche parziale, di serenità.
Non so quando ho pensato per la prima volta di aver sbagliato tutto nella vita, forse è stato un pensiero presente fin dai miei primi passi. Un sospetto che ho tuttavia sempre ostinatamente scacciato dalla mente, senza mai ammetterlo. Avendo il sospetto, tra l’altro, che questo dubbio fosse una cosa comune per tutte le persone.
Tiravo avanti quindi, sempre avanti. Tanto che sul finire della prima decade del 2000 (erano già passati dieci anni!), ero convinto che l’unico problema che ormai mi era rimasto, fosse quello del lavoro.
Il mio nuovo lavoro in fiera mi era diventato insopportabile. Ormai odiavo andare in quel posto e avrei volentieri cambiato. Ma c’era ahimè, l’aspetto economico, che nella mia vita è stato sempre fondamentale. Per via di quell’obbligo morale che ho sempre percepito, di dover dimostrare il mio valore a una platea di: fantasmi.
Ho pensato in questi giorni, mentre mi accingo a stendere questa parte della storia dopo aver rievocato la vicenda di Silvia, che nello stesso periodo in cui mi laceravo per lei, già era presente nel mio “orizzonte” quotidiano, un’altra persona. Una persona che vedevo praticamente tutti i giorni da oltre vent’anni.
Durante la pausa pranzo andavo tutti i giorni in un altro bar a prendere il caffè, o a mangiare qualcosa. Era un bar diverso da quello dove mi fermavo la sera, era più grande e aveva annesso un ristorante con una grande sala.
Essendo in piena zona industriale, era sempre molto frequentato da operai, impiegati e camionisti.
L’azienda dove avevo lavorato per trentacinque anni si trovava a poche decine di metri dalla fiera e quindi, quando ho cambiato lavoro, non ho cambiato di molto le mie abitudini: stesso percorso mattina e sera, stesso tabaccaio, stessa edicola; e sempre lo stesso bar a mezzogiorno. Così, tra l’altro, sono sempre rimasto in contatto con buona parte dei miei ex colleghi.
Ora, in quel bar-ristorante, c’erano varie persone che ovviamente, lungo il corso di così tanti anni potevo dire di conoscere abbastanza bene. In cucina c’era Gianna e suo marito, che erano i proprietari dell’ambiente.
C’era poi una barista e c’erano un paio di cameriere ai tavoli. Una di esse si chiamava Gina. (Nemmeno mi sfiorava l’idea che ci fosse una strana ricorrenza riguardo a quel nome)
Erano tutte persone, comunque, che conoscevo da decenni e di cui, per ognuna, avevo delle impressioni, delle opinioni. E tutte erano persone simpatiche e piacevoli. Ma per due in particolare: Gianna, la proprietaria e Gina, la cameriera, nutrivo una stima particolare.
Avevano più o meno la mia età ed entrambe, in modo diverso, erano attraenti, anche se nessuna delle due era vanitosa o in qualche modo civettuola. Erano semplicemente due persone piacevoli nel loro modo di porsi e di dialogare, per quanto fosse ristretto il dialogo che potevamo avere.
Erano intelligenti, gentili, spiritose; entrambe sposate ed entrambe madri. Gina, da poco era anche diventata nonna. E fu proprio in quel frangente, quando lei annunciò il lieto evento al bar, che i miei occhi si posarono su di lei per la prima volta con un po’ più di attenzione.
Ero nel periodo in cui ancora mi arrovellavo nel segreto dei miei pensieri, col mio tribunale inquisitorio privato, a causa di Silvia; e quando osservai Gina così felice, così serena, mentre annunciava di essere diventata nonna, la invidiai profondamente. E invidiai suo marito. Involontariamente pensavo che se fossi stato io il suo compagno, certamente non avrei guardato le altre donne con quella smania con cui invece, ahimè, le guardavo.
L’equilibrista camminava su una corda tesa e una improvvisa folata di vento l’aveva quasi fatto cadere. Ma ora lui sembrava aver ritrovato l’abituale, seppur precario equilibrio. In quel momento, incautamente avevo osservato Gina, soffermandomi a constatare che come sempre, avevo sempre visto di lei solo un volto, due occhi, una bocca e poco altro. Quindi ora vedevo, scoprivo, che aveva anche un corpo. Un corpo che aveva ben poco di attinente alla sua nuova condizione di nonna. Era ben fatta, aveva un seno, della giusta dimensione e forma; aveva un lato “b” armonioso e leggiadro.
Cosa poteva accadere? E soprattutto: sospettavo lontanamente che potesse accadere qualcosa, mentre guardando Gina mormoravo tra me e me:
“ah, però...”
Un giorno, attraversando la sala ristorante per andare al bagno, vidi un libricino sul piano della credenza e senza fermarmi, il mio occhio si posò con distratta curiosità su quell’oggetto.
“Poesie”, era il titolo di quel libricino. Al ritorno, mentre mi scuotevo le mani ancora umide, mi curvai leggermente su quel libricino e vidi che non c’era scritto null’altro, solo: Poesie. Lo presi in mano per guardarlo meglio e in quel momento vidi che Gianna mi stava osservando.
«Posso?» Domandai.
«Ma certo caro.»
Me lo portai al tavolo e lo lessi, estraniandomi per un po', dal frastuono di quel bar.
C’erano una trentina di pagine di poesie, tutte molto belle devo dire. E in ognuna traspariva una profonda tristezza, tanto che a un certo punto volli guardare l’interno della copertina per vedere chi era l’autore.
Era una ragazza ed era anche molto carina (c’era una foto con un bel primo piano di lei). Sotto c’era il nome, la data di nascita e... quella di morte. E tra le due date notai che c’erano meno di vent’anni.
Rimasi colpito dal volto e dallo sguardo di quella infelice ragazza (potrei dire che me ne innamorai all’istante). Comunque, prima di andarmene riconsegnai il libretto a Gianna e lei mi disse: «belle vero?»
«Si, molto belle. Poverina! La conoscevi?»
«Si, era figlia di amici...»
«Accidenti» commentai «certo che leggendo le sue poesie, si capisce che era malata. Di cosa è morta?»
«Macché malata! È morta in un incidente di macchina. Poveretta, pensa che è rimasta incastrata tra le lamiere per ore prima che la tirassero fuori, ma ormai era troppo tardi. No, no, lei non era malata, era sanissima.»
Rimasi letteralmente a bocca aperta, mentre mi domandavo perché mai avevo pensato che fosse malata.
Un presagio, una specie di vertigine e una voglia incontenibile. Presi un post-it dalla credenza e con una penna, scrissi un “link”. Lo diedi a Gianna e me ne andai con un sorrisetto di complicità. Era l’indirizzo di un blog.
Ebbene sì, avevo da poco pubblicato un blog in internet, una pagina tutta mia, personale. E, siccome non ero certo un “guru” dell’informatica, essere riuscito a creare quella “cosa” tecnologica mi aveva dato una certa soddisfazione. Ma soprattutto, avevo avuto la puerile sensazione di aver messo un messaggio dentro a una bottiglia e di averla gettata nell’oceano.
Non avevo confidato a nessuno quel mio segreto tra le persone che conoscevo, e nessun sconosciuto lasciò mai un messaggio o un commento, anche se vedevo che ogni tanto qualcuno visualizzava il blog.
Buffo, era come notare che ogni tanto qualcuno trovava la bottiglia e dopo aver letto il messaggio, la rigettava in mare.
Ero ben attento, o così mi sembrava, a ciò che sarebbe potuto succedere, fuori e dentro di me. Gianna non mi appariva come una ipotetica, ulteriore bufera emotiva. Se così fosse stato, avrei potuto pensare che il diavolo mi stava davvero mettendo in un labirinto pieno di incroci e di bivi. Eppure, mi era ben chiaro che forse si trattava solo di “imparare” ad avere dei normali rapporti umani e che non potevo, non dovevo, vedere in ogni donna che si avvicinava a me, una possibile, immanente rivoluzione e un pericolo.
Avevo capito che in verità per me non era mai solo un desiderio sessuale, ma era pur sempre comunque un desiderio. E il sesso, anche se arrivava in seconda battuta nel mio animo, alla fine appariva sempre.
No, Gianna mi potrà anche piacere, mi potrà piacere avere un dialogo con lei, forse ci scriveremo ma... no, con lei ci starò attento.
Ci starò attento.
Il giorno dopo, quando attraversai di nuovo la sala ristorante, Gianna mi salutò con un sorriso luminoso e mi disse: ma sei un poet...
La interruppi perentoriamente appoggiandomi il dito indice al naso e mi avvicinai a lei. «Scusa, non te l’ho detto, ma è un segreto. Sai, i miei amici sono tutti un po’: selvatici.»
«Certo, certo; non ti preoccupare. Però sei bravo, scrivi bene.»
«Ah grazie.» Sorrisi e mi stavo avviando verso il bagno, ma lei aggiunse che l’aveva detto solo a Gina e mi chiese se potesse darle il link, che lei glielo aveva chiesto.
«Sai, anche Gina è una che, scribacchia.»
«Ma sì, certo, puoi pure darglielo.»
Stavo attento. E intanto non mi accorgevo che arrivava un uragano al confronto del quale Silvia era una brezza. Gina.
Era una donna non molto alta di statura, minuta e magrolina; capelli castani, occhi castani, un nasino regolare e una bocca sottile, che curiosamente piegava un po’ obliquamente quando sorrideva. Era una specie di smorfia involontaria e accattivante, ma a parte questo, era davvero difficile descriverla a memoria, non avendo lei nessuna caratteristica fisica al di fuori di una graziosa regolarità. Era il classico tipo che non si faceva notare per strada, ma che nella cerchia delle persone che la conoscevano, beh, brillava di luce propria. Perché era sempre sorridente, sempre pronta a rispondere con garbo, ma con sagacia, alle battute di noi operai. Lei era una “presenza” eterea, per così dire. Sembrava volteggiare tra i tavoli, dispensando piatti di pasta al ragù e sorrisi. C’era qualcosa però in lei, o per meglio dire, nell’immagine che io avevo di lei, che mi poneva in una posizione molto diversa da quella che avevo avuto a suo tempo con Silvia. Ovviamente era una differenza che percepivo istintivamente, senza comprenderla appieno, ma che tuttavia mi induceva a vederla come attraverso un solido vetro impenetrabile.
Al contrario di Gianna, o anche di Silvia, lei mi capitava di incontrarla ogni tanto anche al di fuori da quel ristorante, dato che abitava vicino a mia suocera, in una zona comunque che frequentavo spesso. La incontravo per strada, o in chiesa; quando magari prima di andare a pranzo dalla suocera, andavo diligentemente alla messa nella chiesa dove andava anche lei. Ricordo che una volta la vidi in chiesa, senza che lei vedesse me.
Era qualche fila davanti ed era con una delle sue figlie.
In attesa che cominciasse la messa, la guardai per diversi minuti, avendola riconosciuta tra la gente. E dopo un po’ vidi che si voltava verso la figlia, parlottarono un po’ sottovoce, e poi lei fece un gesto che mi strappò un sorriso: diede un leggero buffetto sulla nuca della ragazza. Immaginai fosse un rimbrotto per chissà quale motivo.
Ecco, pur senza mai averci riflettuto veramente a fondo, Gina era una specie di icona immagazzinata nella mia coscienza da molto tempo. Lei era l’icona di una donna con cui doveva essere bello vivere; la donna positiva, fantasiosa e integra. La donna che sa quello che vuole, e ha, quello che vuole.
Gina, evidentemente istruita da Gianna, non fece nessun commento al bar, ma mi guardò in un modo diverso, anche se col fantastico sorriso di sempre. Dopo qualche giorno, però, inaspettatamente ricevetti una sua mail. L’indirizzo l’aveva potuto leggere nel blog e dopotutto, se l’avevo messo era proprio perché speravo che qualcuno mi scrivesse.
Considerando la rarità dell’evento, comunque, quella lettera non poteva che apparirmi come una specie di miracolo. Un altro messaggio in un’altra bottiglia. Mi faceva i complimenti per lo stile, ma soprattutto mi comunicava da parte sua una comunanza, una sintonia, riguardo ai temi del blog. E aggiunse, emozionandomi alquanto, il copia-incolla di una sua breve poesia.
Le risposi. Mi scrisse di nuovo, e di nuovo le risposi.
Poi un giorno, al ristorante, mentre sparecchiava il tavolo prima di portarci il caffè, senza sotterfugi mi mise in mano un minuscolo pezzetto di carta sorridendo. Nessuno trovò strana la cosa, perché io lo lessi e sorrisi a mia volta, facendole il gesto di “ok” col pollice alzato.
In quel bigliettino mi chiedeva di scriverle quella sera qualcosa di triste, di malinconico.
La mia iniziale (e saggia) prudenza si dissolse con sorprendente rapidità. Perché pur pensando moltissimo a lei, vivevo la cosa con una certa leggerezza. In seguito, mi sono chiesto che senso avesse a quel tempo quello strano benessere privo di turbamento, e sono giunto alla conclusione che lei era semplicemente troppo “lontana”, anche per il mio impenitente inconscio. Era la Luna, e io scrivevo alla Luna.
Mi capitava di dipingere nella mia fantasia, un quadro dove io e lei eravamo uniti. Ma in quel quadro dove lei era lei, Gina; io invece ero un altro.
Ero un Alessandro quindicenne che viveva una vita diversa, che aveva avuto una infanzia normale e che era figlio di genitori normali e “presenti”. Era insomma una favola surreale, e come tale, trovava posto nell’angolo più inaccessibile della mia coscienza, dove non c’erano corpi ma solo personaggi fantastici.
«Eri una dea per me, Gina.» Fui io a pronunciare questa frase in seguito.
«E ti avevo collocata in una teca di cristallo dentro a un tabernacolo. Non mi era possibile nemmeno pensare di toccarti.»
Ma fu lei invece a toccarmi, stringendo le mie mani un sabato mattina, a casa sua.
Un giorno al ristorante, mi disse che aveva bisogno di un falegname e mi chiese se potessi ripararle una scarpiera a casa sua.
«Una scarpiera? Che cos’ha che non va? Qual è il problema?»
«Ha una ribalta scassata, non so. Forse è da incollare.»
Così il giorno dopo, sabato mattina, ero a casa sua. Ricordo che ci andai tranquillamente, senza particolari emozioni, con un senso anzi di curiosità: ero curioso di vedere, immagino, la casa “perfetta” di quella donna “perfetta”.
Capitolo 23 La diga
Era la fine di gennaio del duemila e dieci; mi mancava ancora un anno per la pensione, quando, pensavo, sarebbero finiti tutti i miei problemi. O per meglio dire, avrei risolto l’ultimo che mi era rimasto: il lavoro insopportabile che facevo.
Credevo che non potesse più accadermi nulla. Almeno non a causa di errori miei. Ero sempre in attesa di un possibile imprevisto, ma temevo soprattutto l’imprevisto di una qualche malattia che avrebbe potuto colpirmi da un giorno all’altro. O un malaugurato incidente, o chissà quale altro cataclisma. E questo semmai, pensavo, col solito inguaribile “ottimismo”, sarebbe potuto accadere subito dopo essere andato in pensione. Quante storie avevo sentito che erano andate così!
Il mio deprecabile fatalismo mi portava ad essere sicuro che c’era dietro l’angolo qualche altro brutto tiro del destino, o qualche scherzetto per mano di Dio. Lo immaginavo persino, Dio, con la sua faccia barbuta appoggiata sui gomiti e una scacchiera davanti, mentre pensava alla mossa successiva.
E invece, quel sabato mattina, in anticipo sui tempi previsti, Dio fece la sua mossa.
Ero tranquillo ripeto, anche perché mi introducevo in una abitazione di sabato mattina, quando normalmente le famiglie sono radunate a casa. Pensavo avrei trovato anche il marito, e la figlia più giovane, quella non ancora sposata. Avevo anche il pensiero della scarpiera, che mi distoglieva. Non ero sicuro di aver portato l’attrezzatura adeguata, forse avevo dimenticato qualcosa: quante cose pensavo!
Gina era sola invece, e introducendomi nel suo mondo, vidi un mondo che a me appariva davvero perfetto. Una villetta a schiera carina, col suo piccolo prato davanti un po’ spelacchiato, una bicicletta, un secchio, una scopa.
Un quadro di vita quotidiana ben dipinto insomma, dalle tinte tenui. E poi il salotto, col divano “vissuto” in pelle nera, il telecomando, il tic-tac dell’orologio al muro.
«Faccio il caffè?»
«Magari dopo dai, fammi prima vedere questa scarpiera, che vediamo subito di che morte moriamo.»
Il mobile era a metà della scala che conduceva al piano interrato. Mi inginocchiai sollecitamente, come un medico che accudisce un ferito per terra.
Scarpe da uomo, scarpe da donna; scarpe sportive e altre eleganti. Scarpe che avevano fatto tanti passi, che erano state in tanti posti; il falegname ha un punto di osservazione privilegiato, per entrare furtivamente nell’intimità delle persone attraverso i mobili di casa. Mobili che essi stessi, e col loro contenuto, raccontano le mille storie private delle persone.
L’anta in questione era davvero ridotta male, ci volevano colla e morsetti. E io naturalmente non avevo portato né l’una né gli altri.
«Poco male comunque» dissi a Gina: «me la porto via. A casa mia la incollo e la metto in morsa con comodo. Te la riporto magari sabato prossimo.»
Pochi minuti ed ero pronto con l’anta smontata.
Ora, ci poteva stare il caffè.
La guardavo in silenzio, seduto in cucina, mentre come al ristorante, lei svolazzava tra i mobili della casa armeggiando con la moka, e intanto mi parlava.
Poi, seduti uno di fronte all’altra, cominciò una conversazione apparentemente come tante. Ma noi, noi che ci scambiavamo lettere scritte di notte, non potevamo certo parlare del più e del meno. Inevitabilmente ci calammo in una intimità subito abbastanza profonda, come piaceva a me.
E già forse dopo mezz’ora, lei aveva sbriciolato la teca di cristallo in cui io l’avevo posta.
«Meno male che ho conosciuto te proprio ora» mi disse.
«Perché in questo periodo ho proprio bisogno di qualcuno con cui confidarmi.»
Credo di aver parlato molto poco quella mattina, perché lei invece, era un fiume in piena.
Era turbata, sofferente, aveva un grosso problema. Ma non mi volle dire di più, e io, per riguardo non insistei per farmelo dire. Ma era chiaro che il guaio riguardava la sua situazione coniugale e, non so perché, mi feci l’idea che lei avesse una storia clandestina con un altro uomo. Gina, la “perfetta”, aveva un amante!
Con l’anta sottobraccio uscii da quella casa, che già mi appariva meno perfetta ma nello stesso tempo, incomprensibilmente più seducente.
Richiusi il cancelletto di ferro e... idealmente lo riaprii dopo un secondo, con l’anta già riparata in mano.
In quel secondo, c’era ovviamente una intera settimana; una settimana in cui ho fatto chissà quante cose; probabilmente mi sarò anche fermato qualche sera al bar con Fabrizio. E magari avrò anche rivisto Silvia, chi lo sa.
Gina invece continuavo a vederla tutti i giorni durante la pausa pranzo, e naturalmente, niente era più come prima. Mi accorgevo che non la perdevo di vista nemmeno un secondo, la guardavo insistentemente e quando spariva dietro l’angolo, tenevo lo sguardo su quel muro, leggermente ansioso di vederla riapparire.
Il sorriso che come sempre dispensava a tutti, non era più lo stesso sorriso ai miei occhi, aveva un velo di malinconia e di tristezza. Coglievo la fatica della sua “recita”, fingeva che tutto andasse bene e sorrideva con professionalità. Ero sicuro che solo io notavo la differenza. Quando anche lei mi guardava, quello sguardo aveva su di me l’effetto di un arpione fissato a un cavo d’acciaio.
C’era sempre un brusio caotico di voci, rumore di piatti e tintinnio di tazzine, risate, colpi di tosse e il traffico rombante di fuori. Ma per il secondo in cui i suoi occhi puntavano i miei, come per incanto tutto si fermava e si zittiva.
“E’ come con Silvia”, una vocina continuava inutilmente a ripetermelo. E mi esortava a non perdere il filo con la realtà.
Ma no, Gina la conosco da almeno vent’anni. E in tutto questo tempo non ho mai pensato di poterla nemmeno sfiorare. Ora, forse ho visto un lato di lei che non mi aspettavo, ma anche se fosse, sarebbe comunque lontana dal mio orizzonte. Anzi, probabilmente ora lo era ancor più di prima. Ero un suddito adorante, che aveva ricevuto una confidenza intima dalla regina, ma ero sempre un suddito.
L’anta della scarpiera, perfettamente riparata, la montai in cinque minuti.
E quando lei mi chiese il conto, le risposi che un caffè era più che sufficiente.
«Il caffè te lo faccio, ma poi mi dici quanto ti devo per favore, perché hai fatto un lavoro davvero eccezionale.»
In effetti il lavoro l’avevo fatto bene e forse si potrebbe sprecare una riflessione in proposito. Data la mia grande esperienza di falegname, so come fare quando c’è da riparare un telaio di legno: in genere non è il caso di cercare di congiungere pezzi scollati, innestando alle belle e meglio della nuova colla. Per fare un bel lavoro bisogna smontare tutto, scollare anche le parti non staccate, ripulire e poi re-incollare tutto.
Smontare tutto. Altrimenti è sempre un “rattoppo”.
Seduti in cucina, con la tazza di caffè davanti, Gina mi raccontò la sua storia: non era lei ad avere un amante, ma suo marito. E la “dimensione” del tradimento, la modalità di come si erano svolti i fatti, mi lasciò allibito. Ne avevo sentite tante di storie, ma quella obiettivamente era al di là di ogni immaginazione. Non mi dilungherò sui dettagli di quella vicenda, in fondo non è “la mia storia”. Ma Gina era davvero in un momento terribile. Tutto le era crollato addosso all’improvviso, e ora si trovava davanti a una decisione da prendere: cercare di dimenticare o... smontare tutto.
Quello che accadeva in quella stanza però, era che il mio animo, il mio intero essere era totalmente trascinato in una specie di frana. Una frana cui mi ero accostato, potrei dire, ancora una volta imprudentemente.
Col senno di poi si sa, sarebbe bastato un piccolo dettaglio nel mio atteggiamento, per dissolvere quell’atmosfera come si dissolve una bolla di sapone. Bastava per esempio, dare una occhiata, una sola, all’orologio che avevo al polso. Sarebbe bastato un minimo segnale di realismo. Invece me ne stavo lì, a bocca aperta, senza dir parola. Era già troppo tardi, già rotolavo rovinosamente come una pietra.
Il colpo di grazia poi, me lo diede lei, quando per mimare ciò che mi andava raccontando, prese entrambe le mie mani e ripeté quello che aveva detto a suo marito su quello stesso tavolo tenendo le sue. “Dimmi la verità ora, dimmela...” (lui aveva tentato sulle prime di negare).
Lei dunque aveva guardato lui diritto negli occhi, quando le diceva così, ma in quel momento, nel fervore di quel drammatico racconto, guardava me, diritto negli occhi. E in quel momento sentii distintamente uno schianto dentro di me, come uno scatto metallico. (Addio realtà)
Alla fine, non resistei all’impulso di abbracciarla prima di andarmene. Certo, era un gesto quasi istintivo, dettato dal desiderio di esprimerle la mia vicinanza, la mia amicizia (certo!).
Sentii che lei ricambiava e mi stringeva a sua volta. “Conta fino a cinque”, le sussurrai a un orecchio.
«Mi dispiace tanto Gina.»
Nello staccarci, come fanno i buoni amici ci scambiammo due bacetti sulle guance. E un terzo, sia pure appena sfiorato, sulle labbra.
L’ho fatto io? L’ha richiesto lei?
Una breccia s’era aperta comunque, in una diga che conteneva un lago, una grande massa d’acqua.
Non a caso evoco la metafora di una diga, perché poco tempo dopo, sognai davvero una diga, e in quel sogno c’era anche lei, Gina.
Mi trovavo in un prato di montagna, che andava degradando sulla riva di un grande lago. In prossimità del lago c’erano un tavolino e alcune sedie di plastica bianca, simili alle sedie che a quel tempo avevo nel mio giardino. Seduta su una di quelle sedie, apparentemente rilassata, c’era mia moglie Laura e poco distante, forse coi piedi nell’acqua, Gina.
Il quadretto poteva somigliare a un’immagine bucolica di serenità, se non avessi notato in quel momento, che lì vicino il lago terminava contro una grande diga, oltre la quale il paesaggio si perdeva tra vette innevate e vallate lontane. E quella diga era clamorosamente surreale, perché era lunghissima e incurvata come tutte le dighe, ma quella era un muro di cemento di uno spessore ridottissimo, non più di una decina di centimetri. Nella realtà non avrebbe mai potuto reggere la pressione di tutta quell’acqua.
Non so come, mi ritrovai a nuotare nell’acqua di quel lago.
L’acqua di per sé non mi ha mai indotto inquietudine, che fosse realtà o sogno. Ma mi accostai alla diga nuotando e mi aggrappai al muro con le mani. L’acqua arrivava al bordo di quella sottilissima barriera e in vari punti tracimava gocciolando, precipitando oltre in piccoli scrosci.
Appoggiato coi gomiti a quel muro di non più di dieci centimetri di spessore, come al davanzale di una finestra, potevo guardare giù e vedere che era uno strapiombo vertiginoso di varie centinaia di metri. Nemmeno si distinguevano i dettagli di quella gola, dove si intuiva la presenza di un piccolo ruscello nascosto dalla vegetazione.
Un leggero moto ondoso mi faceva oscillare mentre galleggiavo orizzontalmente affacciato a quel baratro, e sarebbe bastato poco, un’onda un po’ più alta, un colpo di vento, per farmi precipitare nel vuoto.
Avvertivo un senso di terrore misto a una misteriosa eccitazione, per quello spettacolo indubbiamente suggestivo. Ma più ancora mi atterriva la sensazione, che pareva una percezione fisica, dell’immensa massa d’acqua nella quale galleggiavo. La forza della pressione di quella massa d’acqua sospesa nel vuoto, come poteva reggerla quel piccolo muro?
Ovvia, la percezione di un crollo immanente.
La vocina che mi diceva che era come con Silvia, dunque, si era materializzata in una palese realtà. E quindi, avrebbe pur dovuto servire a qualcosa l’esperienza che avevo acquisito. Ma la realtà appunto, mi veniva incontro nei giorni a seguire, come se io fossi diventato un oggetto inerte.
Già il mattino successivo mi sono alzato con un senso di apatia opprimente, che era uno stato d’animo che pur conoscevo bene e che mi era diventato quasi familiare. Tutte le volte in cui mi sono svegliato con quella sensazione, c’era una causa evidente, un significato: il giorno prima era morto mio padre; il giorno prima era morta mia madre; il giorno prima, era accaduto comunque qualcosa di “grosso”.
Ma certi risvegli amari invece, con quel nodo alla gola e una assenza totale di forze, non erano conseguenti a un trascorso recente tragico, o quantomeno memorabile. Molte volte mi svegliavo così, apparentemente senza alcun motivo.
Poi ci si fa la barba davanti allo specchio, ed è passato un altro giorno. E un altro ancora. Ci si guarda negli occhi, quegli occhi gonfi, stanchi, segnati da una ragnatela di capillari rossi. E gradualmente, tutto si diluisce.
Ma cosa c’era quel giorno di sbagliato? Cos’era quell’ansia, quella voglia di piangere?
Vedevo Gina tutti i giorni, e la osservavo ormai ossessivamente, nascondendo a fatica, lo spasimo che mi tormentava l’animo.
Di notte, le scrivevo lettere accalorate, grondanti di affetto e comprensione, e leggevo le sue. Era un dialogo incentrato per lo più sulla sua vicenda, dove sembrava che io fossi un medico e lei una paziente.
Ma se fossi stato davvero un medico, sarei stato un pessimo medico, perché non avevo la minima idea di cosa aveva bisogno la mia paziente. E mi era sempre più evidente invece, che ero io che mi stavo ammalando e avevo bisogno di cure. Perché pur non pensando mai apertamente che le cose avrebbero potuto prendere una piega senza ritorno, la mia vita, la mia quotidianità, mi era diventata improvvisamente insopportabile.
Una sera uscendo dal lavoro, Gina era sul marciapiede di fronte.
Era là, ferma: stava aspettando me.
«Ehi ciao, che ci fai qui? È successo qualcosa?»
«No. Non avevo voglia di tornare a casa e così sono venuta a vedere dove lavori.»
L’accompagnai a casa e rimanemmo un po’ in macchina a parlare. E in breve, quell’episodio diventò un’abitudine. Lei mi aspettava fuori dal lavoro e in un piccolo parcheggio sotto a degli alberi, rimanevamo un’oretta, quasi ogni sera... a parlare.
So cosa pensi, tu che leggi: ti chiedi se diventammo amanti? Si certo.
E’ normale: è così che vanno le cose, no? Ma in questa storia, davvero non c’è niente di normale.
Lei era sempre più in crisi con suo marito. Nonostante la “posizione” di lui, decisamente indifendibile per la sua condotta, i litigi tra di loro erano sempre più frequenti.
Lungi da me giudicarlo, non mi sentivo certo in diritto di farlo, ma lui, a dispetto di come si era comportato, era anche un uomo possessivo, tirannico, geloso, e per giunta aggressivo.
E io intanto, ero costantemente triste, abbattuto, sempre sul punto di crollare in una crisi irrefrenabile di pianto. Ne mi consolavano i miei ormai quotidiani incontri con Gina, che erano anzi la vera causa del mio malessere.
Avevo di fatto una relazione e questo era un fatto. Perché mi vedevo con una donna di cui ero follemente innamorato, inutile girarci intorno. Le settimane passavano, i mesi, senza mai nemmeno un bacio. Solo parole. Tante parole. Era una relazione fatta di parole, e come sempre, anche stavolta le parole costruivano un mondo illusorio tutto mio.
Finché, arrivò un crollo, improvviso e inaspettato.
Un giorno, durante la pausa pranzo me ne andai a casa con un disperato bisogno di sfogare la pressione interna, come fossi stato una caldaia sul punto di esplodere.
Ma perché? Perché ero così disperato? Mi sentivo in trappola, senza speranze. Avevo un bel dire a me stesso che non era successo nulla, sapevo che qualcosa era accaduto dentro di me. Ed era vero che non era la prima volta, ma questa volta, a prescindere da come si fossero evolute le cose, era comunque il presente, che ormai mi appariva inaccettabile. E qualsiasi ipotesi sul futuro, mi angosciava a morte. Anche e soprattutto, l’ipotesi che nulla cambiasse.
Sapevo che quel giorno la casa era vuota, mio figlio era a scuola e mia moglie al lavoro. Parcheggiai la macchina in garage e mi precipitai nel primo posto dove potevo sedermi: su un gradino a metà scala. Quasi mi accasciai su quel gradino e lì, mi lasciai andare.
Come un temporale che inizia con le prime sporadiche gocce di pioggia, gocce pesanti e salate cominciarono a scendere sugli scalini, mentre tenevo la testa tra le mani. Poi cominciarono i singhiozzi, che in breve diventarono spasmi e alla fine, rantoli.
Mi spaventai, perché non arrivava più aria ai polmoni. Mi alzai a fatica, mi trascinai barcollando nel lavatoio lì vicino e aprii il rubinetto. L’acqua fredda sulla faccia produsse il suo effetto e la crisi piano-piano si attenuò, ma ero devastato: ansimavo come avessi fatto una corsa forsennata e mi reggevo in piedi a fatica.
Quando ho cominciato a stare veramente male, non ero sufficientemente lucido per reagire razionalmente, ma a quel punto ero costretto a fare una cosa che non avevo mai fatto in vita mia: mi rivolsi a uno psicologo.
Sapevo che il mio malessere non era un fulmine a ciel sereno, non era apparso dal nulla improvvisamente, questo lo capivo chiaramente. Era da molto tempo che covava sotto la cenere e ora era esploso come un vulcano che si risveglia inaspettatamente.
Capitolo 24 Scivolando verso l’inevitabile
«Mi dica tutto», immagino sia questa la frase più ricorrente che uno psicologo dice alla prima seduta con un nuovo paziente. Già; “mi dica tutto”; una frase che avrei potuto dire a me stesso davanti allo specchio, se non fosse che la persona davanti allo specchio è inaffidabile, mente regolarmente, anche se non sa di farlo, e comunque non è dato a sapere, cosa ci sia veramente dentro quella testa. In effetti si potrebbe dire che lo specchio si sdoppia in due, e rimango lì a osservare due individui, due “me stesso” che si detestano.
Così, cominciai a raccontare di nuovo la mia vita, questa volta a un dottore.
E mentre raccontavo, contemporaneamente ascoltavo quello che dicevo con una certa sorpresa; perché dicevo le stesse cose che raccontavo a Gina nelle nostre lunghe conversazioni: la mia infanzia, mia madre, il cortile con l’aia, i campi. Quella strana felicità, e quella strana disperazione.
Una valanga di ricordi lontani nel tempo, eppure così vicini, così direttamente collegati al presente.
Nello studio di quello psicologo fuorusciva da me una cascata confusa di ricordi vorticosi. E non riuscendo a trattenere le lacrime fin da subito, sentivo che tornava il malessere, e con esso l’angosciava.
Cercavo nella mia mente di non perdere il controllo, e nello stesso tempo un po’ mi confortava il fatto che a quel punto era evidente anche a me, che il problema esisteva ed era reale. Se non altro non dovevo sforzarmi di trovare le parole appropriate: la mia situazione era espressa chiaramente anche senza spiegazioni. Come se avessi avuto l’esigenza di esibire una prova inequivocabile, al cospetto di un dottore, che la mia sofferenza era reale. Era la verità, non fingevo, non enfatizzavo.
Era la prima volta che frequentavo uno psicologo, e non so dire cosa pensasse lui di me. Ricordo che una volta glielo chiesi, e gli domandai anche se lui era credente.
Lui sorridendo garbatamente, mi disse che quelle non erano domande da rivolgere a uno psicologo.
Potrei immaginare che lui avesse capito tutto, se non già alla prima seduta, alla seconda, o alla terza. Però immagino anche, che io per lui ero solo un “caso”, uno dei tanti che lui aveva trattato. Forse per lui io ero un numero, una pagina da inserire e conservare in uno schedario.
Alessandro corrisponde a qualche casistica studiata sui libri, o conosciuta direttamente nella sua esperienza professionale. Se così fosse, non lo biasimerei di certo, mi rendo conto che il medico non può e non deve, se vuole fare il medico, essere troppo empatico. Ma mi domandavo perciò, se lui avesse capito appieno alla fine chi, o cosa, io ero.
Come potrei domandarmi ora, se c’è qualcuno che mi conosce davvero, tra amici e conoscenti. O tra i molti preti, e le poche amanti con cui mi sono relazionato. E persino tu, che hai letto la mia storia fin qui, annoiandoti, mi domando se hai capito.
Su questa questione, cioè di cosa possono pensare gli altri di me, ricordo un paio di episodi emblematici. Uno di questi, si riferisce a uno dei primi anni della mia infanzia, quando ero ancora molto piccolo, ma già abbastanza “strano”.
Ero seduto nella sala del cinema parrocchiale, quello gestito da mio padre. Ero solo, nella sala oscura e piena di gente, non so come mai. Guardavo tutto rapito un vecchio film in bianco e nero. Lo ricordo molto bene quel film! Specialmente una scena in particolare. Era un film in cui gli attori umani erano solo poche comparse, e il protagonista era un asinello. Il docile animale protagonista di quella storia era sfruttato brutalmente da dei mandriani come bestia da soma, in una zona desertica del far West.
Il povero asinello, stracarico di masserizie, seguiva in silenzio una rumorosa mandria di bovini nel deserto polveroso, e già vedendolo sovraccarico all’inverosimile, ero abbastanza sconvolto. Poi, dopo aver attraversato il deserto, la mandria arriva a una specie di insediamento, dove c’è una vasca piena d’acqua. Le vacche si accalcarono subito e con foga attorno a quell’abbeveratoio, mentre il povero asinello veniva scaricato da dei rudi mandriani che non lo degnavano di nessuna attenzione.
Finalmente liberato dal gravoso peso, l’asinello si avvicinò alla vasca, dove le vacche si allontanavano una dopo l’altra alla spicciolata, dopo aver bevuto a sazietà.
E quando il muso dell’asinello, inquadrato sapientemente dal regista col dettaglio di quegli occhi mansueti, si affaccia all’abbeveratoio... la vasca è vuota.
E qui subentra, riferita al medesimo fatto, la parte che mi è stata raccontata molti anni dopo da mia zia. Mio padre in quel momento si trovava nella biglietteria, e un suo conoscente, uscito dalla sala gli disse:
«Pietro, c’è un bambino che sta male in sala, meglio che vai a vedere, perché sta piangendo da solo.»
« Ah» esclamò mio padre, per nulla preoccupato: «sicuramente sarà mio figlio Alessandro; quello piange sempre!» Ed entrambi risero divertiti.
Trent’anni dopo, anno più anno meno, mi trovai a vagare da solo in un bosco di montagna. Eravamo andati a raccogliere castagne insieme a una coppia di amici con il loro figlio, amico e coetaneo del nostro.
Era una bella giornata autunnale con un tiepido sole novembrino, e il bosco era una esplosione di colori e atmosfere ovattate.
Mi ero allontanato a un certo punto dal sentiero ricoperto di foglie morte, credo col pretesto di fare pipì, e mi ero inoltrato nel folto del bosco.
Sicuramente avevo nella testa la canzone di Battisti (La luce dell’est) dove “lui”, aveva voluto smarrirsi in un bosco.
Mi godevo quel momento di solitudine, immerso in quel silenzio, rotto solo dal cinguettio degli uccelli.
Quel bosco però non era molto grande e pur camminando lentamente senza meta, mi ero ormai riavvicinato al sentiero e già sentivo le voci di mia moglie e degli amici.
Sentii che mi chiamavano. Non risposi. Un sottile dispiacere (ah Battisti!) mi pervadeva, e avevo la voglia inconfessabile di perdermi davvero, e magari per sempre.
«Alessandroooo... Alessandroooo...»
Poi, quando ero ormai molto vicino, ma rimanendo ancora invisibile, sentii distintamente mia moglie dire: «Lasciatelo stare, tanto torna prima o poi. Gli piace stare da solo ogni tanto, ormai lo conosco.»
E risero.
Mi chiedevo se quello psicologo mi capiva, soprattutto perché io stesso avevo qualche difficoltà a farlo. Ma lo vedevo spesso sorridere, mentre mi ascoltava. Potevo credere che lui a quel punto, avesse capito ogni cosa e che trovasse la mia vicenda così banale da suscitare ilarità?
Dopo che gli avevo detto dei numerosissimi episodi in cui io da bambino piangevo, e che anche da adulto continuavo a farlo, mi rendevo conto che mi ero messo completamente a nudo, con lui, e che tuttavia ancora mi sembrava di essere invisibile.
Gina invece, mi ronzava nella testa questo pensiero: lei mi “vede” quando le parlo. Vede esattamente chi sono e come sono fatto.
E io vedevo lei. Non l’immagine che anche di lei avevo avuto in principio, come con Silvia, o più remotamente con Elena, o Rosa.
Lei mi era apparsa ora per quello che veramente era, tra i frantumi della teca che conteneva la sua immagine idealizzata. E per me era ancora, in un modo diverso, bellissima.
Per cercare il bandolo di quella confusa matassa, continuavo a dirmi con sempre meno convinzione, che era una commedia che si ripeteva: l’amore.
Stavo così male dunque, solo perché m’ero innamorato di un’altra donna?
Non era la prima volta, anche se mai, mi pareva, era stata una sensazione così intensa.
Il dottore ovviamente mi dava anche dei consigli, delle indicazioni. Il mio problema era tutto mentale, mi diceva, anche perché in realtà non era successo ancora niente (cosa che lui in principio stentò a credere).
«Ha avuto rapporti sessuali con questa donna, signor Alessandro?»
«No.»
«No?»
«Davvero no, le pare che le mentirei. Ci siamo solo sfiorati le labbra una volta, ma è stato due mesi fa circa.»
Non sapevo se vergognarmi di questo, o se esserne in qualche modo orgoglioso. Del fatto intendo, che mi sentivo un paziente atipico, in qualche modo una persona speciale, un caso unico forse. Uno che si tormenta per una crisi coniugale a causa di un’altra donna, con cui praticamente non ha avuto rapporti sessuali. E che a quanto sembra, nelle intenzioni di entrambi, non appare nell’imminenza di averne.
Come sempre accade quando si va da uno psicologo, emerge subito con evidenza che ogni problema affonda le sue radici nell’infanzia. E nel mio caso specifico, al fatto che mi sono sentito evidentemente rifiutato dalla madre e trascurato dal padre. Complesso di Edipo, complesso di Telemaco, complesso d’inferiorità, senso di colpa.
La colpa: di non essermi fatto amare dalla prima donna della mia vita, mia madre. E la colpa di non amare, chi non mi ama.
Comunque, al di là di tutto, era evidente che le mie condizioni psicofisiche erano ormai alquanto compromesse, e ho capito in quel periodo, tra l’altro, che sulla scrivania di ogni psicologo c’è sempre una scatoletta di Kleenex.
Evidentemente vedendomi così scosso e intuendo che io per primo ne ero sorpreso, mi consigliò fin da subito di iniziare una cura farmacologica. Ma io ero abbastanza restio su questa cosa. Diciamo anzi, che ero decisamente spaventato. Perché avevo una paura atavica di quel mondo che per tradizione, e per averlo sentito dire mille volte, io consideravo come una specie di anticamera del manicomio: il mondo degli psicofarmaci.
Droghe legali, pensavo. Io, che in realtà non avevo mai nemmeno lontanamente rischiato di cadere nella dipendenza di quelle illegali, tanto di moda durante la mia giovinezza. Ed è curioso se vogliamo, che io abbia sempre avuto più paura di perdere la salute mentale, che non quella fisica. Forse perché in fondo, mentalmente mi ritenevo già cagionevole.
«Beh,» mi disse «se la vive come una sconfitta, allora non li prenda.»
Non so esattamente cosa mi aspettassi da quelle sedute, immagino che sperassi di ricevere un aiuto, una cura, o semplicemente una indicazione sul da farsi. Non avevo ben chiaro nemmeno se ero un paziente o un cliente.
Paziente o cliente, ero “pagante” e quindi, implicitamente mi aspettavo certamente un qualche risultato. Lui, del resto, mise subito in chiaro le cose, riguardo a quelle che potevano essere le mie aspettative: mi disse che uno psicologo comunque non ha la bacchetta magica. Lo psicologo può fare chiarezza, può individuare la natura del male, la sua origine. Può indicare la via, ma poi è il paziente che la deve percorrere. La verità è che ero cresciuto, nella povertà intellettuale del mio ambiente, con la convinzione che esistesse una non meglio precisata istituzione che si identificava con il termine: “loro”. Quando improvvisamente la televisione funzionava male, quando spariva l’immagine, dopo aver capito che l’apparecchio non era guasto, si diceva: «Ah, sono loro...»
“Loro” non era riferito a delle persone, era tutto ciò che nel funzionamento della società sfuggiva a una precisa conoscenza e, in sostanza, alla comprensione. “Loro” provvedevano al funzionamento dei treni, loro fornivano la corrente, il gas e “loro” erano anche i medici. I medici degli ospedali e il medico condotto che veniva accolto nelle case come una specie di santo protettore. Gli si preparava il caffè sul fornello e il catino d’acqua tiepida per lavarsi poi le mani, con una saponetta Palmolive nuova e un asciugamano immacolato.
Così, da bambino ero convinto che non ci fosse cosa nel corpo umano, che “loro” non potessero sistemare, aggiustare, curare.
Crescendo non ho mai assimilato la consapevolezza piena che così non è, finché non conobbi il mio primo medico psicologo. Un medico che: non poteva aggiustare la frattura che c’era dentro di me.
Nessun “loro” poteva magicamente curare il mio male.
«Ha idea signor Alessandro, di cosa vorrebbe veramente?»
Cosa vorrei veramente?
C’era indubbiamente un malessere molto intenso dentro di me, e sapevo che non era nuovo. C’era un desiderio spasmodico, lancinante, che certo ruotava intorno all’immagine di Gina, ma intuivo che non era sostanzialmente un desiderio carnale. Mi pareva che ci fosse un profondissimo rammarico di essere quello che ero, nel luogo dove mi trovavo.
Il rimpianto poi, di non aver fatto altre cose, di non aver scelto altre strade, di non essere diventato qualcun altro e altrove. Ma percepivo anche un tormento che sembrava coinvolgere tutto. Dovevo davvero focalizzare un microscopio introspettivo, per scorgerlo laggiù, nel più profondo recesso della coscienza: era il senso di colpa.
Un giudice implacabile mi accusava di una colpa che sfuggiva alla mia comprensione. Desiderare: forse la percepivo già una colpa. Desiderare di essere altrove: presupponeva una diserzione, un tradimento della mia stessa natura. Con lo spettro lontano della dissoluzione di ogni ideale.
Tutto sommato ero ancora legato con un filo sottilissimo, a un rimasuglio di coscienza religiosa. E nell’ottica della mia residua spiritualità, il senso di colpa era più acuto, e aveva un nome ovvio: adulterio.
Ero sempre convinto che in fondo a ogni “nobile” considerazione sentimentale si annidasse l’istinto del mammifero che ero pur sempre. Forse, anche se lo negavo di continuo a me stesso, il sesso poteva essere in realtà il terminale ultimo di ogni ambiguità. Così, mentre avevo già messo in atto una specie di strategia per staccarmi da Gina in modo graduale, col folle proposito di rateizzare il distacco, commisi l’errore di andare da un prete.
E il prete, indubbiamente mi consigliò male.
Era un prete che avevo cercato a suo tempo, come si cerca un fungo buono tra quelli tossici. E devo dire che questa mia ricerca, da quando mi era mancato don Gino mi aveva già portato a incontrare diversi preti che si erano rivelati deludenti, ma dopo lunghe ricerche, alla fine trovai questo sacerdote che mi ispirava fiducia, perché per certi versi era simile a don Gino.
Sui settant’anni, anche lui era un fine intellettuale e anche lui era uno che diceva pane al pane e vino al vino. Era però un tipo più pragmatico per la verità, poco incline alla retorica. Le sue omelie erano più asciutte, quasi fredde, ma tuttavia sempre acute e profonde. Spesso lanciava bordate terrificanti contro la diffusa ipocrisia borghese, che era sempre abbondantemente rappresentata nell’assemblea dei... fedeli. A molti non piaceva, proprio per la crudezza delle sue prediche. Quindi, a me non poteva che piacere. Oltre al fatto che, combinazione: anche lui si chiamava Gino. Non coglievo appieno, a quel tempo, la strana coincidenza del ripetersi di quel nome nella mia vita.
Andavo alla messa nella sua chiesa, una splendida e antica basilica del centro. Andavo anche a confessarmi, di tanto in tanto, superando la mia istintiva ritrosia, perché anche lui la confessione la interpretava come un dialogo diretto e confidenziale, tra un “padre” e un “figlio”.
Perciò andai da lui un giorno, dopo una seduta dallo psicologo, e gli sottoposi il mio grave turbamento spirituale.
Anche se non mi sentivo realmente un peccatore, non riuscivo a trascurare l’ipotesi che ciò che mi capitava potesse essere in qualche modo, una prova. Gli parlai di Gina, del sentimento che provavo per lei e soprattutto dell’angoscia che improvvisamente mi procurava ogni singolo aspetto della mia quotidianità. Gli dissi che in realtà sapevo bene cosa avrei dovuto fare: dovevo interrompere il rapporto con quella donna e non vederla più.
L’errore che lui commise, in perfetta buona fede ne sono sicuro, fu quello di consigliarmi di desistere da quel proposito.
«Ma no», mi disse. «Ề un peccato interrompere un’amicizia così bella e profonda. Lei ha bisogno di te e tu dagli la tua amicizia, niente di più e niente di meno.»
Il consiglio era più che appropriato, teoricamente, tuttavia in seguito lo rimproverai, seppur bonariamente, di questa cosa.
Gli dissi che se gli fosse ricapitato un caso simile in futuro, di considerare che nell’ambito delle passioni umane, se una cosa può accadere, accadrà di sicuro. Lui quella volta annuì e non disse nulla, come avesse capito anche lui una nuova lezione, riguardo alla fragilità dell’animo degli uomini.
In quel periodo, quasi senza che ne avessi coscienza, intervenne anche un altro cambiamento nelle mie abitudini: le mie visite a zia Maria, che erano allora piuttosto sporadiche, divennero più frequenti, ma soprattutto acquistarono ben presto un’altra dimensione. Gradualmente, ma con sempre maggiore insistenza, la interrogavo riguardo al passato e ogni volta che potevo, facevo in modo di andarla a trovare da solo, per poter avere con lei una maggiore intimità. Sapevo, o intuivo o percepivo in qualche modo, che tutto nella mia vita era collegato a qualcosa che si perdeva nel mio remoto passato, o che mi aveva addirittura preceduto.
Perché ogni volta che mi affannavo a cercare un senso a ciò che accadeva, mi ritrovavo alla fine sempre davanti a un vetro opaco e oscuro.
Dovevo arrendermi all’evidenza che nulla di diverso avrei mai potuto fare, ogni volta che il destino mi aveva messo davanti a delle decisioni da prendere. Capii che rivivendo la mia vita dieci volte, nelle medesime condizioni, per dieci volte avrei rifatto le stesse, identiche cose.
Davvero pensavo che lei non se ne sarebbe accorta? Davvero credevo che il nostro strano legame si sarebbe gradualmente allentato, fino al punto di seccarsi, inaridirsi e alla fine interrompersi?
E soprattutto: davvero lo volevo?
O speravo invece, e in fondo al cuore lo sapevo, che lei avrebbe reagito come in realtà reagì, aggrappandosi a me ancor più strettamente.
«Che succede Alessandro? Perché mi tratti così freddamente? Ti ho detto o fatto qualcosa di male? Vediamoci domani dai. Parliamone.»
Un sassolino che rotola da un dirupo e ne trascina un altro, e un altro ancora. Non ha più senso contarli, ne ricordare quale fu il primo, o se fu una folata di vento, o una mano furtiva, a farlo rotolare.
Il giorno dopo ci incontrammo nel solito parcheggio. Arrivai con lo scooter di mio figlio, spensi il motore e rimasi seduto sul mezzo. Lei, in piedi vicino a me, appoggiò una mano sulla leva del freno sfiorando la mia.
«Gina, come sai non sto bene... ho dei problemi...»
«Si, lo so. Ma è colpa mia?»
«Non è colpa tua, però... in effetti sei la causa.»
«Perché?»
«Non lo immagini?»
Lei lesse nei miei occhi la verità che già sapeva, e abbassò lo sguardo.
Era il 2010 e avevo cinquantaquattro anni. Ero seduto su un mezzo a due ruote col motore spento, e per la prima volta, liberamente dissi quella frase fatale.
«Gina, mi sono innamorato di te... Gina, io ti amo.»
Dire quelle parole, e sentirle vibrare nell’aria come le avesse dette direttamente la mia mente, ebbe su di me uno strano effetto, quasi catatonico. Ero una statua di sale e fissavo quel volto, quegli occhi che mi trafiggevano. Il collegamento con quel giorno lontano in cui ero in moto con Rosa lo percepivo distintamente, come fosse stato il giorno prima. E invece, erano passati quasi quarant’anni.
Fu lei, Gina, a destarmi da quella piccola trance:
«Lo sapevo» disse. «L’avevo capito da ciò che mi scrivevi, dalle belle parole che mi dedicavi. E dalle tue poesie. E anch’io provo qualcosa per te, ma non so se sia amore.»
«Anche se lo fosse, Gina, noi non possiamo nemmeno pensarci. Alla nostra età, con le nostre situazioni familiari. A maggior ragione anzi, se ti senti anche tu coinvolta in qualcosa di poco chiaro, è meglio che ci stacchiamo. Almeno per un po’.»
Gina, non voleva. Ero davvero l’unica persona con cui poteva confidarsi, ero il solo amico che aveva. («...la tua amicizia, niente di più e niente di meno»)
Così, anche se le avevo comunicato quella “novità”, continuammo per così dire a frequentarci e a scriverci. Anche se il mio malessere aumentava di giorno in giorno e pur sapendo entrambi che stavamo scherzando col fuoco, da parte mia mi comportavo come un amico, niente di più e niente di meno.
Potevo pure ammalarmi, pensavo, e stare sempre più male. Potevo anche morire, desiderandola fino alla fine. Avendo mangiato mille volte quel frutto proibito nell’immaginazione, senza averlo mai toccato davvero.
Sarei rimasto così, lo sapevo, lo credevo, lo pensavo, immobile sul ciglio di quel precipizio seducente.
Ma il destino...non era quello.
Capitolo25 Voci
La mia macchina è comoda, confortevole, molto silenziosa. E richiede una attenzione nella guida abbastanza rilassata, perché le macchine moderne sono così piene di dispositivi di sicurezza che quasi si guidano da sole.
Perciò, quando guido la mia attenzione spesso è in una modalità “pilota automatico”, e la mia mente è coinvolta solo parzialmente da gesti consueti, abitudinari. Quando viaggio in macchina, spesso il mio pensiero è libero e va anch’esso, diciamo per conto suo.
Ed è in momenti come questi, che a me piace per così dire: parlare da solo.
Quando sto facendo qualcosa di poco impegnativo, quando compio dei gesti abituali, così, tanto per passare il tempo, gioco a dialogare con qualcuno che non è presente.
Dato che ormai nessuno si sorprende nel vedere qualcuno in macchina che parla da solo, perché tutti sanno che al giorno d’oggi c’è il “bluetooth”, trovo molto divertente parlare a voce alta, gesticolando come se parlassi davvero con qualcuno al telefono.
La mia fervida immaginazione poi fa il resto, e “colloca” di volta in volta le persone più disparate vicino a me sul sedile del passeggero.
Mio padre di norma è il più “gettonato”, anche perché sono le strade stesse a evocarlo, strade che a volte ho percorso insieme a lui sulla sua lambretta.
Poi mi capita a volte, di parlare con me stesso, ma un me stesso di molti anni fa, un me stesso ragazzo. Oh, e mi diverto molto a parlare con lui! Spesso, casualmente, o perché la strada che in quel momento suscita in me ricordi più antichi, il ragazzo diventa bambino: il bambino che fui.
E quante domande mi pone quel bambino! Quante spiegazioni gli do, quante considerazioni. Soprattutto ahimè, per giustificare l’attuale mia infelicità, nonostante le cose meravigliose che possiedo, o per meglio dire: le cose che ho realizzato.
Il bambino Alessandro si sorprende di tutto, e mi chiede tutto: cos’è questo, cos’è quello; come funziona, quanto l’ho pagato.
«Ventimila euro? Cosa sono gli euro?»
Questi dialoghi immaginari, che sono solo dei “giochetti” mentali, me li concedo spesso, e non solo quando guido, in genere quando sono solo.
C’è una prerogativa in tutto ciò: ed è che in questi dialoghi immaginari, la “voce” dei miei interlocutori è sempre, logicamente, confinata nell’immaginazione: ossia, non la sento veramente, non la sento col senso dell’udito.
E su questo punto, appare una stranezza che ultimamente si ripete con sorprendente frequenza: il personaggio di turno che idealmente dialoga con me, a volte ho la sensazione di sentire davvero la sua voce. Perché a volte, le cose che dice, o che io immagino che dica, sono sconcertanti.
Una domenica mattina, per esempio, entrai in chiesa come al solito quando la messa era terminata. La chiesa non era ancora completamente vuota, alcune persone si attardavano a coppie o a gruppetti, chiacchierando sottovoce. Un signore di etnia indiana o più probabilmente cingalese, prima di passarmi a fianco per uscire, si fermò un momento sotto una statua della Vergine e fece un gesto che avevo visto molte volte in altri luoghi religiosi: toccò i piedi della statua e si fece poi il segno della croce, pronunciando non so quale invocazione.
Dopo qualche minuto, una intera famiglia, di due genitori e due ragazzini, anche loro cingalesi, fecero la stessa cosa: toccarono a turno i piedi della Madonna e ognuno bisbigliò una preghiera. E anche loro se ne andarono poi, lasciandomi solo nella grande navata deserta.
Rimasi lì seduto sulla panca e, quasi distrattamente il mio sguardo indugiò a lungo su quella statua. Come al solito constatai l’assurdità che a quella raffigurazione della Madonna, fosse stato collocato un rosario tra le mani giunte in atto di preghiera. Anche se solo idealmente, è chiaro che Maria non può recitare il rosario. Non può pregare sé stessa!
E così, con lo sguardo sempre su quella figura di donna che vedevo di profilo, iniziò automaticamente il mio dialogo immaginario con Lui: il figlio di quella donna. Ancora una volta gli espressi il mio rammarico per il fatto che Lui non fosse riuscito per così dire, a vincere, la stupidità degli uomini. Appena se ne è andato, gli uomini hanno fatto tutto il contrario di ciò che Lui aveva detto: violenze, fanatismo e paganesimo. In sostanza, secondo il mio punto di vista, tra l’adorazione del vitello d’oro di biblica memoria e il toccare i piedi di una statua in gesso della Madonna, non passa una grande differenza.
Mi concentrai più che altro per inerzia, sul viso dipinto di quella statua. La vedevo di profilo e in quel momento, quasi involontariamente desiderai, che quel viso si voltasse e mi guardasse.
«Certo che se Tu la facessi voltare», dissi al mio amico immaginario Gesù. «Sarebbe per me la soluzione di ogni problema, la risposta ad ogni domanda. Non avrei bisogno di niente altro, e ti do la mia parola, che non lo direi a nessuno.»
Ovviamente, la mia immaginazione creò una faccia d’uomo che rideva. E la sua “voce” mi disse:
«lo sai che non va bene che fai di questi pensieri.»
«Si lo so, sarebbe troppo facile. Non ho diritto di chiedere una cosa del genere. Tanto, ogni volta che mi parli, io poi finisco sempre per dubitare che Tu lo abbia fatto.»
Questi erano i miei pensieri in quel momento e: sembravano una conversazione. Proprio in quel momento però, da una porta laterale del lato opposto della chiesa, entrò una ragazza che si avviò con passo spedito verso la canonica. Era alta, slanciata, aveva dei lunghi capelli neri e ondulati. Indossava dei pantaloni bianchi molto attillati, un’ampia maglia bordeaux e un’elegante borsa a tracolla.
La seguii con lo sguardo senza pensare a nulla, come se quella ragazza avesse avuto il potere di annichilire i miei pensieri. Poi però, all’improvviso... sentii una voce. Chiaramente la immaginai.
Certo, la immaginai. Ma come è possibile che io, o la mia mente, indipendentemente da me (?) abbia immaginato una cosa del genere?
«Ecco, ecco, si è voltata!»
Disse la “voce”, e io mi girai di scatto verso la statua.
«eheh... troppo tardi!»
Non riuscii a trattenere una risata.
Diversi anni prima, in una notte di scrittura solitaria al computer, mi capitò di cercare con la mente un nome di donna. Era il periodo in cui, pur non avendo nel mio “orizzonte” nessuna donna a occupare i miei pensieri, ugualmente mi struggevo per quel sentimento randagio che si aggirava nella mia coscienza come un cane senza padrone. Mi sentivo innamorato, come sempre, anche se non c’era in quel momento una figura, un nome o un volto che identificasse quella sensazione. Scrivevo poesie, ed erano poesie d’amore, ed erano rivolte a una donna senza indirizzo, una donna idealizzata e immaginaria.
Ogni tanto appariva l’esigenza di dare un nome a quella figura quasi mitologica, e perciò cercai nella mente un nome che non corrispondesse a nessuna donna che già conoscevo. Dopo averne passati in rassegna alcuni, per così dire “occupati”, mi venne in mente un nome: Maddalena.
Ci riflettei un po’ e stabilii che in effetti non conoscevo nessuna con quel nome. Così, decisi che Maddalena sarebbe stata la mia musa. Una donna che esisteva solo nella mia fantasia, ma che poteva in realtà rappresentare tutte le donne di cui ero stato innamorato, e tutte quelle di cui lo sarei stato in futuro. In quel momento, lo giuro, non mi era passato per la mente che c’era un’altra Maddalena, che non era nell’orizzonte della mia vita, ma che in un certo senso conoscevo. Comunque, quella “mia” Maddalena, si impiantò ben presto nella mia mente, e possiamo dire nel mio cuore, come una presenza costante.
Bene, ora però ero innamorato alla follia di una donna reale, che si chiamava Gina, e per così dire, l’eterea Maddalena passò in secondo piano. Finché all’improvviso, non apparve, inattesa e destabilizzante.
Un giorno Laura mi disse che sua mamma sarebbe andata a Torino, con la sua parrocchia, per vedere la Sindone, che in quel periodo era esposta al pubblico. Visto che c’erano ancora dei posti disponibili, mi chiese se mi sarebbe piaciuto che ci andassimo anche noi.
Risposi subito di si, senza pensarci nemmeno un secondo. Avevo come un presagio, o una speranza, che quel viaggio fosse un segno. Mi pareva che fosse un’altra coincidenza. Anche se mi frullava per la testa la domanda ovvia di cosa mai mi sarei potuto aspettare. Ma in fondo, a prescindere dal periodo della mia vita, o dalle vicende personali, desideravo da sempre fare quella esperienza.
In fondo al cuore, o forse nelle budella, speravo di rimanere in qualche modo folgorato e di trovare la pace. Un po’ di pace.
E signori, un miracolo ci fu, anche se non era quello che mi sarei potuto aspettare. La pace magari no, ma ebbi una certa sensazione, una speranza appena percettibile, simile a un sussurro trasportato da una brezza leggera. Davanti a quella immagine sacra, Gesù Cristo in persona, mi parlò!
Il viaggio era stato di una noia mortale: una sequela ininterrotta di rosari recitati meccanicamente e senza la minima attenzione, da un pullman pieno di signore anziane, che incredibilmente riuscivano, con cenni e sguardi maliziosi, a non interrompere il pettegolezzo nemmeno mentre pregavano.
C’era molta gente ovviamente, quel giorno a Torino, gente che proveniva da ogni dove. E quando fummo in prossimità del Santuario, tutti a piedi fummo ordinatamente incolonnati in una folta fila che avanzava lentamente.
Una volta entrati nell’edificio, la fila percorreva tutta la navata restando aderente al muro, in un percorso delimitato da transenne. Non era consentito fermarsi, ma si procedeva lentamente. Già all’ingresso, essendo collocato in posizione rialzata, il Sacro Telo era ben visibile, e quindi lo si poteva rimirare per un bel po’ di tempo anche senza fermarsi.
Quando si giungeva sotto di esso e si svoltava a destra, per il tempo abbastanza agevole di una ventina di passi lo si poteva ancor meglio vedere con relativa comodità. Poi si percorreva in senso inverso la sala della chiesa fino all’uscita.
Mentre mi avvicinavo lentamente, immerso nella calca che quasi mi trasportava, anch’io come tutti tenevo lo sguardo fisso sulla Sindone. La doppia figura del Cristo, distesa in orizzontale era ben distinguibile e la suggestione di una “presenza” era molto intensa.
Solo in quel momento mi resi conto di quanto fosse stata predominante l’aspettativa che mi aveva spinto fin lì: non sapevo cosa aspettarmi, ma qualcosa mi aspettavo. E proprio per questo forse, non c’era in me nessun impulso o desiderio, neanche quello di abbozzare una preghiera. Evidentemente influenzato in senso negativo dall’esperienza del viaggio, dove avevo assistito alla deprimente commedia della preghiera alienata dall’abitudine, mi sarebbe sembrato una vera ipocrisia a quel punto, recitare una qualsiasi formula precostituita.
No, dovevo parlargli, e dovevano essere parole mie. Forse fui così “saggio”, da lasciare che una frase nascesse da sola dentro di me, perché ebbi la sensazione di non aver riflettuto quando parlai.
Nonostante il silenzioso rispetto che imponeva il luogo, c’era comunque un marcato brusio, un coacervo di rumori, voci sussurrate, colpi di tosse e il fruscio ovattato di mille scarpe. Quindi la frase la dissi sottovoce, non capacitandomi lì per lì, di averla detta: «Ma Tu... mi capisci?»
Ciò che mi lasciò letteralmente esterrefatto, la, in mezzo a tutta quella gente, davanti a una controversa immagine sacra, fu che risuonò subito nella mia mente una risposta folgorante:
« Certo che ti capisco. Ma tu, capisci me?»
Ovviamente, nessuno intorno a me si accorse di nulla. C’era Laura, mia suocera e altre persone conosciute. Non avevo smesso di camminare, né di respirare, suppongo. Però le parole, le parole furono esattamente quelle: io bisbigliai la domanda, e la risposta, che conteneva un’altra domanda, non so come dirlo: si materializzò (?) nella mia mente.
Non posso dire naturalmente di averla sentita con le orecchie. Non so, potrei dire che fu come aver letto una scritta su di un muro dal finestrino di un treno in corsa. Fu un attimo, un lampo, forse un tuono. Ma c’era qualcos’altro che aleggiava, sulle considerazioni che confusamente cercavo di elaborare. Era come un rumore di sottofondo, lo sentivo ma...non lo ascoltavo. Eppure, era quel “rumore” che dava il senso e, esito a dirlo: una spiegazione logica. Era un nome che continuava a volteggiare nel cervello in quel frangente, e in quella specie di rumore di fondo: Maddalena.
Gesù, Maddalena...
Le poesie che avevo scritto alla “mia” Maddalena, i pensieri che tante volte avevo lasciato pascolare, sembrava che tutto si srotolasse in quel momento nella mia testa.
Era domenica e alla sera di quello stesso giorno tornammo a casa.
Capitolo 26 Il crollo della diga
Lunedì tornai al lavoro e la sera, Gina mi raggiunse al solito parcheggio con qualche minuto di ritardo.
Ero seduto sullo scooter di mio figlio e la guardai avvicinarsi a piedi. Aveva una camicetta bianca e un paio di bermuda a scacchi appena sotto il ginocchio. In quel momento, mi sembrava bella più che mai.
Nessun occhiale scuro si frapponeva tra il suo sguardo e i miei occhi allampanati. Era estate e faceva molto caldo; lei masticava una gomma...
«Ciao.»
“Ciao Alessandro.”
«Ciao. Ehi, dammi quella gomma...»
Nessun’altra parola. Come se non si fosse arrestata davanti a me, ma mi avesse trapassato, lei mi precipitò addosso e... la gomma passò dalla sua bocca alla mia.
E’ probabile che io abbia fatto il gesto, solo il gesto, di avvicinare il mio viso al suo, per assecondare quella richiesta scherzosa, di una gomma da masticare usata.
Di fatto ci fu un lungo, interminabile bacio, e di fatto, nessuno dei due l’aveva deciso.
Poche ore prima ero a Torino, e al cospetto della Sacra Sindone avevo... “sentito” dentro di me quella strana domanda: «Ma tu, capisci me?»
E ora, mentre la mia lingua era, di fatto, dentro un’altra persona, sentivo ancora ronzare nel mio cervello quella domanda e... quel nome che rimbombava come il pulsare di un cuore in affanno: Maddalena.
Maddalena... Maddalena.
Quando ci staccammo, mi accorsi che ero ancora seduto sullo scooter ed eravamo stretti in un abbraccio che non voleva sciogliersi. Con gli occhi fissi, inchiodati l’uno nell’altra, eravamo immersi nella sensazione di essere irrimediabilmente e meravigliosamente perduti.
Lei balbettò: «ma questo era un bacio vero!» Come se fosse stata anche lei sorpresa da quell’improvviso turbine di vento. E per riavermi anch’io in qualche modo, da quella sorta di fulmine, buttai lì una frase che voleva essere spiritosa: «era l’ultima gomma che avevi?»
Eravamo entrambi scioccati, ma era chiaro che quel primo bacio ormai lo aspettavamo da lungo tempo. Ed ero in qualche modo sicuro che il fatto di essere stati lontani, questa volta di molto più spazio (300 chilometri), anche se per poco tempo, aveva avuto su di noi un effetto acuto. Era stata una sensazione quasi palpabile, la lontananza. La lontananza ci aveva “caricati” entrambi.
Come sempre c’è una spiegazione teorica ma razionale, per questo aspetto della psiche: quando due persone si sentono molto “unite”, soffrono maggiormente quanto maggiore è lontananza fisica che le separa. È logico che pur non vedendo una persona per un dato tempo, la consapevolezza che essa si trovi vicina o invece molto lontana, incide in modo diverso sulla sensazione di ansia che ci può causare la sua assenza. E c’è sempre, quel moscerino che ronza intorno, che sussurra che l’amore, l’amore vero, è così: determina un legame tra due persone che non è solo fisico, ma anche tra due anime. E quindi ogni chilometro, ogni metro che ci separa dalla persona amata, lo sentiamo nell’anima come un dolore insopportabile.
Sia come sia, di lì a pochi giorni l’evento si verificò di nuovo, a ruoli invertiti: fu lei ad allontanarsi da me di molti chilometri.
Ma quella sera, quella sera la gomma passò di bocca molte volte. E alla fine, me ne tornai a casa, alla massima velocità consentita dallo scooter, come per lasciar indietro i pensieri.
La cena era in tavola e le previsioni del tempo alla tivù, dicevano che sarebbe stata una estate molto calda.
Era il sedici luglio 2010, e inaspettatamente, arrivò perentoriamente il diciassette: un giorno scomparso dalla mia mente, come non fosse mai esistito. Era un martedì che è durato in tutto un’ora: dalle diciassette alle diciotto. Un’ora di poche parole e molti baci, un’alluvione di baci.
Poi arrivò il mercoledì, la sera del mercoledì. E questa volta andai a casa sua. Lei era sola e mi aspettava. Questa volta c’era un divano. E un abito nero. Un vestito lungo e al tatto, leggero come un velo.
Ancora una volta, come in un viaggio a ritroso nel tempo, mi trovavo nell’imbarazzo di non saper bene cosa fare. Mentre la ricoprivo di baci e mentre sentivo il suo corpo fremere sotto le mie mani, impazzivo di desiderio, ma nello stesso tempo, non me la sentivo di proseguire con l’azione a quel punto più ovvia: aprire la lunga zip sulla schiena.
Non era il caso in effetti, non era il luogo né il momento. Eppure, in quell’ora che andava dalle cinque alle sei di sera del diciotto luglio, la diga era crollata. Ed era solo questione di tempo, prima che ogni muro crollasse, prima che ogni chiusura fosse spazzata via.
Quella sera non aprii la zip del suo vestito, ma eravamo già nudi di fatto, di fronte all’ineluttabile. Lei aveva ancora un marito, ed io una moglie. E l’età complessiva di questi quattro personaggi messi insieme, superava abbondantemente i due secoli!
Quello era il nostro ultimo incontro, prima di una lunga separazione. Lei sarebbe partita il venerdì successivo per una vacanza in Liguria. Una vacanza organizzata e voluta da suo marito, come ultimo tentativo di riannodare il loro rapporto ormai alla deriva. E lo stesso giorno del loro ritorno, sarei partito io per Parigi: una vacanza organizzata e voluta da Laura, più o meno per lo stesso motivo.
Ci aspettava quindi una pausa, diciamo di riflessione, di tre settimane.
Il giovedì, per via dei preparativi non ci potevamo vedere e io andai a lavorare per la prima volta dopo tre giorni “tempestosi” in cui ero stato assolutamente incapace di pensare, con una pesante sensazione di ansia. Ricordo che passai una giornata incredibilmente brutta e la sera, prima di tornare a casa, passai comunque dal parcheggio, sperando che lei in qualche modo fosse là ad aspettarmi, per poterla almeno vedere un’ultima volta.
Avevo un presentimento, infatti, che mi torturava letteralmente: ovvero che quella nostra “pazzia”, così breve e così intensa, fosse già arrivata al capolinea. In quelle tre settimane, magari entrambi avremmo capito che non si poteva, non si doveva andare oltre.
Ma lei non c’era, il parcheggio era desolatamente vuoto. E là, in quel parcheggio il mio delirio divenne totale, manifestandosi in un atteggiamento schizoide che divenne una costante del mio vivere. Una specie di culto inconsapevole che divinizzava apparentemente una persona, ma che in realtà perpetrava la sublimazione di un sentimento. Tutto in quel parcheggio mi ricordava lei e impregnava il mio corpo con una sorta di veleno. Quell’albero, e l’ombra che sottendeva, l’asfalto stesso, nel punto esatto dove lei era in piedi, mentre... mi passava la gomma.
Il profumo delle robinie, il cielo, le nuvole... potevo pensare che le nuvole avessero l’identica forma di due giorni prima.
E mi perdevo a guardare per terra alla ricerca di un dettaglio, forse un capello, o l’impronta di una scarpa. Da tempo ormai la mia residua razionalità si era dissolta, specialmente in quegli ultimi quattro giorni. Quattro giorni in cui era sparito ogni dubbio e ogni interrogativo, ma non perché alcunché fosse stato risolto o chiarito. No, vivevo semplicemente quegli eventi come in una specie di stato catatonico, come la sera del primo bacio, quando correvo a centoventi sulla strada di casa con quel piccolo scooter. Era come se la logica, o il buon senso, o la saggezza di cui un ultracinquantenne dovrebbe essere dotato, tutto rimanesse indietro. E gli eventi erano come i vagoni sfuggevoli di un treno che correva troppo. Se così non fosse stato, avrei potuto immaginare forse, cosa aspettarmi dal giorno successivo. Il venerdì, quando lei sarebbe partita e la distanza tra noi si sarebbe dilatata.
E invece, quel venerdì, venti di luglio del 2010, mi colse di sorpresa.
Fin dal risveglio, mentre mi radevo, mentre prendevo il caffè, la mia mente senza controllo si collocò in pianta stabile su quell’Audi che immaginavo in partenza. E mentre poi la mia macchina mi portava al lavoro, la mia mente era al casello dell’autostrada, a guardare piangendo l’Audi che sfilava col suo telepass sotto la sbarra.
E poi al lavoro, percepivo i chilometri, uno dopo l’altro, che si caricavano sulle mie spalle, schiacciandomi. La gola si serrava, la testa mi scoppiava.
Alle nove non ero più in grado di lavorare. Mi rifugiai in bagno una, due, tre volte, poi fui costretto a sedermi per terra, nascosto in un magazzino.
Chiamai il dottore col cellulare e a fatica, tra gli spasmi di un respiro rantolante, gli comunicai balbettando che stavo molto male, molto male. E che avevo bisogno assolutamente di quei farmaci che lui mi aveva consigliato.
Riuscii a resistere fino a mezzogiorno e nella pausa pranzo, passai dallo studio per prendere la ricetta. Poi, non so come, riuscii a rimanere sul lavoro fino a sera, desiderando una sola cosa: andare a casa e stendermi sul letto.
Alle cinque mi precipitai a casa. In qualche modo nascosi a moglie e figlio le mie reali condizioni, mi infilai un accappatoio, avvisai che mi sarei coricato un po’, prima della doccia, perché ero stanco.
E mi stesi sul mio letto, al buio.
Ero in accappatoio perché sapevo che avrei pianto, ma mi proponevo di svicolare poi, non visto, sotto la doccia e... Chissà cos’altro mi illudevo di poter fare: far finta di nulla, immagino.
Steso sul letto, al buio, mollai gli ormeggi. E cominciarono ad uscire le lacrime. Ben presto però non riuscivo a trattenere i singhiozzi e la respirazione si faceva sempre più pesante. Avrei voluto gridare, ma soffocavo ogni suono della mia bocca, ricacciando tutto in gola e intanto, cominciai a sentirmi soffocare. Come l’altra volta, mi spaventai e mi alzai, ma non c’era un rubinetto con dell’acqua fresca a portata di mano. Uscii dalla camera e in quel momento non ebbi più la forza di stare in piedi. Mi appoggiai al muro e scivolai con la schiena fino a terra.
Sentivo, giù, la televisione accesa e le voci di Laura e Lorenzo, provai a chiamare aiuto, ma la voce non usciva. Respiravo come una locomotiva a vapore, e mi sentivo tuttavia soffocare. Poi un formicolio salì lungo le braccia e le gambe, e a quel punto non riuscivo più a muovere un muscolo.
Seduto per terra con la schiena al muro, ho pensato: sono morto.
Pensai che mia moglie mi avrebbe trovato già morto di lì a pochi minuti. Poi pensai a mio figlio e al rammarico di renderlo orfano mentre non era ancora laureato, magari dovrà interrompere gli studi...
Poi pensai a Gina, che per due settimane non avrebbe saputo nulla. Magari sarebbe tornata rappacificata col marito e Alessandro... era già uscito di scena.
E con tutti questi pensieri tristi, accadde una cosa strana. Mi sentivo soffocare e la sensazione non era certo piacevole. Respiravo affannosamente e l’aria mi mancava. A un certo punto cominciai a sentire un formicolio risalire le braccia e le gambe finché, dopo un po’, quando non sentivo più gambe e braccia, in effetti non sentivo più nulla. A quel punto ero certo di essere già morto e una strana serenità mi avvolse lentamente e ricordo che pensai: beh, se è così la morte, non è poi tanto male.
In realtà, l’eccessiva ossigenazione del sangue, dovuta al respiro frenetico, aveva determinato il formicolio degli arti, ma io certo non potevo ragionare e capire quel che mi succedeva. E quella strana serenità alla fine era dovuta al fatto che l’attacco di panico, era semplicemente cessato.
In seguito lo psicologo mi spiegò che gli attacchi di panico, pur così devastanti, hanno una durata limitata, che può variare da dieci minuti a mezz’ora.
Comunque, quando Lorenzo salì, mi trovò in quelle condizioni: praticamente agonizzante e con gli occhi sbarrati persi nel vuoto. Non doveva essere un bello spettacolo, povero Lorenzo!
Di quel che accadde dopo, i miei ricordi diventano immagini frammentarie e confuse; ero steso sul divano... ero vestito... ero in ambulanza...
Ero nel mio letto, la mattina dopo. Della mia permanenza in ospedale, del ritorno a casa, e della nottata, non ricordavo nulla.
Ero vivo. Dovevo assumere tre compresse al giorno e venti gocce mattino e sera, ma ero vivo. Qualcuno poi mi disse che gli attacchi di panico sono così: sembra di morire, ma non si muore.
Non ero mai stato in una ambulanza; quella fu la prima volta. E un fatto così clamoroso evidenziava a tutti che il mio problema era di una certa consistenza. Era obbligatorio a quel punto, dare un nome e un senso a ciò che mi stava capitando.
La versione ufficiale, ovvero ciò che scrissero i medici dell’ospedale, era: depressione compulsiva. E il motivo che l’aveva scatenata, tutti si affrettarono a individuarlo nello stress cui mi ero sottoposto a motivo del mio lavoro e per terminare la bellissima casa che avevamo preso.
«Forse Alessandro, ha fatto il passo più lungo della gamba questa volta.»
In parte ciò era vero, erano ormai dieci anni che sopportavo un carico di stress a causa delle scelte professionali che avevo fatto. Prima quella di accettare la promozione a capo reparto, con relativi cinque anni di problemi insormontabili e tensioni continue. Poi, in seguito, con la mia scelta, obbligata a quel punto, di andarmene per andare a fare un lavoro che non mi piaceva ma che era ben remunerato. Me ne ero andato dopo trentacinque anni di servizio. E trentacinque anni sono una vita, non fu certo facile cambiare. Per andare poi in un posto orribile, a svolgere un lavoro che ho odiato fin da subito. E tutto: per il vile denaro! Per guadagnare di più.
Nella mia mentalità era obbligatorio non rinunciare mai a nessuna opportunità di guadagno, nella vita. E questo ovviamente, non per un tornaconto personale ma per la famiglia, per la gente, per un personale riscatto al cospetto degli avi, i cui sguardi sentivo costantemente sopra di me. Mi sono sempre chiesto come sarebbero andate le cose se avessi scelto diversamente, ma dopo quella “gita” in ambulanza e dopo i lunghi e burrascosi anni che seguirono, analizzando infinte volte ogni aspetto della mia vita, ho capito che non avrei mai potuto fare scelte diverse da quelle che ho fatto. L’apparente determinazione con cui ho sempre cercato di guadagnare il massimo nel lavoro, anche quella non fu una libera scelta. Non lo facevo per me, né per una convinzione personale o per raggiungere una meta. Era sempre per qualcos’altro o... per qualcun altro. In realtà, non sono mai stato ossessionato dal denaro, ma lo ero per “l’immagine” che sentivo di dover dare di me.
Dare il massimo per la famiglia, dare il massimo ai figli, per farli studiare. Dare il massimo ahimè, anche per un conflitto perenne con una persona che altrimenti ti può sovrastare.
Comunque, per tornare a quel punto della storia, nessuno sospettò che ci potesse essere qualche altro motivo, per quel mio male. Nessuno pensò che ci potesse essere “un’altra”. Non so, forse per via dell’età, o per come ero conosciuto da tutti come persona “buona”.
Evidentemente non si può essere buoni e avere contemporaneamente complicazioni sentimentali. E comunque anche questo, se vogliamo poteva considerarsi in un certo senso rispondente a verità. Perché, ammesso che si potesse considerare a tutti gli effetti una “relazione”, quella che avevo con Gina, a quel punto, dopo essere tornato da Parigi, di fatto non ce l’avevo più. Quelle tre settimane, quando Gina era via col marito e quando poi ero via io con Laura, furono tre settimane strane, tre settimane di apnea, di semi-incoscienza.
Quando tornai, ci incontrammo al solito parcheggio, ci scambiammo ancora una serie di baci forsennati e... disperati. Decidemmo di lasciarci. Eravamo insieme?
E ovviamente, anche se i farmaci avevano un certo effetto di intontimento, scivolai sempre più in uno stato di perenne apatia e tristezza.
Dunque era finita quella effimera tempesta e in pratica, era finita la mia vita.
Pensavo a Gina tutto il giorno e tutti i giorni, ma sapevo che c’era in quella mia ossessione amorosa, anche una implacabile volontà masochistica di farmi del male.
In fondo, era ciò che nell’intimo volevo, quel soffrire senza rimedio. Come fosse stata una giusta espiazione, che io cercavo anzi di amplificare. Me ne stavo a guardare le mie cosiddette “macerie”: una bella casa, costruita in larga parte con le mie mani. Uno splendido figlio che si stava per laureare (si laureò l’anno dopo). Lorenzo, qualche anno prima aveva avuto una fidanzata di cui era innamoratissimo, e a me provocò un turbamento angosciante. Una volta che l’ebbi conosciuta un po’, quella ragazza, mi resi conto (e non ci voleva un genio) che era una persona sciocca e insignificante.
E pensai: «oh mio Dio, anche lui!»
Lo vedevo così accecato, andare incontro a un destino disastroso. Niente e nessuno avrebbe potuto aprirgli gli occhi. Non mi restava altro da fare che... pregare.
E pregai.
Un giorno lei lo lasciò: s’era innamorata di un altro. Lui soffrì molto e io, di nascosto, feci festa.
Capitolo 27 La testimone riluttante
La mia “definitiva” separazione da Gina durò poco, forse due o tre settimane. Ci incontrammo accidentalmente una sera, anche se certi incontri non sono mai totalmente accidentali. La vidi casualmente per strada, questo è vero, ma avrei potuto pigiare sull’acceleratore, e lei probabilmente non mi avrebbe nemmeno visto. Invece frenai.
Frenai e rimasi lì a guardarla, senza fare niente. Gli automobilisti dietro di me suonavano, e imprecando mi superavano maledicendomi. Lei sentì il frastuono dei clacson e si voltò istintivamente. Mi vide e subito venne da me. Entrò in macchina quasi con foga e mi inondò di baci, sulla bocca, sulle guance, sugli occhi.
Io non reagivo, non potevo reagire, era una specie di sogno. E non volevo svegliarmi.
La mia macchina era in mezzo alla strada e creava un mezzo ingorgo. Ed eravamo a un centinaio di metri dalla casa di mia suocera, dove decine di persone potevano riconoscermi. Eravamo davvero due pazzi.
Ricominciò dunque, da dove eravamo rimasti, quella strana storia. E mi si conceda di definirla strana, se non altro per quella volontà di entrambi, di non andare oltre. I nostri incontri erano sempre di breve durata e in luoghi sempre un po’ appartati, ma non abbastanza isolati da poter permettere qualcosa di più di quei baci. Ci baciavamo come due ragazzini, con passione, a volte anche con frenesia. E per il resto del tempo, parlavamo, parlavamo, parlavamo.
Tutto quel parlare, tutto quel fiume in piena di parole, concerneva sempre il nostro passato. Ci raccontavamo le nostre storie, io la mia e lei la sua, come se fosse stata la prima volta. Era come se stessimo togliendo un velo e gradualmente, la verità emergesse. Io stesso, mi stupivo nel sentire ciò che dicevo, e allora dubitavo di me. Mi chiedevo se fosse stato tutto vero ciò che raccontavo, o se invece non fosse stata quella specie di “febbre” che mi induceva a vedere tutto il passato sotto una luce diversa.
Aveva un suono quasi alieno la mia voce, quando sentivo me stesso dire: « ti amo.» Ma anche quando mi sentivo affermare di non aver mai amato prima nessun’altra donna. Nemmeno ahimè, colei che ho sposato. Anche se non omisi di raccontare delle mie numerose infatuazioni, tutte intime e forzatamente caste. Ammettevo che in ognuna di esse, forse c’era in fondo al mio cuore il presagio di uno stato di grazia ipotetico e sconosciuto. Quello in cui mi trovavo in quel momento con lei.
Eravamo entrambi in uno stato di confusione mentale, che non ci permetteva di essere molto razionali, ma certo ci domandavamo cosa ci avrebbe riservato il futuro. Nonostante tutto, lei era poco convinta di divorziare dal marito, e quel pensiero la spaventava, perché come me, a quel punto della vita si aspettava solo una vecchiaia il più possibile tranquilla, se non serena. Anche lei rimase sorpresa nell’apprendere dalla sua stessa voce, mentre lo raccontava a me, che il suo non era stato un matrimonio felice. E che tante volte aveva dovuto accettare compromessi dolorosi. Ma certo, come allora capitava a molti, per quel senso del dovere cattolico-borghese, aveva sempre estirpato ogni dubbio come si fa con le erbacce del giardino. Fino all’ultimo clamoroso “fattaccio”, quando aveva scoperto che l’uomo che aveva sposato era una persona sconosciuta, che l’aveva ingannata per tutta la vita.
E io, pur nella tempesta emotiva che mi aveva travolto, alla fine la imploravo col cuore in mano, di non lasciarsi condizionare nelle decisioni che doveva prendere, da me, dalla mia “apparizione” nel suo mondo.
«Non fidarti di me Gina» le dicevo.
«Non fidarti, perché non so cosa pensare ora, riguardo al mio futuro. Non so davvero cosa fare.»
A prescindere dall’amore, avevo fatto molta strada e impiegato ogni mia energia, per giungere dove mi trovavo. La prospettiva di abbandonare tutto, semplicemente mi atterriva. Sognavo un’altra vita, un altro luogo, un’altra casa... con Gina. Ma era tutto vago, astratto. Come un ragazzino sognavo tramonti e spiagge con le palme, ma in verità, mi sentivo anche vecchio!
Vecchio e stanco.
Ci prendevamo la nostra “dose” ogni sera e ci sembrava di stare bene, per un tempo brevissimo, anzi solo in quell’ora che stavamo in quel parcheggio.
Per il resto, vivevo in uno stato critico di perenne tristezza e sempre incline al pianto, ogni mattina. I miei sonni erano agitati e gli attacchi di panico, anche se avevo imparato a gestirli, erano sempre in agguato. E tuttavia, vivevo solo per aspettare di vedere lei. E dopo averla vista, magari anche solo per pochi istanti, per un po’ mi sembrava di stare meglio.
Pur in quella totale incertezza, ero certo che tutto si stava evolvendo, in un modo o nell’altro. E che quindi un giorno, io sarei dovuto tornare con le mie “cose” senza di lei. O in alternativa: con lei, senza le mie “cose”. Ed ero sicuro come non mai, che in ogni caso io avrei sofferto. Quello che mi aspettava, era comunque sofferenza.
Mi domandavo con sgomento, sempre incline a dubitare di me stesso, che razza di rapporto avessi con quelle “cose”, e se davvero ero così attaccato alle cose materiali: la casa, i soldi. Certamente c’era anche il senso di appartenenza alla famiglia, anche se ormai era un’ideale alquanto precario, più simile a un rudere in rovina, che non a una costruzione solida.
Tutto era in evoluzione, comunque, in un modo o nell’altro, e si può dire che questa evoluzione del mio animo progrediva in tre, chiamiamoli: percorsi paralleli. Il mio rapporto con Gina sembrava scivolare verso una direzione inevitabile, anche se continuavamo imperterriti (ma con fatica) a evitare le occasioni che avrebbero potuto trascinarci oltre quei baci, che in fondo non ci davano ancora l’idea di essere al “punto del non ritorno”.
Praticamente ogni giorno scoprivo qualcosa di nuovo, di lei e del suo carattere. Ma ahimè, se speravo che ciò potesse intiepidire il sentimento, mi sbagliavo. Quando anzi scoprivo un lato di lei che non mi aspettavo e che normalmente avrei dovuto vedere come un difetto, o un limite, mi accorgevo invece che quel presunto difetto ai miei occhi appariva adorabile. E incredibilmente m’innamoravo sempre più di lei. E la vedevo sempre più bella, sempre più attraente... perfetta.
Frequentavo regolarmente lo psicologo, cui riferivo tutti questi miei turbamenti e pensieri. Da qui, riemergevano una dopo l’altra le mille domande che riguardavano il mio passato, e i misteriosi motivi che mi aveva indotto a sbagliare quasi tutte le mie scelte della mia vita. O così mi sembrava a quel punto.
Si consolidava in me la consapevolezza che ciò che ero, era conseguenza di ciò che ero stato. E ciò che ero stato concerneva direttamente il mondo in cui avevo vissuto la mia infanzia e la mia giovinezza. Quindi, a questo punto entra in gioco come protagonista non secondaria: mia zia Maria, l’unica testimone vivente di un passato per certi versi, per me ancora misterioso.
Da decenni ormai, mia zia conduceva la sua esistenza in una clausura volontaria nel suo grande appartamento a Cà d’Elia. Era rimasta vedova da poco e viveva con Pietro, il figlio primogenito.
Pietro era un sessantenne dall’aria distinta, sembrava un intellettuale eccentrico, e per certi versi lo era. Maestro di musica, si guadagnava da vivere impartendo lezioni private nel suo studio a casa, o a domicilio.
Da giovane sembrava inevitabilmente votato alla vita clericale ma poi, qualcosa accadde che lo fece desistere quando ormai era alla fine dei suoi studi teologici e a un passo dal sacerdozio. L’ennesimo mistero di quella strana casata.
Non si sposò mai comunque e, per quel che si sa, non ebbe mai nessuna donna. Rimase tutta la vita con sua madre, fino alla fine. E credo che lui nutrisse per lei una venerazione e una dedizione assoluta.
Le mie visite alla zia non erano mai mancate nel corso degli anni, e se capitava che saltassi un paio di settimane senza andarci, quando poi mi vedeva ogni volta mi rimproverava bonariamente E facendomi sempre sorridere, mi comunicava l’ansia e la preoccupazione che la mia “prolungata” assenza le aveva causato.
In quel periodo le mie visite a zia Maria divennero più frequenti, e soprattutto più prolungate, perché avevo sempre molti argomenti di cui discutere con lei.
Soprattutto, le facevo molte domande riguardo al passato. Domande a cui lei, sulle prime non voleva rispondere.
«Ma perché Alessandro, vai a rinvangare il passato? Ormai quel che è stato è stato. Non vedi che bella famiglia che hai? Non sei felice? Hai una bella casa e un bel ragazzo, tuo figlio Lorenzo. E la tua brava mogliettina... che ti vuole tanto bene.»
Mia zia Maria era così: viveva rinchiusa nel suo mondo, una specie di santuario pieno di vecchie foto di persone scomparse e quadri di santi e Madonne. Tutti avevamo sempre assecondato e accettato il suo sacro terrore per il mondo di fuori e ormai, alla sua veneranda età, non era il caso di indurla ad uscire a vedere coi propri occhi la realtà. Per certi versi questa cosa suscitava in me una certa rabbia malcelata, e forse per questo, a volte la provocavo facendo leva soprattutto sull’argomento religioso.
«Attenta zia» le dissi una volta, «che alla fine non ti trovi qualche sorpresa. Sai cos’è l’accidia vero?»
A volte avrei voluto scuoterla letteralmente e per certi versi cominciai a farlo, con domande sempre più incalzanti.
«Zia, ma mi spieghi perché mio papà ha sposato mia mamma? So che aveva avuto un’altra morosa, quella che poi è morta; ma come sono andate veramente le cose?»
Lei, divagava sempre su questo argomento, sintetizzava sempre ogni cosa con frasi fatte e citazioni bibliche.
« Il Signore ha voluto così.»
Ma io insistevo: «Ma com’è morta, quella morosa di mio papà? Quando? E mia madre, che c’entrava? Era così diversa dal papà.»
La zia Maria faceva sempre il the, al pomeriggio. Quando ero piccolo andavo a trovarla per il suo the, coi biscotti Plasmon. In quel mondo, già allora circoscritto, c’erano i biscotti Plasmon, l’olio Sasso, l’acqua Sangemini. Tutto era circondato da un’aurea di santità, di cose che “fanno bene”. Il miele Ambrosoli, il latte e le caramelle balsamiche. Non c’era mai il vino in quella casa, o un bicchiere di birra. Non c’era il salame con l’aglio, o la mortadella. Nel frigo potevi trovare solo acqua, latte, qualche formaggio molle e forse, un cartoccio di prosciutto cotto.
Ovunque sulle pareti, tra un’immagine di san Francesco d’Assisi, o della Madonna di Monte Berico, si potevano leggere delle frasi racchiuse in piccole cornici: “Il rumore non fa bene; il bene non fa rumore. Tutto comprendere e tutto perdonare.”
I biscotti Plasmon non mi andava più di mangiarli, ma mi ci vollero molte tazze di the, prima di cavare qualche verità, un pezzetto alla volta, dalla bocca di zia Maria.
«La morosa di tuo papà... si chiamava Virginia. Quando lui tornò dalla prigionia in Germania, dopo la guerra, cominciarono subito a pensare al matrimonio. Lui si trovò un lavoro e cominciò a mettere da parte i soldi, ma lei si ammalò e... dopo qualche anno... morì.»
«Ah... e mia madre, come la conobbe?»
«Ti faccio un the?»
Zia Maria pregava tutti i giorni per ore e ore, da sola nel silenzio del salotto. Seduta su una ampia poltrona, sfogliava una pagina dopo l’altra un breviario di preghiere e Salmi. In ogni pagina c’era una foto e lei pregava espressamente per la persona ritratta in quella foto. E c’eravamo tutti, noi della famiglia, in quel breviario, vivi e defunti. E per ognuno pregava il santo “giusto”. Per mio figlio, che a quel tempo era studente, pregava san Giuseppe da Cupertino, protettore degli studenti. Lo seppi perché quando la informai che si era laureato, lei mi disse che avrebbe cambiato santo, ora avrebbe pregato per lui sant’Antonio da Padova.
«Allora zia, come conobbe mia madre, il mio papà?»
«Eh... lei girava per casa ogni tanto. Accompagnava sua mamma (tua nonna), che ci faceva dei lavori in casa, stirava, lavava la biancheria.
Tua mamma era giovane, ed era molto bella, fresca, piena d’energia...»
Qualcosa sapevo di quella vicenda, anche se non molto, perciò buttai lì una frase provocatoria:
«Ho capito. Quindi quando Virginia morì, mio papà corteggiò la mamma. Dopo qualche anno, immagino.»
«Ti va se faccio un the?»
In verità, cominciavo a sentire una sottile sensazione di ribellione verso mia zia. Quando mio padre aveva sposato mia madre, Virginia era ancora viva, questo lo sapevo. Ma mia zia sembrava volesse dimenticarsene. Persino mia madre, che normalmente non perdeva mai occasione per denigrare la memoria di mio padre e tutta la di lui famiglia, su quell’argomento manteneva sempre un imbarazzato riserbo. Ma sapevo, bene o male, che al loro matrimonio, quando uscirono dalla chiesa i familiari di... “la vecchia fidanzata di papà”, li aspettavano fuori e fecero il diavolo a quattro.
Ma tagliava corto, mia madre: «quelli erano brutta gente. Avevano paura che papà rivolesse indietro i soldi...»
«I soldi? Quali soldi?»
M’ero abituato fin da piccolo ai modi bruschi e rudi di mia madre, e avevo capito altrettanto precocemente che dei suoi giudizi non c’era da fidarsi. Per contro, avevo sempre accettato la visione delle cose che era invece di mia zia. I parenti di Virginia, secondo mia zia Maria, erano un po’ inclini alle piazzate, ma non erano cattive persone. Ma mio papà, ah lui era un santo!
«Aveva sofferto molto per quella ragazza e voleva sposarla, anche in punto di morte, ma “loro” non vollero. Per via dei soldi.»
Trattenevo a fatica a volte, l’impulso di alzare la voce contro quel muro di omertà bigotta di mia zia.
«Zia, quali soldi?»
«Tuo papà metteva via i soldi che risparmiava per il matrimonio da diversi anni ormai, e li metteva in casa loro.»
Rimuginando quella faccenda dei soldi, cominciava ad emergere un quadro chiaro. Sempre i soldi di mezzo, pensavo. Se si fossero sposati, “loro” non avrebbero potuto tenersi i soldi, perché sarebbero rimasti al...”vedovo”.
Ma stentavo a crederci, e mi sentivo “cattivo” anche solo a ritenere verosimile quella possibilità.
Guardavo mia zia che sorseggiava il suo the, come una contessa inglese, con quel suo sguardo mite da agnello. La guardavo mentre dipingeva il suo bel quadretto, dove mio padre era il “buono” e gli altri erano i cattivi.
«Zia, non raccontarmi storie! Poteva comunque stare con lei, starle vicino. Fino alla fine. Io avrei fatto così.»
«Eh, ma sai... la guerra...»
«Cosa centra la guerra?»
«Chissà cosa aveva passato in Germania poverino! Non era più il ragazzo di prima... ormai aveva una certa età... E tua madre... gli stava alle costole. Era giovane, bella, piena di energia... Ed era così innamorata di lui!»
Un giorno capitai da mia zia con un accenno di barba; non mi radevo da qualche giorno. Così, tanto per vedere se un po’ di barba mi avrebbe reso più “uomo”; anche se in verità era più che altro un impulso illogico di cambiare d’aspetto, per vedere se avesse influito in qualche modo sul mio carattere.
«Oh, hai la barba!» Disse lei, quando mi vide sulla porta.
«Stai proprio bene! Non tagliarla sai.»
«Mah, vedremo zia.» In realtà mi ero già convinto in quell’istante, che l’avrei tagliata quel giorno stesso. Poi, mentre ci spostavamo in cucina, il luogo deputato per le nostre chiacchierate, incontrammo la ragazza delle pulizie e mia zia le disse: «Hai visto Alessandro, che ha la barba? Vero che sta bene?»
Da qualche tempo ormai, le nostre conversazioni erano diventate più... vivaci diciamo. La stuzzicavo e la provocavo continuamente e con sempre maggiore insistenza, su certi argomenti spinosi: sulla verità, per esempio. E con una rabbia malcelata, non verso di lei, ma contro la sua “filosofia” dello struzzo. Le dicevo che è ipocrisia affermare che una cosa è bella, se invece è brutta. E che tutto va bene, quando invece tutto va male.
«Prima, poco fa, cosa hai detto a Monica?» (la ragazza delle pulizie)
«Cosa ho detto... non so...»
«Le hai chiesto se sto bene con la barba?»
«Ah, sì, certo.»
«No zia, non le hai chiesto se sto bene con la barba. Le hai detto: -vero che sta bene con la barba? Cosa poteva risponderti lei? Tu volevi che lei dicesse di sì. E lei ha detto di sì. Per forza!»
«Quando vengo a trovarti, tu non ci chiedi mai come va. Tu ci dici: -va tutto bene vero? - Ti trovi bene vero, nel tuo nuovo lavoro? TI pagano bene vero?»
«Ah, zia, le cose non sono come tu credi. Il mondo è un caos, il lavoro, i luoghi di lavoro, sono una battaglia senza esclusione di colpi. E a casa...non va sempre tutto bene.
E mio papà, cara zia, ha sbagliato! È questa la verità: era un buon uomo, ha avuto le sue sfortune, ma ha sbagliato. E ha sbagliato due volte: doveva aspettare e poi, comunque doveva sposare un’altra donna. Dai zia, diciamocelo, non c’è mai stato amore tra loro due. Mia mamma poi, addirittura odiava il papà. Lei vi odiava tutti, voi della famiglia. Mi sono sempre chiesto perché si sono sposati. Ma sai, quando sei piccolo, siamo tutti... come te: non si vedono le cose. O non si vogliono vedere.»
Ah, mia zia era così ingenua! Inconsapevole e ingenua, come una persona che ha vissuto una vita intera da reclusa e quindi, all’oscuro di tutto ciò che accadeva nel mondo.
O quasi all’oscuro, perché in effetti la televisione la vedeva anche lei, anche se perlopiù seguiva Tele Pace e altri canali religiosi. Ma era chiaro, era evidente, che la sua clausura era decisamente volontaria.
Tuttavia, pur nella sua ingenuità, così amorevolmente “coltivata”, era anche capace a volte di penetrare negli occhi delle persone e giungere a intuizioni sorprendenti. Lei a un certo punto, taceva. Taceva e, mi guardava negli occhi, come un esploratore che entra furtivamente in una tana, e trova ciò che vi era celato.
Mentre io mi accaloravo contro tutto ciò che era stato, con un tono quasi rabbioso, evidentemente lasciavo aperto un pertugio dove era visibile la mia profonda disperazione. E lei, l’amata e ingenua zia Maria, che già da un po’ mi osservava in silenzio, con le mani incrociate in grembo mi disse: «Alessandro, tu hai un’altra.»
Questo è il tempo del virus, e io che ho la convinzione ora di comprendere il mondo, mi aggiro stancamente in un mio piccolo mondo privato. Vado in chiesa da solo la domenica. Sono queste le mie piccole conquiste, in questo mio piccolo mondo privato. Anche se lo so bene, che queste conquiste in realtà non sono altro che dei compromessi.
Vado solo. E nemmeno questa piccola, parziale libertà fu facile o gratuito ottenerla.
Vado in chiesa quando non c’è la messa: altra piccola, privata rivoluzione che è il risultato e la conseguenza di un mio perenne litigio con Dio.
E quasi ogni volta che mi trovo seduto da solo nella grande chiesa deserta, accade qualcosa dentro di me. Due vecchie (che forse veramente avranno la mia età) recitano il rosario mentre si avvicina l’ora della messa e la chiesa si va lentamente riempiendo. Sono sedute nella prima fila, troppo lontane perché io possa sentire distintamente ciò che dicono, più per il rimbombo e l’eco, che per la lontananza stessa. Ma è l’Ave Maria, non ci si può sbagliare, ripetuta meccanicamente all’infinito. Tanto che ho la sensazione di udire ciò che in realtà non sento. Tolgo gli occhiali, appannati dal respiro dentro la mascherina; chiudo gli occhi. C’è come un grande tavolo, idealmente davanti a me. Ci appoggio sopra le mie “cose” e scruto dentro di me.
Ma non riesco a liberarmi dalla distrazione di quelle due signore. Non vorrei pensarlo ma lo penso: che sono stupide. E ancora una volta, senza trovare risposta, mi domando che senso abbia quello che stanno facendo. Osservo le loro schiene senza vederle in volto; noto che sono distanziate tra loro della giusta misura di sicurezza. Il tono della loro voce, pur distorta dall’eco, denota l’abitudine, qualcosa di simile alla noia. Il diavolo all’orecchio sinistro, mi sussurra che non stanno prestando attenzione. Come potrebbero, ripetendo sempre le stesse parole, prestare attenzione a ciò che dicono?
Mia zia pregava sempre, tutti i giorni. Chissà cosa avrà chiesto al Signore per me, quando le confessai che, si, avevo un’altra.
Immagino gli abbia chiesto di perdonarmi e di ricondurmi al più presto sulla retta via.
Mi colse di sorpresa lì per lì, quando indovinò qual era la vera natura del mio malessere. Era pur vero che lei era la persona che più mi conosceva e sapeva bene che una qualche forma di malessere io l’avevo sempre avuto. Sapeva che ero uno spirito tormentato. In quegli anni in particolare, quando le mie visite erano diventate sempre più frequenti, sempre più spesso io la trascinavo in conversazioni intorno alle quali la sottoponevo a un vero e proprio fuoco di fila riguardo alla religione e al senso stesso della vita.
Mettevo in discussione il senso della mia vita, ma anche della sua. E di quella di suo fratello mio padre.
Era facile capire che ero una persona sull’orlo di un qualche precipizio. Per la prima volta forse, sulla soglia della terza età, non ero più il “suo bambino”, ero un uomo. Un uomo deluso e disilluso, che aveva perduto molte certezze; se non tutte.
«Mi dici una preghiera per me, zia?» Le dissi un giorno.
«Ma certo che te la dico!»
«Zia... mi dici una preghiera per me?»
«Ma si caro!» E mi carezzò sulla guancia, come fossi ancora quel bambino perduto.
«Mi dici una preghiera?» Insistei. Allora lei mi guardò interdetta.
«Me la dici una preghiera?»
«Alessandro, si, certo... Ma...»
«Mi dici una preghiera?»
«Insomma, smettila! Che significa?»
«Ecco, vedi? Ti sei innervosita. Persino tu. Per forza, se continuo a chiederti la stessa cosa all’infinito, è ovvio, è naturale che alla fine ti dia fastidio. Non pensi che... Lui (e indicai con l’indice lo zenit) si possa innervosire o quanto meno annoiare, a sentire tutti i giorni che gli chiedi sempre le stesse cose?»
Ridevamo anche, ogni tanto. Perché il nostro discorrere, anche quando toccava argomenti scottanti, era sempre confidenziale, garbato e in fondo rimaneva sempre una sottintesa complicità.
Però, ora che ci penso, io non ho ricordi di mia zia Maria che ride. Lei al massimo, sorrideva. Quel bel sorriso che aveva, luminoso, bonario e rassicurante. Come quello della fata turchina.
E in effetti, mi sentivo molto “Pinocchio” in quel contesto. E come uno scapestrato Pinocchio ultracinquantenne, le raccontai così... dell’altra.
Inevitabilmente, come già m’era accaduto con psicologi, preti e col mio amico Vittorio, ripercorrendo all’indietro lo scorrere degli eventi recenti, mi ritrovai invece, ancora una volta a risentire la mia voce parlare di decenni lontani.
Il mio matrimonio non era poi così perfetto come lei credeva. O per meglio dire: come lei voleva, credere.
«Nessun matrimonio lo è» le dissi.
«Nemmeno quello dei tuoi figli, o dei miei fratelli... o di chiunque io conosca.»
Mentivo, se non altro nell’ostentare quella mia finta sicurezza. In realtà potevo supporre che da qualche parte del mondo ci potessero essere delle unioni felici. O forse lo speravo soltanto.
Quel primo, terribile attacco di panico, fu l’esperienza più simile alla morte che mai avessi sperimentato. Quello non era certo un periodo tranquillo per me, anche se il mio spirito si sentiva vivo come non mai, per via di quella novità mai conosciuta prima e apparsa inaspettatamente in così tarda età: l’amore.
Ero comunque in uno stato mentale di totale confusione, e non ero certo di far bene a confidare tutto a mia zia. Non sapevo se sarebbe stato poi di qualche utilità, per me, ma anche per lei. Come sempre una parte di me avrebbe voluto risparmiarle ogni preoccupazione e impedirle di conoscere la verità.
Così, raccontavo a mia zia, la mia seconda madre, di quello strano amore che mi aveva travolto. E sapevo bene che stavo parlando con una persona che ancora concepiva che ci fossero peccati veniali e peccati mortali. Ma ero troppo confuso e disperato, per non attaccarmi a chiunque avesse avuto orecchie per ascoltarmi.
Accalorandomi nella descrizione dei momenti e delle sensazioni, prevenivo ogni possibile obiezione o domanda della zia, ripercorrendo gli eventi all’indietro. Così che ogni cosa appariva come l’effetto di un’altra cosa, che a sua volta era stata determinata da un’altra. Lentamente, mentre parlavo, si andava formando un puzzle, dove ogni tassello si incastrava al suo posto, o almeno così mi sembrava. Quasi che anch’io lo scoprissi solo in quel momento. Nello stesso momento mi rendevo conto anche di quanto fossi stato ininfluente io, come individuo pensante, in ogni singolo evento accaduto. E di quanto, probabilmente, lo fossi ancora.
Anche lei fece fatica a credere che non ci fosse stato ancora un vero atto sessuale, tra me e... l’altra. Anche se lo ammisi subito, che indubbiamente quello era già sesso, anche coi vestiti indosso. Quella storia che raccontava suo nipote, era comunque il presente, non riguardava un lontano passato. Ed era una storia di sentimenti, di passione. E di poesie.
E adulterio.
Era una brutta storia, scabrosa, scandalosa. Ma era anche bellissima. Stranamente, la candida e ingenua zia Maria, sembrava capire ogni cosa senza quasi opporre nessuna obiezione o rimprovero, come se lei conoscesse bene l’argomento. Non potevo saperlo ma con quella storia clamorosa che le stavo raccontando, avevo risvegliato in lei un’onda di ricordi sfolgoranti. E un po’ a motivo di ciò e un po’ perché, ormai ero in piena trance logorroica, non mancai di mettere a nudo l’insensatezza della maggior parte dei matrimoni. Compreso il suo.
«Dai zia, non vorrai dirmi che eri poi così innamorata dello zio Giuliano.
O che lo erano i miei genitori fra di loro.»
Fu in quel momento che mi parlò per la prima volta, del suo grande, infelice amore di gioventù. Non mi disse molto, solo che c’era stato un ragazzo di cui s’era innamorata da giovane, ma che poi tutto era finito. E comunque, puntualizzò con una vena di rimprovero verso di me, che quella storia di molti anni fa, era prima della guerra, quando ancora non era sposata.
Si chiamava Marcello, mi disse.
Capitolo 28 Un viaggio inutile
Conobbi in quel periodo, un altro prete. Era giovane prete, di qualche anno appena più grande di mio figlio. Era americano, della California se non ricordo male.
Mi parlò di lui mio figlio Lorenzo, che l’aveva conosciuto da poco. Quel prete era diventato per mio figlio quello che era stato per me don Gino, e a me questa “novità” non dispiaceva affatto. Ero anzi alquanto intrigato da quella vicenda che riguardava il cammino di mio figlio. Da quando aveva cessato di essere un bambino, non avevo mai invaso la sua sfera privata, anche per quel che riguarda la spiritualità. Non cercai mai di influire nelle sue scelte. Come gran parte dei suoi coetanei, nell’età cruciale dell’adolescenza Lorenzo aveva smesso di frequentare la Chiesa. Anche se, al contrario della maggior parte dei giovani, lui me lo comunicò, con un po’ di rammarico. Mi disse che non sentiva più alcun stimolo e che piuttosto che addormentarsi durante la Messa, preferiva non andarci più.
Ora lui era così entusiasta di quel prete e me ne parlò così bene, che volli conoscerlo anch’io.
Ề giovane, pensavo, è moderno, con la mente aperta. Forse mi potrà capire, e magari, chissà, saprà far scattare qualche interruttore nel corto-circuito della mia anima.
L’occasione per conoscerlo fu una serata che passai con lui, insieme a mio figlio e alcuni amici suoi. Andammo a giocare a bowling, con questo stravagante sacerdote: padre Jimmy.
Era alto, slanciato e ben curato. Aveva un bel faccione da americano gioviale e dei capelli corti pettinati alla perfezione. Jeans, polo e giacca sportiva, l’unico dettaglio del suo stato clericale, era una piccola croce nell’asola della giacca.
Indubbiamente era affabile e dalla parlantina sciolta, col tipico, accattivante accento yankee. Attira i giovani come il miele attira le mosche, pensai. Ce ne fossero così!
Fu comunque una serata piacevole, se si esclude l’umiliazione che padre Jimmy inflisse a noi tutti, nel gioco del bowling.
In un ritaglio di pochi secondi di parziale intimità, gli chiesi un appuntamento per un colloquio informale e lui acconsentì cordialmente. Ci scambiammo i numeri di telefono e la settimana successiva, andai a trovarlo.
Ci incontrammo in una zona periferica di Padova, un popoloso paese, con l’espansione urbana, ormai era stato praticamente inglobato dalla città, diventandone di fatto un sobborgo. Dopo un caffè in un bar, mi condusse in un parco delle vicinanze e lì, seduti su una panchina, “svuotai il sacco”. Ancora una volta.
Padre Jimmy... rideva. Rideva sempre, anche mentre io raccontavo le mie tragedie. E commentava con battute ironiche i miei intimi tormenti interiori. Per esempio, avendogli parlato della mia acquisita, anche se relativa, conoscenza della sfera dell’inconscio, gli confessai che avvertivo, con profondo tormento, che nel mio inconscio (la mia voce tremava nel dirlo) desideravo la morte di mia moglie.
E lui ridendo mi disse: «Ề ovvio, così poi saresti libero di fare quello che vuoi!»
Questo suo atteggiamento lo trovavo decisamente irritante, ma intuivo in qualche modo che poteva essere una strategia, e che lui poteva essere davvero un tipo in gamba, che sapeva bene come trattare i “soggetti” come me. Dovevo ammettere che forse sdrammatizzare poteva essere una via da percorrere, ma certo nel mio intimo, l’avrei preso a schiaffi.
Comunque, come in una recita che ormai conoscevo a memoria, alla fine mi fermai: avevo detto più o meno tutto. Anche se ovviamente, dovevo trattenere dentro di me le decine di dettagli che continuavano a emergere. La palla era nel suo campo comunque.
Come iniziò a parlare, il suo atteggiamento sarcastico cessò di colpo e si fece serio. I miei problemi, dunque, non li considerava poi così banali. Ciò mi confermò che la sua era davvero una strategia: un “metodo”, pensai, che doveva aver appreso lungo il suo percorso formativo. Va da sé, che un prete moderno deve studiare le Sacre scritture, ma anche Freud. Non ebbe un approccio banale, cosa che per esperienze precedenti, ormai temevo come il fumo negli occhi. Non mi esortò a pregare, o a “mettermi nelle mani del Signore”. Cercò anzi di essermi di conforto con una serie di considerazioni lucide e logiche. Anche a lui appariva chiaro che io ero tormentato, da un antico e per certi versi misterioso senso di colpa.
«A un certo punto bisogna anche avere pietà di sé stessi.» mi disse.
E questa frase in particolare, mi toccò nel profondo, tanto che feci molta fatica a trattenere le lacrime.
Mi fu chiaro in quel preciso momento, che provavo anche una profonda pena per me stesso.
Ma quel sacerdote, padre Jimmy, americano brillante e dinamico, sarebbe diventato ben presto un’altra delusione, tra le tante nella mia vana ricerca di un senso da dare alla mia esistenza.
Improvvisamente mi propose di fare un pellegrinaggio a Medjugorje. E questa proposta inaspettata, così estranea al contesto, mi lasciò interdetto. Capii subito che quella era una “medicina” che lui era solito proporre a chiunque gli sottoponesse un qual si voglia problema.
«A Medjugorje?»
«Si, io ci vado tre o quattro volte l’anno. Organizzo io i pellegrinaggi.»
Quell’idea cozzava dentro di me contro una parte dura e ruvida che si ribellava. Percepivo: per carità! Non ci pensare nemmeno! Tanto valeva andare a Lourdes!
Ma l’esperienza ormai aveva inoculato in me il dubbio che tutto ciò che il mio istinto rifiutava, poteva essere in realtà la cosa più saggia da fare, e perciò accettai. Anche se non mancai di rimarcare un sostanziale e “argomentato” scetticismo.
«Tu prova.»
«Va bene, ok; provo.»
Tornato da Medjugorje, dopo un viaggio di cinque giorni, che ebbe l’effetto di consumare ogni residuo d’energia dentro di me, mi incontrai subito con Gina.
E in macchina in un luogo appartato, in una sera oscura e nuvolosa, le dissi: «Gina, non ce la faccio più. Facciamolo. E togliamoci il pensiero.»
Quando comunicai a Laura la mia intenzione di andare a Medjugorje, subito mi disse che sarebbe venuta anche lei, ma io mi opposi con decisione.
«E’ una cosa che voglio fare da solo» le dissi. Ci fu una breve discussione, ma molto meno accanita di quanto temessi. Forse i miei argomenti furono convincenti persino per lei.
In effetti non sapevo bene cosa aspettarmi da quel viaggio, ma sapevo che poteva avere un senso solo dr ci andavo da solo. La presenza di una persona con me, mi avrebbe in qualche modo sviato. Quindi volevo andare non soltanto senza di lei, ma anche senza qualsiasi altra persona. La esortai anzi, se in seguito avesse voluto andarci anche lei, di andare anche lei da sola.
Partii una mattina molto presto. Laura mi accompagnò al casello dell’autostrada, dove tre pullman già aspettavano.
Era la fine di ottobre, faceva freddo e c’era una nebbia molto umida. Come venni a sapere in seguito, le apparizioni della Madonna, avvenivano sempre il giorno due di ogni mese. Perciò i pellegrinaggi erano organizzati sempre verso la fine del mese precedente e in genere, duravano sempre cinque giorni.
C’era un sacco di gente sul piazzale illuminato dai lampioni color arancione. E c’era un’atmosfera “vacanziera” che mi sembrava poco appropriata e che mi mise subito a disagio.
Non conoscevo nessuno, tranne padre Jimmy, che subito scorsi circondato da un capannello di persone, mentre dispensava sorrisi e chiacchiere a tutti. Mi salutò di sfuggita, quando mi vide un po’ in disparte a fumare da solo.
«Ciao Alessandro; come stai?»
«Bene.»
Il viaggio in pullman fu angosciante oltre ogni mia aspettativa. Anche se continuavo a ripetere a me stesso di stare tranquillo, mi sentivo un pesce fuor d’acqua. Ma quello sarebbe stato il meno, molte volte ho avuto la stessa sensazione. La prevista sequela praticamente ininterrotta di rosari recitati collettivamente (me escluso ovviamente), mi causava un’ansia opprimente. Come se quella nenia continua e monotona, avesse avuto l’effetto di consumante tutta l’aria del pullman.
Cosa c’era di diverso, da quella volta in cui ero andato a Torino?
Il mezzo di trasporto era uguale, uguale la strada. Uguale era anche quella sensazione di trovarmi insieme a delle persone pagane e deliranti.
Con tutto ciò, quando mi capitava di osservare le facce di quella gente, mentre ripetevano meccanicamente quelle parole sempre uguali, e se osservavo i loro occhi opachi, che si perdevano fuori dal finestrino, rimanevo sgomento per il vuoto che credevo scorgere, e mi coglieva la voglia di saltare giù dal pullman.
Ero solo. Spaventosamente solo. Chiaramente l’unico con la mente in subbuglio, in quella bolgia di visi sorridenti e sguardi allucinati.
Mentre tra l’altro constatavo la triste desolazione del paesaggio fuori: una tundra sassosa, grigia e spoglia, punteggiata qua e là da solitari alberi neri e scheletrici, proprio in quel momento dietro di me un tizio esclamò che la Croazia è proprio bella.
Mi ero portato nello scarno bagaglio, le gocce da prendere la sera prima di dormire, e un blister di cinque compresse di ansiolitico da prendere, eventualmente, solo in caso di emergenza. Quando arrivammo nella cittadina di Medjugorje e il pullman ebbe parcheggiato, scesi sollecitamente, come avessi avuto un bisogno da espletare urgentemente. In realtà volevo accendermi una sigaretta, ovviamente; ma prima ancora dovevo assolutamente assumere una compressa Perché mi sentivo malissimo e già maledicevo d’aver accettato di fare quello stupido viaggio.
Trovai una fontanella che mi aiutò a ingerire la compressa e subito dopo mi accesi la prima di una lunga serie di sigarette.
Per fortuna riuscii ad accaparrarmi una delle poche camere singole dell’albergo, lasciando intendere a scanso di equivoci, che in caso contrario, me ne sarei tornato a casa da solo quella sera stessa! Ci mancava solo che dovessi anche dividere la stanza con qualcuno di quei fanatici!
Stavo davvero male e nel mio malessere c’era un po’ di tutto: disperazione, solitudine, debolezza. Ma sentivo anche che ero sull’orlo di una potenziale metamorfosi: sarei potuto diventare improvvisamente grosso e verde. E avrei potuto mettermi a rompere degli oggetti. Ero disperato e ribelle, fragile e aggressivo; mansueto e feroce.
Di quel viaggio e del mio soggiorno a Medjugorje, conservo molti ricordi e in un certo senso posso ben dire che è stata una esperienza indimenticabile, ma non certo per i motivi che avrei potuto immaginare.
O forse sì. Forse in fondo lo immaginavo che sarebbe andata come è andata.
Allora, perché ci andai? Me lo chiedevo già il giorno dopo il nostro arrivo: cosa speravo di trovare?
Non certo un miracolo, anche se in fondo mi auguravo di essere testimone di un qualche evento inspiegabile! Feci anzi un patto con Gesù, nei miei dialoghi immaginosi con Lui: che se mi avesse concesso un “segnale” di qualsiasi genere, me lo sarei tenuto per me senza confidarlo ad anima viva.
Era una provocazione ovviamente e Lui, immaginai, me la rimproverava sogghignando ironicamente.
In fondo al cuore, certamente speravo che potesse scattare qualcosa dentro di me. Fosse anche per una suggestione, o una improvvisa involuzione mentale. Dopo tutto, la questione era semplice nella sostanza: se avessi potuto acquisire anche solo una parziale convinzione, o una ottimistica speranza, riguardo all’esistenza di un “dopo”, di certo ogni mio tormento si sarebbe dissolto. Resistere, tenere la barra diritta sarebbe stato più facile, sapendo che c’era, che esisteva, un porto che mi aspettava.
E col senno di poi, posso dire che il luogo si presterebbe anche a una ricerca di senso, o comunque per una profonda introspezione. A Medjugorje c’è indubbiamente una atmosfera mistica particolare. E ogni cosa ne è pregna, ogni sasso, ogni albero, ogni corso d’acqua. Persino il cielo a Medjugorje sembra un cielo: mistico. Anche se non ho visto il sole volteggiare di qua e di là. Era quasi novembre e il cielo era sempre coperto.
Ma era la gente, che non mi permetteva appunto di stare tranquillo e di liberare la mente, per immergermi in quella atmosfera.
Lo dissi a chi mi chiese in seguito le mie impressioni a riguardo:
«Se pensi di andare a Medjugorje, ti consiglio di andarci, ne vale la pena. Ma vai con la tua macchina da solo, o comunque con poche persone. E vacci a metà mese, quando non ci sono le apparizioni e perciò, presumo, che quella cittadina non sia invasa dall’orda del cattolicesimo integralista.»
Medjugorje a quel tempo era una piccola Rimini, rutilante di luci e colori, al centro di quel paesaggio brullo e deprimente che era la Bosnia. Non so se nel corso del tempo le cose siano cambiate di molto e se quella “macchia” di colore si sia propagata ancor di più, potrei presumere di sì.
La città Medjugorje è un business; un agglomerato di alberghi, ristoranti e negozi. L’unica differenza con Rimini, oltre all’assenza del mare, è che i negozi vendono quasi esclusivamente oggetti cosiddetti sacri.
Per quel che mi riguarda, ripeto, l’impatto non fu certo positivo. Di fatto, alla fine dovetti assumere tutte le cinque compresse contro l’ansia che mi ero portato. E per quanto avessi pensato più di una volta di andarmene, la cosa sarebbe stata troppo complicata. Nessun pullman e nessuna automobile se ne andava da Medjugorje, in prossimità del due del mese, il giorno dell’apparizione. Dovevo quindi rimanere là, per tre giorni, in attesa del giorno fatidico. E sorbirmi quindi le varie escursioni programmate, sempre con la nenia del rosario nelle orecchie.
Uno dei motivi per cui avevo accettato di fare quel viaggio, tra l’altro, era la prospettiva di poter almeno dialogare con padre Jimmy. In fondo era quella l’unica molla che mi spinse ad andare. Mi ero illuso di poter fare delle lunghe passeggiate con lui, in quei luoghi suggestivi e spirituali, e di avere lunghi dialoghi, profondi e proficui. Già la mattina del primo giorno però, prima di partire per una visita a un convento di suore, un tizio ci radunò davanti ai pullman per delle comunicazioni di carattere logistico. Tra cui, ci disse, visto che i fedeli erano molti (tre pullman pieni) e i sacerdoti al seguito pochi (due) le confessioni non dovevano durare più di cinque minuti, massimo otto.
Fu in quel momento in realtà, che mi resi conto dell’errore che avevo commesso.
«Otto minuti...» pensai. «A me non basterebbero otto ore!»
Certo non potevo arrogarmi un diritto precluso agli altri; non potevo pensare di essere “speciale”. Chissà quanti avevano esigenze e aspettative simili alle mie. Figuriamoci.
Tuttavia, il pregiudizio ormai s’era insinuato in me, avendo osservato come un marziano, i “terrestri” di quel luogo. Cosa di per sé biasimevole, ma avevo indubbiamente dei dettagli che mi inducevano a questa sensazione.
Per esempio, proprio quella mattina, prendendo il caffè in un bar, mi capitò di sentire il dialogo di alcune persone dietro di me. Un ragazzotto piuttosto giovane disse a un certo punto: «a me piace confessarmi. Non so perché ma mi piace.»
E rideva; rideva come stesse raccontando la più divertente delle barzellette.
«Una volta sono andato a confessarmi e il prete mi chiese da quanto tempo non andavo: io gli dissi che era dal giorno prima. Oh, si meravigliò il prete. È successo qualcosa tre ieri e oggi allora. No, gli dissi. Solo che... mi piace confessarmi.» E risero tutti, per quella storiella divertente. O era una barzelletta?
Nel proseguo di quelle giornate, fu tutto un continuo stillicidio di delusioni e motivi di rabbia. Intendiamoci, percepivo chiaramente i miei impulsi selvaggi...di diventare come Hulk: me ne rammaricavo e cercavo di combatterli. Non volevo essere Hulk!
Così, cercavo di giustificare ogni cosa irritante che vedevo. Cercavo di minimizzare, di comprendere. Comprendere tutte quelle persone, non solo quella dei tre pullman di Padova.
Ho sentito dire che a Medjugorje quel giorno c’erano circa trentamila persone, per la maggior parte italiani provenienti da ogni regione. Scrutavo quelle persone e ascoltavo ciò che dicevano (quando non pregavano) e mi dicevo: dai Alessandro, non possono essere trentamila idioti!
Poi, mentre guardavo il panorama triste e incolore dal finestrino del pullman, il mio vicino di sedile mi rivolse la parola. Era di Trento, mi disse; ed era la seconda volta che veniva a Medjugorje. C’era venuto la prima volta quattro anni prima e... l’esperienza gli aveva cambiato la vita.
Lo guardavo e lo ascoltavo in silenzio, ma i suoi occhi mi sembravano spenti, senza luce, senza vita.
Ebbene, fino a quattro anni prima lui era praticamente satana! Così diceva. Pensai a: droga, furti, prostituzione, pedofilia, rapine, omicidi, genocidi, aggiotaggio... abigeato.
Nulla di tutto questo: lui, pensa un po’, andava a lavorare e la sera, prima di tornare a casa si fermava al bar a bere.
Gli chiesi se fosse stato alcolizzato.
«No, alcolizzato no. Ma bevevo, sai: birra, vino, grappa. E fumavo...»
Addirittura!
«Fumavo, giocavo a carte e bestemmiavo. Poi sono venuto qui a Medjugorje, convinto da un mio amico, e ho trovato l’illuminazione.
Ora non bevo più, ho smesso di fumare e la sera, prima di andare a dormire io e mia moglie ci inginocchiamo di fianco al letto e recitiamo il rosario.»
.......................
Non so se ci sono trentamila idioti a Medjugorje, pensai, ma questo lo è di sicuro.
«Siamo arrivati!» Sentii dire dalla testa del pullman. In effetti, in fondo a uno dei pochi rettilinei di quella strada dissestata, si scorgeva un assembramento di persone e una costruzione di cemento. Avvicinandoci però, la costruzione si rivelò essere un cimitero e la concentrazione di gente era per via della imminente commemorazione dei defunti del primo novembre.
«Ah no, è un cimitero» disse sempre il tizio di prima.
«Beh, già che ci siamo, perché non diciamo un Eterno Riposo per i defunti?»
«Si, si, diciamolo.» Risposero tutti in coro.
«L’eterno riposo dona loro o Signore...» Due volte. Tre volte.
«Già che ci siamo diciamo anche un’Ave Maria,»
«Si, si diciamola!»
Sono un empio, io che racconto queste cose con questi toni sarcastici?
O sono addirittura un eretico, insinuando che la preghiera, così fatta, è inutile?
In realtà non mi pongo nemmeno il problema. Per me il problema, perché è un problema, si colloca altrove. Sono una pecorella smarrita, sono un figliol prodigo che si è perso, e che poi è tornato all’ovile, ma ahimè, in seguito si è perso di nuovo.
Sono agnostico, non conosco la risposta. Non disprezzo la preghiera, né chi prega. Non giudico chi ha scelto una strada, qualsiasi essa sia, se non è prevaricante sugli altri.
Potrò almeno dire che non è mai buona cosa fare più cose contemporaneamente?
L’eterno riposo dona a loro Signore... mentre il motore del pullman ruggisce e sbuffa, perché c’è una salita. Da un tornante sbuca un grosso camion: attenzione! Ci passiamo, meno male. Ave Maria, piena di grazia... laggiù, oltre quel campo brullo, uno stormo di uccelli si leva in volo, una casa dalla forma bizzarra... un comignolo che fuma... a casa, avrò chiuso il gas? Santa Maria prega per noi...
Vale la pena andare a Medjugorje, si. Ecco, magari in silenzio.
Evidentemente io non ero nelle condizioni giuste per quel viaggio. E ciò che ho visto e sentito, non ha avuto per me niente di mistico. Anzi, forse l’unica cosa mistica è stato il mio malessere che si è acuito in modo abnorme mentre ero là. In Fondo era come se qualcosa bruciasse dentro di me, e questo forse, potrebbe essere comunque un “effetto” che il luogo ha avuto su di me.
Il giorno dopo era in programma la salita del monte Podbrdo...( meglio che lo scriva come si pronuncia? O perlomeno come lo pronunciavo io.)
Il programma prevedeva la salita in processione, del monte Prodborò.
Ề un monte non molto alto vicino a Medjugorje.
Non ha niente a che fare con le apparizioni in realtà, ma è antica tradizione per i locali, risalirlo attraverso un sentiero molto accidentato nella cerimonia della commemorazione della Via Crucis il Venerdì Santo. Con l’avvento del turismo religioso di massa in quel luogo, per via delle apparizioni, molti pellegrini (se non tutti) si sottopongono a quel breve, ma impegnativo pellegrinaggio.
M’ero portato da casa una stampella, in previsione delle lunghe camminate che sapevo di dover affrontare, visto che ormai da un decennio una fastidiosa artrosi al ginocchio sinistro, ogni tanto mi perseguitava. Quindi, con la mia fidata stampella, mi avventurai in quella “impresa”. Che non si dica che non le ho provate tutte, dicevo a me stesso.
Seguivo il mio ciarliero e rumoroso gruppo di veneti, nella consueta atmosfera vacanziera. Ogni tanto il sentiero, dove non era raro dover usare anche le mani per superare ostacoli e pendenze, si allargava a formare delle piazzole che erano state scavate nella roccia. Erano le “stazioni” della Via Crucis, e in ognuna era stata collocata una formella di bronzo con le raffigurazioni della Passione di Cristo. E in ogni piazzola i gruppi sostavano per pregare. C’erano molti gruppi, oltre al nostro, e si creavano delle vere e proprie calche, dove le voci non sintonizzate dei vari gruppi creavano un effetto sonoro cacofonico, simile a due radio che trasmettono musiche diverse contemporaneamente. Oltre tutto, non tutti i gruppi erano italiani e quindi, caos su caos, si udivano anche preghiere recitate in tedesco, in croato, in spagnolo. Madre de Dios, que locura!
Decisi di andare avanti da solo e abbandonai il mio gruppo.
Riuscii in qualche modo a ricavarmi un po’ di solitudine, mentre salivo faticosamente, ascoltando solo le urla mute del mio ginocchio. Così, per me ora aveva il vago sapore di un vero pellegrinaggio, quella salita con la stampella.
Comunque, alla fine arrivai in cima e subito cercai un sasso un po’ appartato su cui sedermi, visto che anche in cima la folla era molta e le preghiere (polifoniche), attorno a una grande croce, erano più che mai assordanti.
Mi allontanai un bel po’, tanto da non sentire più quel caos. E trovai una bella pietra, dove potei anche godere di un bel panorama sulla valle.
Accesi una amabilissima sigaretta e tentai di accendere anche la mente.
Il sole, appena visibile dietro una velatura di nuvole ferme, era inopinatamente immobile anche lui. Gli alberi, spogli e nervosi, erano immobili. Le pietre, pur immobili anch’esse, erano l’unica evocazione di un movimento, seppur millenario e in qualche modo universale.
Forse, pensai, l’assenza assoluta di “segni” era... un segno.
Avendo visto poco prima, che talune persone ponevano dei bigliettini di carta sotto a dei sassi, scrissi anch’io un pensiero e lo collocai sotto una grossa pietra. Ero certo che in quel luogo nessuno lo avrebbe mai trovato, e gli agenti atmosferici l’avrebbero ben presto dissolto.
“Non riesco a credere in ciò che non vedo, ma neppure in ciò che vedo. Credo solo, a ciò che capisco.”
Quella sera, dopo cena feci una passeggiata nel centro di Medjugorje. Non c’era gran che da vedere, perché i negozi erano davvero tutti uguali, pieni di immagini e statuine della Madonna, e corone per il rosario. Tuttavia, c’erano dei bei bar che non avevano nulla da invidiare a quelli di Padova, devo dire. Mi presi un caffè in uno di questi bar e per un po’ rimasi a guardare un grande televisore appeso al muro, che trasmetteva una partita del Milan.
Poi uscii e accendendomi una sigaretta, guardai la piazza principale con quella strana chiesa coi due campanili. C’era un gran via-vai di gente e notai che molte persone si dirigevano dietro la chiesa.
Incuriosito, mi diressi anch’io in quella direzione. Non avevo ancora percorso tutta la lunghezza della chiesa, che mi trovai improvvisamente in coda a un grande corteo di persone tutte ferme, come in attesa a uno sportello. A differenza delle code che si possono vedere in banca, o in un ufficio postale, quella coda non era ordinata. Non era composta da una fila di persone singole, ma da un ammassamento caotico, un po’ come quei cortei di profughi che si vedono ogni tanto al telegiornale.
Dopo una iniziale incertezza, decisi di superare quella colonna e andare a vedere cosa stavano aspettando tutti. Dietro la chiesa c’era una sorta di giardino moderno, con al centro una piazzetta contornata da delle panche in muratura disposte in cerchio. Al centro di quel cerchio c’era una grande statua in bronzo di un Cristo risorto con le braccia allargate come in un abbraccio ideale.
La fila di gente finiva proprio a ridosso di quella statua. Mi avvicinai per vedere cosa stava succedendo. Sotto alla statua c’era una specie di pedana in legno con due scalini e sopra a quella pedana c’era in quel momento una signora, che evidentemente aveva aspettato a lungo il suo turno.
Era in piedi, diritta, immobile. Mi avvicinai di più per capire cosa stesse facendo e vidi che la donna teneva in una mano un fazzolettino di carta e fissava un punto della statua, più o meno all’altezza del ginocchio. Mi portai a mezzo metro e guardai con attenzione il punto che stava fissando lei. C’era una imperfezione nel bronzo, si vedevano chiaramente i colpi di lima dell’artista che l’aveva realizzata. E proprio in quel punto, improvvisamente uscì una minuscola gocciolina di liquido trasparente. La signora immediatamente passò il fazzolettino e lo impregnò con quella minuscola goccia. Dopo di che, lo ripose in una borsa di plastica, ne estrasse un altro e si rimise a fissare il punto in attesa di un’altra goccia. Cosa che puntualmente avvenne dopo forse un minuto. Strofinata rapida, e altro fazzoletto.
Guardai allibito quella gran massa di persone in attesa, quasi tutti avevano scatole di Kleenex in mano, o vari contenitori di fazzoletti di stoffa e quant’altro.
Ora: quella statua era di foggia moderna per così dire, non era liscia e lucidata come il David di Michelangelo. Erano stati lasciati volutamente ben evidenti, i segni degli utensili usati dall’artista: strisciate rotondeggianti prodotte dalla carta vetrata, colpi di scalpello e di lima che avevano reso più lucido il bronzo in vari punti. E ovviamente non erano rare anche delle screpolature del metallo, in corrispondenza di saldature e giunture.
Che nessuno, tra i trentamila, conoscesse il fenomeno della condensazione dell’umidità dell’aria, specialmente dove ci sono differenze di temperatura tra ambienti limitrofi? Nessuno ha mai visto che i serramenti di alluminio e i vetri, si rigano di migliaia di goccioline, quando fuori fa freddo e in casa c’è caldo? Quella statua è in bronzo e per le sue dimensioni, non si può certo pensare che fosse massiccia. Quindi al suo interno è vuota. Perciò anche un bambino capisce che è una specie di termosifone solare. I sia pur flebili raggi solari, la riscaldano, e il calore si accumula e si conserva. Quando si fa sera l’aria esterna si raffredda.... eccetera, eccetera...
Su quelle gocce circolavano voci incontrollate di “poteri” miracolosi e si diceva che avessero la stessa composizione chimica delle lacrime umane.
.............
Il giorno dopo era l’ultimo, prima dell’apparizione e del successivo ritorno a casa. Andai, da solo, a visitare il luogo dove avvengono le apparizioni, che per la verità non era affatto lontano dal mio albergo, non più di qualche centinaio di metri. Dopo una breve via tra le case, uscendo dall’abitato ci si inerpicava su quello che non era nemmeno un sentiero, ma una serie di scalini naturali levigati da migliaia di piedi umani. In pochi minuti si arrivava, ansimando inevitabilmente, in un piccolo spiazzo in mezzo a rocce taglienti. Quello era il luogo delle apparizioni: un posto aspro e difficilmente accessibile. Mi sedetti e rinunciai ad accendermi una sigaretta, per uno scrupolo naturale verso il silenzio mistico del luogo e le molte persone che si aggiravano tra le rocce.
Devo dire che fu emozionante, anche se gli scettici diranno che è tutta suggestione. Era in effetti la stessa sensazione che avevo provato davanti alla Sindone o, per motivi diversi, nella tomba di Tutankhamon; o in altri luoghi in cui ero stato, dove erano accaduti avvenimenti importanti.
Ancora una volta considerai che era valsa la pena e che tutti i dettagli fastidiosi di quel viaggio, sarebbero stati in seguito, materiale di riflessione per chissà quanto tempo. Una di queste riflessioni, per esempio, è che in quel viaggio a Medjugorje, non ci fu mai in nessun momento, uno di quegli strani episodi in cui ho sentito-non sentito delle voci. A dire il vero non ci provai nemmeno a “telefonare” alla Madonna, con cui ho poca: confidenza.
Ma nemmeno quel burlone di suo figlio si fece mai sentire.
Cominciava a piovigginare e la discesa per tornare in paese, non fu per niente agevole; per me e per la mia stampella.
Al ristorante dell’albergo, un accompagnatore ci ragguagliò per il giorno successivo, illustrandoci il programma che prevedeva la partenza subito dopo l’apparizione.
«L’apparizione sarà verso le nove», ci disse. «Però, attenzione, se piove l’apparizione non ci sarà!»
Quella frase fu davvero infelice e suonò molto male alle mie orecchie. Anche se bisogna ammettere che quel tizio, intendeva lanciare però una esortazione doverosa: e cioè che non era il caso che persone non integre fisicamente si avventurassero in quel luogo, che era già alquanto pericoloso quando era asciutto. Una caduta, sempre possibile, in caso di pioggia diventava altamente probabile. E una caduta tra quelle rocce taglienti, specie per una persona anziana, poteva avere conseguenze molto gravi.
Mi era chiaro, comunque, che assistere all’apparizione sarebbe stato praticamente impossibile, perché si sapeva che molte persone avrebbero passato tutta la notte sul luogo delle apparizioni, per accaparrarsi un posto in prima fila. Poi c’era chi sarebbe andato là alle due, chi alle tre, chi poco prima dell’alba, e via dicendo. In pratica, alle sei del mattino, tre ore prima del fenomeno, non c’era assolutamente modo nemmeno di avvicinarsi.
Un po’ mi dispiaceva, ma non me la sentivo proprio di passare una notte sveglio e all’addiaccio.
Quella sera per giunta, ci fu un altro episodio che mi disturbò parecchio.
Dopo cena, ero seduto fuori dal solito bar a prendere un caffè. Come sempre un corteo ininterrotto di gente mi sfilava davanti, quando alcuni del gruppo del mio pullman mi videro e mi invitarono ad andare con loro.
«Dove?» Chiesi.
«Vieni dai, c’è una conferenza della cugina della veggente Mirijana.»
«E’ lontano il posto?»
«No dai, è qui vicino.»
Andai.
Il posto era una chiesetta i cui muri di pietra, levigata e pulita, denotavano che era stata restaurata da poco. Entrai, ma la sala, che era piuttosto piccola, era piena all’inverosimile. Non c’era modo di mettersi seduti da qualche parte e stavo già pensando di andarmene.
Ma qualcuno mi vide con la mia stampella e mi invitò ad andare avanti. In un attimo mi trovai di fianco al palco, seduto su uno sgabello proprio sotto al leggio dove questa signora, cugina della veggente più conosciuta di Medjugorje, aveva già iniziato a parlare.
Mi dispiace di non ricordare il suo nome; l’ho cercato in internet ma non l’ho trovato. Perché lei non era in realtà una veggente, non aveva mai visto la Madonna, ma era stata sempre presente fin dal principio alle apparizioni, insieme ai sei veggenti.
In quella conferenza quindi, lei raccontò con dovizia di dettagli tutti gli avvenimenti accaduti a Medjugorje, riportando date precise e descrizioni accurate. Fu quantomeno interessante e ascoltai con attenzione ogni cosa piacevolmente impressionato.
Poi però, ecco che tutto si guasta. Arrivata alla fine della mera cronaca, lei si lasciò andare a tutta una serie di considerazioni e interpretazioni sue proprie, riguardo non solo a quelle vicende locali, ma anche a quelle storiche e politiche. Poco male, pensai. Me ne accorsi nitidamente, chiaramente, ma lasciai perdere di buon grado. Dopo tutto, quella era una terra che storicamente aveva sofferto molto: avevano ben diritto di avere proprie “opinioni”. Ma...
Ma scoppiò un “caso”, quando lei rivolse una domanda alla platea, e quindi per inciso, anche a me. Parlando di Sarajevo, che aveva subito un lunghissimo assedio durante la guerra civile, si riferì a un’altra grande città russa che anch’essa era stata assediata per mille giorni, disse, durante la Seconda guerra mondiale. E chiese all’assemblea chi conoscesse il nome di quella città.
Ero convintissimo che molti, se non tutti lo sapessero, ma nessuno rispondeva, immagino per la solita ritrosia dell’italiano medio ad attirare su di se l’attenzione. Visto che nessuno parlava, Risposi io:
«Leningrado» dissi a voce alta.
Lei si voltò e abbassò lo sguardo su di me: ero ai suoi piedi praticamente.
E disse con un sorriso bonario: «Stalingrado!»
Sorrisi a mia volta e pacatamente dissi:
« No, no, guardi che è Leningrado.»
E lei: «No, è Stalingrado.»
Guardai per un attimo la folla; era calato un silenzio agghiacciante.
«Guardi signora, capisco che entrambe le città hanno cambiato nome più volte, ma vede, io conosco la storia e sono sicuro che era Leningrado, che adesso è tornata ad essere San Pietroburgo.»
«Anch’io conosco la storia» disse lei perentoriamente. «E sono sicurissima che è Stalingrado!»
C’erano almeno un paio di centinaia di silenziosissime persone, in quella chiesa. E le guardai tutte negli occhi. E tutti sembravano esprimere un concetto: beh, se lo dice lei... cosa possiamo farci noi!
Poi guardai ancora quella donna, negli occhi. E pensai: «sei sicurissima eh... ora capisco tante cose.» Ma non dissi più nulla.
La mattina dopo mi alzai di buon'ora; senza le distrazioni della televisione e del computer, a Medjugorje mi coricavo sempre troppo presto. Rinunciai alla spartana colazione dell’albergo e andai subito al bar più vicino. Ordinai un buon caffè, seduto a un tavolino esterno, anche se faceva freddino. E poi la prima, rilassante sigaretta della giornata.
La folla che mi sfilava davanti era più fitta del solito e andavano tutti nella direzione dove sarebbe avvenuto il miracoloso evento. Dopo aver fumato, pur riluttante, provai anch’io a immettermi in quella lenta fiumana di gente, ma dopo poche decine di metri, eravamo già tutti fermi. Era tutto intasato, prima ancora di imboccare la via che conduceva fuori dal paese.
Tornai al bar e ordinai un altro caffè.
Verso le otto e mezza, si sedette al mio tavolino un tizio che era in pullman con me. Aveva una gamba messa male e anche lui deambulava con una stampella. Scambiammo quattro chiacchiere insieme e annotai con sollievo, che qualcuno non del tutto idiota c’era, dopotutto.
«Certo che facciamo una bella coppia,» mi disse, alludendo alle stampelle. Gli dissi che normalmente non la usavo e che il mio problema era “solo” un po’ di artrosi. In quel momento, tra la folla apparvero delle donne del nostro gruppo. Una di esse era cugina del mio compagno di tavolo, una ragazzotta esuberante e prosperosa, che ci disse quasi gridando:
«Che fate lì; non venite all’apparizione?»
Suo cugino le rispose che era impossibile, ma lei stava per insistere, se non che, la folla improvvisamente aveva invertito la direzione di marcia e subito dopo si avvicinarono altri del pullman.
«Che succede?» Chiese lei.»
« L’apparizione c’è già stata.» Le dissero.
«Come c’è già stata? Ma se manca un quarto alle nove! »
«C’è stata in anticipo. È durata un paio di minuti. Dicono che la Madonna ha detto... di pregare.»
Mi girai di lato con la testa senza alzarmi dal tavolino e mi massaggiai il mento e la bocca. Un gesto anonimo e impersonale, ma lo feci per soffocare con molta fatica, una risata sonora.
Subito dopo finalmente, si partiva! I bagagli erano pronti, il conto dell’albergo saldato. Compresse non ne avevo più, ma tanto ormai tornavo a casa.
Non c’era nemmeno il tempo per il solito briefing, perché c’erano delle novità che ci sarebbero state comunicate sul pullman.
Mentre salivo, mi trovai faccia a faccia con padre Jimmy. Erano cinque giorni che non ci parlavamo. L’avevo visto molte volte, sempre circondato da gente e sempre sorridente e giulivo. Ma a dire il vero non l’avevo nemmeno cercato, ero troppo deluso da molte cose e... i miei otto minuti li ho lasciati di buon grado a qualcun’altro.
«Ciao Alessandro», disse col suo consueto sorriso americano. «Come è andata? Ti è piaciuto il pellegrinaggio?»
Glielo dissi francamente, cercando di apparire il più normale possibile:
«Non mi sono confessato e non ho detto neanche un’Ave Maria.»
«Ah», disse facendosi serio anche lui: «Ok dai, quando torniamo ne parliamo.»
«Quando vuoi», gli dissi con un sorriso appena accennato. Lui salì su un altro pullman e in seguito mi domandai se non era invece in procinto a salire su quello mio e avesse cambiato idea in quel momento.
Me lo chiesi perché poi a casa, non ebbi più modo di parlare con lui. Lo chiamai e gli mandai degli sms per un po’ di tempo, senza mai ottenere risposta. Così, mentre nel frattempo la mia vita stava andando completamente a pezzi, alla fine lo lasciai perdere.
Non eravamo ancora usciti dalla cittadina di Medjugorje, quando l’altro sacerdote, usando l’altoparlante del pullman ci informò che c’era una variazione di programma. Nella zona tra Verona e Venezia c’era stata una forte ondata di maltempo con piogge torrenziali e forti grandinate; vari corsi d’acqua erano tracimati e ampie zone erano allagate. Ciò aveva determinato grandi disagi alla circolazione. Era prevedibile, perciò, incontrare traffico intasato e lunghe code. Quindi, la prevista sosta a Trieste con relativa Santa Messa, erano abolite.
Dal fondo del pullman qualcuno ad alta voce disse:
«Ma, alla Messa dovevate benedire gli oggetti sacri acquistati.»
Conoscevo quella voce, era il tizio di Trento, quello “folgorato” sulla via di Damasco.
Il prete rispose sorridendo che avrebbe benedetto in quel momento gli oggetti acquistati.
«Ah va bene.» Disse il trentino, che subito si alzò gridando all’autista di fermarsi.
«Ma...ma... come. Perché ci dobbiamo fermare?» Chiese il prete.
E lui: «beh, io gli oggetti sacri li ho nel bagaglio qui sotto, devo prenderli.»
Il prete, non so come, riuscì a sorridere, ma strinse forte il microfono.
«Guardi che la benedizione arriva anche nel bagagliaio... e nel portafoglio che avete in tasca. Arriva anche nel negozio, agli oggetti che non avete comprato.»
Il viaggio di ritorno, come si temeva fu lungo ed estenuante. Pioggia, traffico, code. E rosari. Arrivammo a Mestre che ormai era notte fonda e tra i passeggeri regnava un silenzio soporifero. Come previsto, l’autostrada era chiusa e si doveva uscire. Appena usciti, ci trovammo per l’ennesima volta fermi.
Mentre avanzavamo a passo d’uomo, me ne stavo con la testa appoggiata al vetro rigato di pioggia e guardavo le luci sfocandole con gli occhi socchiusi. Sentii dei passi, nella semioscurità della corriera, una figura femminile mi passò accanto e andò fin sul davanti. Dalla voce si capiva che era una ragazza piuttosto giovane. La sentii rivolgersi all’autista con una richiesta che mi gelò il sangue: «Scusi, possiamo dire un rosario per ringraziare la Madonna che ci ha fatti tornare sani e salvi?» (chiedeva di poter usare il microfono)
L’autista... mi sovvenne che non l’avevo mai notato, non l’avevo mai guardato. Non sapevo se anche lui si aggirava per Medjugorje in quei giorni, o se era andato altrove. Di fatto non sapevo nemmeno che faccia avesse, ma provai una simpatia per lui quasi fraterna, quando lo sentii rispondere alla ragazza mormorando a voce bassa e tenendo evidentemente i denti serrati: «Basta rosari.»
La ragazza tornò indietro rapida e silenziosa, e la sentii sussurrare da dietro: «Non vuole.»
Capitolo 29 Il punto di non ritorno
Quando tornai da Medjugorje, già il giorno successivo mi incontrai con Gina e amaramente, quasi disperatamente, le dissi quella frase: «Facciamolo, e togliamoci il pensiero.»
Ero sicuro che lei avrebbe detto sì, ero sicuro che lo voleva, che lo aspettava, ma lo stesso fui sorpreso dalla risolutezza con cui lei affrontò questa “novità”, che io percepivo invece come una specie di salto nel buio.
Ne avevamo parlato abbondantemente in verità e per due volte anzi, ci eravamo lasciati di comune accordo e avevamo interrotto la nostra relazione, proprio per evitare quell’ultimo “passo” che sentivamo incombente.
A Medjugorje, tra una vicissitudine e l’altra, pensavo a lei continuamente, e non so in che misura l’angoscia che mi attanagliava era dovuta anche all’assenza fisica di lei.
“Va bene” disse, e subito prese l’iniziativa, come a voler inibire eventuali ripensamenti.
Eravamo in macchina, e fu come... un ruzzolare incredulo, dentro un sogno vorticoso di emozioni miste a paure.
Ci facciamo un the caldo? Mi zia Maria non beveva mai il caffè, lei faceva il the. Alle cinque della sera in genere, come una vecchia aristocratica inglese.
Le parlai molto sommariamente del mio viaggio a Medjugorje, omettendo di turbarla più del necessario raccontandole i dettagli: tanto lei non sapeva nulla di Stalingrado e di Leningrado. Le dissi solo comunque, che per me era stata una esperienza molto deludente. E quando mi chiese se mi vedessi ancora con “l’altra”, le confessai che non solo la vedevo ancora, ma anche che ora ero diventato un adultero nel vero senso della parola. E lo confessai con una vena di sfida e di amarezza nel tono della voce, come se una cosa, fosse la logica conseguenza dell’altra: ero andato a Medjugorje ed ecco che cosa avevo ottenuto.
Ho sempre coltivato, nel mio intimo, la convinzione che ogni cosa che mi è accaduta nel corso della vita, fosse direttamente collegata al passato. Ma non solamente al mio personale trascorso, come sarebbe logico, ma anche a un passato più remoto, un passato che mi ha preceduto. E quel giorno, mentre sorbivo il the caldo di mia zia, scrutando attentamente le sue reazioni, mi sembrava che anche lei condividesse la medesima sensazione. Sorseggiando lentamente il the bollente, il suo sguardo vagava fuori dalla finestra, e io capivo chiaramente che il suo pensiero era lontano.
Era nel vortice tempestoso del suo passato. O dovrei dire, del nostro?
Poi, come fosse tornata in sé, non mi rivolse come mi aspettavo, nessun rimprovero di carattere religioso; nessuna considerazione riguardo al peccato, o al matrimonio in quanto sacramento. Solo volle sapere a quel punto, il nome di questa donna, e che aspetto avesse, l’età, il luogo dove viveva. Voleva “vederla” insomma, voleva conoscerla.
Voleva collocarla, quella figura, su di una mensola della sua mente, insieme ad altre. Così, quel giorno parlai di Gina a mia zia. Descrissi la persona, le sue fattezze e soprattutto il suo carattere, pur cercando di far trasparire il meno possibile l’adorazione che provavo per lei.
Avevo anche una singola foto nel telefono e gliela mostrai. Lei la guardò e, sorprendendomi ancora una volta, disse quasi parlasse da sola: “beh, mi piace.”
Le raccontai come avvenne ogni cosa: la scarpiera, il primo bacio e il nostro misero tentativo di resistere al corso inevitabile degli eventi. I nostri ripetuti distacchi, le mie “frequentazioni” con vari preti e psicologi. Fino al mortificante viaggio a Medjugorje e alla mia conseguente resa.
Mia zia ascoltava annuendo, senza dire niente. E quando smisi di parlare, come un giocatore che si accorge improvvisamente di aver gettato sul tavolo troppe carte, lei scuotendo lievemente il capo cominciò a mormorare dei pensieri, come se non li dicesse a me, ma a se stessa.
«Eh, Laura è una brava donna, ma ha sempre pensato solo alle cose materiali... non ti ha mai capito. E poi quella sua volontà di non avere altri figli... solo per il lavoro... per i soldi... se aveste avuto tre o quattro figli, sarebbe stato tutto diverso.»
Questa poi! Pensai. Davvero mi saliva una rabbia repressa dalle budella. La famiglia ha comunque sempre ragione e gli altri, sono cattivi.
«Zia, le dissi; non voglio che tu mi dia ragione! L’ho sposata io; non mi ha mica costretto con la forza.»
«Ah sì, certo», disse mia zia Maria. «E comunque il matrimonio resta pur sempre un sacramento indissolubile.»
«Certo; indissolubile. Fin che morte non ci separi.» Dissi.
Ora eravamo in due, a guardare fuori dalla finestra. La mia mente però, era una specie di frullatore che triturava pensieri alla rinfusa.
«Anche se», mormorai come se anch’io parlassi con me stesso: «per dir la verità io non ricordo se le ho mai chiesto di sposarmi.»
«Non lo ricordi?!»
«No. Ne sono sicuro. Manca nei miei ricordi, il momento in cui io le chiedo di sposarmi. E se non lo ricordo, forse semplicemente non esiste.»
«E come vi siete sposati allora?»
«Ecco, qui non sono sicuro... ricordo che un giorno, quando eravamo ancora morosi, Laura mi propose di comprare insieme con lei i mobili di un salotto in noce, che erano una vera occasione. Che poi li avremmo “parcheggiati” da certi suoi parenti che avevano tanto spazio a disposizione.»
Il frullatore vorticava come l’elica di un P51 Mustang.
«Caso mai, se un giorno ci sposeremo.»
Aveva detto davvero così?
Certo, ripensandoci ora, ho una sbiadita consapevolezza: e cioè che lei mi abbia sposato la sera in cui le ho dato il primo bacio sul portone di casa sua.
Nei miei ricordi, ora la “vedo” che mi stava addosso fin già dal giorno dopo, non come una morosa, e nemmeno come una moglie, ma come... una madre.
Come una madre mi diceva sempre cosa fare e cosa non fare; devo pensare che probabilmente mi dicesse anche come vestirmi. Certo lo faceva senza malizia, e sempre nella modalità di esortare, consigliare, apparentemente senza l’intenzione di prevaricare. Io non la assecondavo mai, intendiamoci, difendevo le mie ragioni e conservavo le mie opinioni. E allora litigavamo, ah se litigavamo! E poi lei, con la sua insistenza, con la sua martellante ostinazione, con la “goccia continua”, alla fine riusciva a farmi fare quello che voleva.
Comprammo quel salotto, ovviamente. Nel caso che: un giorno ci fossimo sposati.
Il the era molto dolce, molto caldo; mi vennero in mente i biscotti Plasmon, la mia mente frullava anche quelli. Non mi chiedevo il perché delle mie scelte, non me lo chiedevo perché lo sapevo bene. Avevo un ricordo molto nitido e preciso, riguardo al tipo di ragazzo che ero. Semmai la domanda era: perché ero così? Distratto, confuso, sempre con la testa tra le nuvole, sempre perso a inseguire qualche sogno senza nome.
Molte volte ho pensato di essere sfuggito per chissà quale disperato impulso di ribellione, a un destino amaro di persona mentalmente disturbata. Mi sentivo in sostanza, molto vicino a essere lo scemo del villaggio, anche se capivo di avere dentro, nascosta da qualche parte, una fiammella di estrosità non ben definita.
Ero nato così, o è stato l’ambiente, a cucirmi addosso una serie di deformazioni mentali al limite del patologico?
Dal frullatore apparivano fugacemente le immagini di quell’oscuro passato: il paese, le persone, mio padre... mia madre.
«Zia, raccontami bene dai, come sono andate le cose tra mio papà e mia mamma. Perché si sono sposati?»
Era sempre evidente il suo disagio, ogni volta che le chiedevo di parlarmi di quell’argomento. Ma io insistevo, perché volevo capire, anche se intuivo che la verità sarebbe scomoda.
Mio padre aveva fatto delle cose che non avevano senso e io stesso, fino ad allora non avevo mai voluto indagare oltre le poche cose che ero venuto a sapere tramite mia madre. E mia madre, che non si era mai preoccupata di difendere l’immagine del suo defunto marito, mi aveva sempre proposto un quadro, sia pur parziale e lacunoso, dove comunque mio padre non faceva una gran bella figura.
«Mah, sai», diceva mia zia: «tua madre era una bella ragazza, era giovane e fresca, piena di vita.»
L’otto settembre, mio padre fu catturato dai tedeschi, come molti altri italiani, e fu condotto in Germania prigioniero. E già su questa cosa, mia zia non sapeva darmi spiegazioni su di un punto: mio padre fu preso nell’Italia centrale, non so bene dove di preciso. Come mai, nell’Italia centrale? Che ci faceva là? La guerra era a sud, in Sicilia. E ancora: come mai lui, che a quel tempo aveva 26 anni, non era stato in nessun fronte? Non in Russia, grazie al cielo, ma nemmeno in Africa, o in Albania.
Comunque, finita la guerra, lui è tornato a casa, molto provato, sofferente e dimagrito di molto. Anche se, mi raccontò mia zia, nel campo di prigionia dove si trovava, fortunatamente era adibito alla distribuzione del sia pur scarso cibo ai prigionieri. E lavorando in cucina (sempre mia zia che parla), grazie a Dio non ha sofferto molto la fame.
Una volta tornato, lui si è dato subito da fare per ricominciare a vivere. Per costruirsi un futuro, un lavoro, una famiglia, una casa.
Purtroppo però, dopo poco tempo la sua fidanzata si ammalò. Si ammalò di una malattia grave che continuava a peggiorare lentamente. Si mormorava in paese, che avesse la tubercolosi.
«Ma sai, a quel tempo la medicina non era come ai giorni nostri. Così, avendo conosciuto nel frattempo tua madre, giovane e bella, alla fine si è sposato con lei.»
Guardavo quella donna anziana, che era mia zia, seduta sulla sua poltrona di velluto liso, con la sua tazza di the davanti. Vedevo un pugile quando viene messo nell’angolo. Ed ero io, col mio silenzio e col mio sguardo implacabile, che la tenevo nell’angolo.
«Così, come fosse la cosa più naturale del mondo? La sua fidanzata era ancora in vita quando loro si sono sposati: non poteva aspettare?»
«Eh, ma sai, nessuno sapeva quanto sarebbe andata avanti. Tutti sapevano che era destinata ormai a morire, ma nessuno sapeva quando.»
«E cosa vuol dire?» Le dissi quasi con impeto. «Poteva comunque aspettare. Io avrei aspettato. Anzi, sai una cosa; io l’avrei sposata, l’altra, come si chiamava?»
«Virginia.»
«Virginia io l’avrei sposata, anche se era malata.» E mentre dicevo così a mia zia, non mi sfuggiva il paradosso di me che mi atteggiavo da uomo forte, di carattere risoluto e sicuro.
«Eh, ma, Alessandro... c’erano di mezzo i soldi. Lui voleva sposarla, ma loro non hanno voluto.»
«Loro chi? E quali soldi?»
“Loro” erano i genitori di Virginia, ma nel modo di parlare di mia zia, si percepiva il riferimento a una famiglia intera, con zii, una casata. Come se avesse parlato di una tribù, una congregazione di persone forestiere, in un certo qual modo ostili.
Mio padre avrebbe voluto sposarsi con Virginia, disse mia zia, e non ho motivo di dubitare di questo. Forse, nella sua disperazione concepiva quella l’unica cosa da fare, per dare una briciola di consolazione alla sua sfortunata fidanzata.
Lui però, che in quegli anni in cui si era dato da fare proprio in prospettiva del matrimonio, avevo messo da parte dei risparmi. Si trattava di una somma di denaro che per quello tempo era da considerarsi abbastanza cospicua. E quel denaro, mese dopo mese, anno dopo anno, mio padre l’aveva affidato alla famiglia di lei, che insieme ai loro risparmi avrebbe consentito di far fronte a tutte le spese per il matrimonio. Mia zia non lo disse apertamente, ma il ragionamento era chiaro: in caso di matrimonio e susseguente malaugurata vedovanza, quei soldi sarebbero rimasti al vedovo.
«E tuo papà alla fine, non li ha mai più visti quei soldi.»
Poi le cose sono andate come sono andate, e quando mio padre si è sposato con mia madre, ovviamente il rito è fu celebrato in una chiesa di Padova, lontano dal paese. Ma la famiglia di Virginia al gran completo, si sono presentati davanti alla chiesa all’uscita degli sposi e lì, con gran clamore hanno lanciato contro di essi, ogni sorta di insulti e maledizioni.
Mio padre, scosso e avvilito, non rispose e se ne andò a testa bassa, trascinando a fatica per un braccio la sua giovane e focosa sposa, che invece rispondeva colpo su colpo contro di loro.
Il giorno del matrimonio per mio papà, fu uno dei più brutti della sua vita.
Era inevitabile per me a quel punto, pensare che mia madre fosse stata incinta, il giorno del loro matrimonio. Ne ero praticamente sicuro. E quel pensiero, che non mi induceva in me alcun pregiudizio verso i miei genitori, mi dava anzi uno strano senso di consolazione. Come se le cose si fossero “sistemate” e tutto avesse se non altro un senso.
Mia zia mi disse che non ricordava in che giorno si erano sposati, ma io non ci credevo: doveva pur sapere se la mia nascita era un frutto del peccato oppure no. Così, alla fine rintracciai io quella data fatidica, recandomi di persona all’anagrafe del comune qualche tempo dopo. Perché ero sicuro che tra quella data e quella della mia nascita, ci fossero meno di nove mesi.
I miei genitori si sposarono il 29 aprile 1955: quindi undici mesi prima della mia nascita.
Il 16 maggio, 17 giorni dopo quel disgraziato matrimonio, Virginia morì.
E il 29 di quello stesso mese, anche nonno Primo morì, travolto sulla piazza del paese, dall’unica automobile che transitò quel giorno a Cà d’Elia.
Quando uscii dagli uffici dell’anagrafe col certificato di matrimonio in mano, ero un po’ deluso. Non so bene come l’avrei presa se il mio sospetto fosse stato confermato, ma visto che così non era, tutto rimaneva ancora inspiegabile e senza alcun senso.
Però , già che c’ero, ottenni anche un’altra informazione dagli uffici dell’anagrafe: il mio secondo nome, Alessandro, esisteva ufficialmente ed era registrato. Cosa di cui non ero affatto scuro, quel nome l’aveva voluto mia madre, e poteva anche non essercene alcuna traccia ufficiale.
Moduli da compilare, carte bollate, code agli sportelli, in prefettura, in comune, in questura. Nel giro di un paio di mesi mi ero finalmente liberato almeno da quella spina dolorosa nel costato: Fortunato non esisteva più!
Ora ero Alessandro, soltanto Alessandro.
Quando tutto fu compiuto, dopo aver rifatto patente, passaporto, codice fiscale ecc, andai da mia zia e tra una chiacchiera e l’altra, la informai di questa cosa. E anche stavolta, provai una sottile delusione. Mi sarei aspettato almeno un briciolo di rammarico da parte sua, ma lei invece, dopo averci riflettuto forse per due secondi, mi disse che avevo fatto bene.
«Se proprio non ti piaceva.»
«No, zia; non mi piaceva. Non mi è mai piaciuto. Anzi, lo odiavo.»
Cercai di scuoterla da quella sua apatia, chiedendole chi diavolo avesse avuto la malsana idea di affibbiarmi quel nome così stupido. Tanto più nel contesto in cui ero venuto al mondo, e dopo quel che era successo. E si sa, che in un piccolo paese gretto e pettegolo come Ca’ d’Elia, era prevedibile che quel nome avrebbe causato mille problemi a chi lo portava. Ma era tutto inutile, lei stringeva le spalle, con la sua solita aria di rassegnata mansuetudine, e mi diceva che era un nome che voleva essere di buon auspicio.
«Eri il primogenito, e dopo tante disgrazie si sperava che con la tua nascita le cose sarebbero cambiate.»
Capitolo 30 Stupidità
«Un giorno mi lascerai: ti sei accorto che sono stupida anch’io.»
Gina ovviamente non era ne perfetta, ne stupida, ma mi disse questa frase un giorno, nel bel mezzo di una discussione che riguardava gli “UFO” e il paranormale.
Lei non era più simpatica di Laura... d’accordo, forse più simpatica lo era, ma era anche indubbiamente una persona meno concreta, meno brava nella gestione pratica delle cose, di tutte le cose: che si trattasse di una famiglia da mandare avanti, o di una casa da tenere in ordine.
Gina non era nemmeno più “appariscente” a letto, eppure io avevo questa precisa sensazione, e continuamente mi domandavo come, per via di quali connotati, avevo quella sensazione.
Gina era così: capace di inventarsi una frase, o un atteggiamento, o uno scherzo. Lei scriveva, dipingeva, nuotava, cantava, rideva, piangeva: lei era uguale a me. La versione femminile di me.
«Un giorno mi lascerai. Perché sono stupida anch’io.»
E un giorno la lasciai in effetti, o per meglio dire: come sempre lasciai che lei se ne andasse, esasperata dalla mia depressa indecisione.
Ora so che l’uomo che passeggiava mano nella mano con lei e che la osservava con tanta adorante attenzione, non era lo stesso uomo che mille anni prima aveva vissuto e fatto le stesse cose con Laura. E nemmeno quello che mille anni dopo, scrive questa storia, come se fosse preistoria.
Non c’erano solo due donne diverse nella questione, ma anche due uomini, diversi e distinti.
In tutta quella vicenda, frequentando vari medici della psiche e leggendo qualche libro sull’argomento, avevo appreso, per forza di cose le nozioni fondamentali della psicologia e della psicanalisi. Ogni malattia che si protrae nel tempo, genera degli “esperti”.
Avevo conosciuto così il mio inconscio, davvero come mi fosse stato presentato un forestiero. Uno straniero che però, viveva da sempre dentro di me, nascosto in una oscura cantina.
Il mio inconscio era rimasto prigioniero per mezzo secolo in una cella angusta e buia, ora lo sapevo. Lui, che molti anni addietro, al tempo dell’infanzia, partecipava attivamente alla mia vita, e aveva avuto sempre un ruolo nelle mie giornate, aveva una voce, che era forse la principale espressione che mi identificava. Certo lui, il mio inconscio, credeva sempre a tutto e a tutti, ed era sempre pronto a lanciarsi in ogni avventura. Era un sognatore, e perciò si nutriva di sogni, di illusioni, di immagini poetiche. E chi confida nei sogni si sa, prima o poi ingoierà la medicina amara della delusione.
Quando apparve Laura, con la sua figura apparentemente fragile e tenera, ancora una volta “lui” aveva dipinto un progetto, una visione. Ma finì rintanato subito dopo invece, ringhiando come un cane rabbioso e patetico. Lui ha conosciuto Laura alla fine, ma lei non ha conosciuto lui.
Del resto nemmeno io a quel tempo lo conoscevo, e neanche immaginavo che esistesse.
Una volta mi capitò un fatto che da un po’ l’idea riguardo alla mia natura. Ero in Messico per una vacanza e mi trovavo in una di quelle grandi caverne sotterranee dette: “Cenotes”. All’interno di quella caverna, dove si entrava scendendo una scala scavata nella roccia, c’era una piattaforma di cemento all’inizio di un’altra scalinata ricavata sul fianco della grotta, che conduceva sul fondo, dove c’era un laghetto di acqua cristallina. Quella sorta di grande cupola naturale, era illuminata dalla luce solare che entrava da un’ampia apertura sulla volta, prodotta evidentemente da un crollo avvenuto in anni remoti.
Ero con un paio di ragazzi conosciuti durante l’escursione e ci proponevamo di tuffarci da quella piattaforma nel laghetto sottostante. Però l’altezza era notevole e ognuno invitava l’altro a saltare per primo. Nessuno però se la sentiva di fare il gran salto.
Anch’io ero molto indeciso, ma provai a scavalcare la balaustra in legno e rimasi aggrappato guardando l’acqua laggiù, cercando l’ispirazione e il coraggio per saltare. Ecco, in quel preciso momento, percepivo il forte
desideravo di farlo e mi domandavo perché. Perché mi piace tuffarmi ovvio. L’avevo sempre fatto fin da bambino: nelle cave, nei fossi, al mare. Era l’emozione che si prova a librarsi nel vuoto, in una specie di volo. Insomma ero molto tentato ma la paura, il timore era ugualmente presente. E pensavo: se non lo faccio me ne pentirò per tutta la vita. Ricorderò questo momento e per sempre mi porterò il rammarico di non aver saltato.
Ma anche: che diavolo! Sono in vacanza, sono lontano da casa, se mi facessi male, se mi facessi molto male, una gamba rotta, picchiando sul fondo di quel laghetto, o addirittura finissi in carrozzella paralizzato. Decisi che non ne valeva la pena e stavo già per scavalcare di nuovo la balaustra per tornare sulla piattaforma ma, in quel momento mi accorsi che giù in basso, sul ciglio del laghetto, c’era una folla di persone che mi guardavano. Erano turisti provenienti da svariate parti del mondo: americani, asiatici, europei, e quasi tutti avevano una video camera o un telefonino puntato su di me. Tutti in attesa del mio tuffo.
Saltai.
Fu un impulso fulmineo, una esplosione di fuoco nelle vene, un lampo di follia adrenalinica. Saltai per me stesso, per la gloria, per gli avi che mi osservavano; saltai per i posteri che si ricorderanno di me.
Il volo fu lungo, infinito, ma ogni timore era svanito all’istante, e mi sentivo improvvisamente invincibile.
Vabbé, poi fu la gloria: il frastuono dell’applauso che rimbombava nella caverna appena riemersi dall’acqua. E poi pacche sulle spalle, e complimenti incomprensibili in tutte le lingue del mondo. Però, mi rimaneva il dubbio: se non ci fosse stato nessuno, se non avessi scavalcato la balaustra.
Penso sempre al “dopo”. E con l’immaginazione lo visualizzo quel “dopo”. Saltare, buttarsi nel vuoto, e poi? E quando mi ci trovo, in quel “dopo”, allora ripenso al “prima” e inquino ogni cosa con tutta una serie di “se” e di “ma”.
A quel punto, con Gina avevo solo scavalcato la balaustra: ed ero lì, al cospetto di quel baratro, con una gran voglia di saltare. Ma anche con la paura di farlo. Certo, potevo rompermi l’osso del collo, ma incredibilmente, cercavo di mistificare la mia paura con ragionamenti ambigui, che si focalizzavano su quello che poteva essere il vero motivo che mi spingeva a voler saltare.
«Alessandro, hai divorziato?»
Laura, come ampiamente previsto, alla fine venne a sapere ogni cosa. E tutto faceva pensare che stessimo andando inevitabilmente verso una separazione, molto conflittuale.
«No zia, non ho divorziato. È solo una prova, una specie di esperimento, per vedere come va. Voglio capire come sto a vivere per un po’ di tempo da solo.» Dietro indicazione della mia “nuova” psicologa, ero andato a vivere da solo in un orribile e angusto appartamento. In affitto.
«Comunque avevo bisogno di staccare un po', non ce la facevo più, era un continuo litigio.»
«L’altra, la vedi ancora?»
Tentennai prima di rispondere, ma si, la vedevo ancora. Anche se ero sempre più dubbioso e indeciso.
Fu in quel periodo che un’altra esperienza portò un ulteriore cambiamento nella mia vita. Un altro di quegli eventi che si collocano come pietre miliari lungo il percorso. E fu proprio Gina a determinarlo.
Una mattina mi chiese se l’accompagnavo a un misterioso appuntamento.
«Va bene, le dissi, dove andiamo?»
«A Brescia. Ho un appuntamento con... un ipnologo.»
Dove diavolo avesse scovato quel “personaggio”, Dio solo lo sa.
Gina era così; sempre in cerca di “novità”. E qui forse varrebbe la pena fare una piccola divagazione. Anche lei in verità era una persona diversa, quando era con me, e anche nel suo caso quindi, si poteva dire che c’erano due Gina. Con me, ma soprattutto da quando suo marito aveva determinato la loro separazione, lei si era come liberata da quella maschera di brava e integerrima moglie e madre, poco incline a considerare sé stessa come persona indipendente. Più per l’assenza del suo marito-padrone quindi, che per la presenza di Alessandro, lei si era evoluta, e si stava rivelando come una donna curiosa di esplorare ogni cosa. E questa aspetto, che pure adoravo e in linea di massima condividevo, mi causava anche qualche perplessità. Perché lei, glielo dissi più di una volta, era sempre incline a credere a tutto ciò che è incredibile e assurdo, mentre era sempre pronta a dubitare di tutto ciò che è quantomeno plausibile.
L’accompagnai comunque, un po’ perché mi piaceva guidare con lei a fianco, come se viaggiare evocasse in me una sensazione di normalità. Ed ero comunque anch’io curioso di conoscere questa “cosa” nuova. Scettico ma curioso.
In realtà il luogo si trovava nei pressi della sponda bresciana del lago di Garda, quindi dopo essere usciti al casello di Brescia est, ci volle una mezz’ora di strada, per raggiungere l’abitazione di quello strano personaggio.
Già la zona aveva un ché di particolare per me, perché molti anni addietro, non lontano da quel posto m’era capitata una di quelle stranezze che ogni tanto sembrano far parte della mia vita. Ero stato a trovare un sacerdote di cui avevo sentito parlare, e da quelle parti, guidando, rimasi molto colpito nel riconoscere un posto che avevo visto in sogno. Ed ero sicuro, al di là di ogni dubbio, che era la prima volta che passavo per quella strada.
Poteva essere un comune caso di de-ja-vu, se non fosse che quel luogo era un cimitero, e gli eventi di quel sogno erano stati alquanto particolari. Era uno di quei sogni insomma, che non si dimenticano.
L’ipnologo, o per definizione: “psicoterapista specialista in ipnosi”, abitava in una grande casa isolata, vicino a un pittoresco paesino. Era un uomo sulla cinquantina, con una folta barba scura e un abbigliamento che poteva sembrare quello di un prete quando non celebra. Personalmente mi ricordava un po’ la figura di Rasputin.
Il suo studio aveva le pareti tappezzate da diplomi e vari attestati incorniciati, che testimoniavano la sua grande professionalità, insieme a diverse immagini di carattere religioso. Qualche ingrandimento dove, riconoscibile dalla folta barba, lui era insieme a suore e sacerdoti in luoghi tipicamente missionari. In una di queste foto, lui si inchinava con deferenza al cospetto di papa Woytila.
Ci fece accomodare su due poltrone davanti alla sua scrivania in noce e si informò con Gina sul motivo di quell’appuntamento. Da ciò che lei gli raccontò, capì ovviamente che io non ero suo marito e io mi qualificai a quel punto, come un amico. E gli dissi che magari, forse, avrei potuto fissare anch’io un appuntamento in futuro. Mi chiese se ne sentivo il bisogno o per meglio dire, in sostanza, se avevo problemi. E io gli dissi certamente di si, che ne avevo più d’uno, e che Gina non era estranea a questi problemi. E gli dissi anche che io ero alquanto scettico sulla sua professione.
«Se vuole facciamo una prova», mi disse.
«Una prova? »
«Si, cinque minuti. E vediamo subito se lei ha bisogno.»
Come ho detto ero scettico, e quell’ombra di timore che stava tentando di ghermirmi, la scacciai subito con determinazione.
« Certo», gli dissi. «Se vuole.»
Mi chiese di girare la sedia e di mettermi perpendicolarmente a lui, rivolto verso una parete vuota. Mi fece chiudere gli occhi e mi invitò a sedermi eretto, con le braccia abbandonate sulle cosce. Mi disse di chiudere gli occhi, di rilassarmi e di svuotare la mente. Non gli obbedii totalmente, perché pur cercando di essere onesto, una vocina continuava a dire: «se credi di incantarmi ti sbagli, e di grosso!»
A quel punto smise di rivolgersi a me e cominciò a parlare direttamente con il mio subconscio. Trovai la cosa patetica.
«Caro inconscio di Alessandro» diceva « quanti anni hai?» (Al mio inconscio dava del “tu”.)
Dove sei nato? Dove vivi? Eccetera, eccetera. Io rispondevo, tenendo gli occhi chiusi. C’era una musica a basso volume vagamente esotica, ma la mia sensazione era di totale presenza e controllo. Mentre continuavo a ripetermi mentalmente: se credi di fregarmi!
Poi mi chiese di alzarmi in piedi e, sempre con gli occhi chiusi, di appoggiare i polpacci al sedile della sedia. Giusto per avere un riferimento, mi disse. Annuii e obbedii. Lo sentii dire a bassa voce a Gina, quasi sussurrando: «guardi bene la libreria.»
Non ebbi il tempo di capire cosa significava quella strana frase, perché subito riprese:
«Caro inconscio di Alessandro, per favore piegati in avanti per dire “si”; e all’indietro per dire “no”.»
Figuriamoci. Se credi di fregarmi!
«Ti chiami Giovanni?»
La mia mente voleva fortissimamente non muoversi di un millimetro. E avevo la sensazione precisa di non muovermi in effetti.
«Ti chiami Alessandro? Bene.»
«Hai quarantadue anni?»
«Hai cinquantasei anni? Bene.»
«Ma dai!» Mi dicevo.« Vuoi fregarmi, ma non mi sono mosso, sono sicuro.»
«Caro inconscio di Alessandro, è successo qualcosa nella tua infanzia?»
Non volevo muovermi e credevo di non farlo. Ma cominciavo a sentirmi alquanto strano.
«Questa cosa che ti è capitata, (!) è successa prima dei dieci anni?»
Ma come, ho detto di si? Ma che cazzo! Ogni domanda che mi poneva presupponeva che io avessi risposto a quella precedente. Ma io non volevo rispondere e soprattutto, nemmeno avrei saputo rispondere, riguardo a qualcosa che mi sarebbe capitato quando ero bambino.
Cominciavo a sentirmi in ansia e a respirare male.
«E’ successa prima dei cinque anni?»
Lacrime! Lacrime incomprensibili, apparentemente immotivate, cominciarono a uscire incontrollate e il respiro era decisamente affannoso.
«E’ successa prima dei due anni?»
Uno spasimo atroce mi aveva completamente travolto: piangevo signori. Piangevo senza ritegno, anche se la mi faccia era di pietra.
A quel punto non potevo più neanche pensare di controllare il mio corpo per impedirmi di andare avanti e indietro, perché ero vicino al punto di non saper più nemmeno reggermi in piedi. Ero preda di un attacco di panico e soffocavo, ancora una volta.
«Va bene, basta signor Alessandro, si sieda pure.»
Ripresi il controllo con gli ormai abituali esercizi di respirazione, ma mi vergognavo da morire per aver dato quello spettacolo, e che Gina mi avesse visto in quelle condizioni.
Il dottore mi porse una scatola di Kleenex.
«Mi sembra signor Alessandro, che lei ha decisamente, molto bisogno.»
Poi, tornando a casa, Gina mi disse che mi piegavo in effetti, lui le aveva detto di fissare la libreria proprio per cogliere i miei movimenti tenendo come riferimento visivo la punta del mio naso rispetto ai libri sullo scaffale di fondo. E, mi disse, mi piegavo decisamente avanti e indietro.
E’ una sottile tortura rivivere certi momenti, e so che non riuscirò mai comunque a rendere comprensibile appieno la mia sofferenza, che per certi versi, è incomprensibile.
Se volessi descrivere l’effetto di un pugno nello stomaco per esempio, sarebbe facile, perché tutti lo conosciamo, tutti ne abbiamo avuto esperienza. Così come una martellata su di un dito, o un calcio negli stinchi.
Il senso di soffocamento invece, forse non tutti lo conoscono, non tutti hanno provato questa sensazione. Certo, basterebbe stringersi il collo con le mani, o con un asciugamano. Ma ci vuole un certo sforzo di immaginazione, per immaginare una sensazione di soffocamento che proviene dall’interno.
E poi quell’affanno lieve invece, nel respirare. Un affanno appena accennato, che però si protrae per giorni, mesi, anni. E poi capita che per un motivo che non si comprende, o che si comprende in parte, improvvisamente questa sensazione diventa reale, impellente. E il cuore accelera, le forze vengono meno.
Tornai da quell’ipnologo dopo qualche giorno, questa volta da solo, carico di inquietudini: cosa diavolo mi era successo da piccolo?
Ricordavo un episodio che m’era capitato in passato, proprio quando ero stato in quelle stesse zone e avevo parlato un’unica volta con quel prete lontano. Ricordo che lui, dopo aver ascoltato la mia storia, reggendosi il mento con una mano, mi fece una strana domanda: mi chiese se ero stato molestato da piccolo.
La cosa mi stupì alquanto, ma risposi decisamente di no, e presto me ne dimenticai. Dopo qualche anno però, la mia psicologa, nella medesima situazione, dopo avermi ascoltato per un paio d’ore, mi fece la stessa domanda. Anche allora risposi di no, ma certo trovai curioso che due persone che non si conoscevano, avessero potuto sospettare la stessa cosa in base a ciò che raccontavo della mia vita. Era successa davvero quella cosa forse? E io magari l’avevo rimossa completamente...
Comunque, una sola cosa mi proponevo, mentre guidavo in autostrada per andare a quell’appuntamento: di non ripetere il misero spettacolo che avevo dato la prima volta. Anche se ero da solo e nessuno mi avrebbe visto. “Controllati Alessandro, controllati.”
Non mi controllai.
In piedi, con gli occhi chiusi. Ancora le medesime domande:
« Ề successo qualcosa?»
«Si»
«Prima dei dieci anni? Nei primi due anni?»
«E poi: qualcuno o qualcosa ti ha fatto del male?»
«Si.»
«Qualcuno ti ha toccato?»
«No.»
«E’ morto qualcuno?»
«No.»
Già dalle prime domande dai miei occhi chiusi usciva un fiume di lacrime, ma mi sentivo stranamente calmo, una calma che aveva il sapore di una resa. Poi però, lui mi fece la domanda “giusta” e improvvisamente tutto divenne chiaro.
«E’ nato qualcuno?»
«Si.»
Non ricordo se me lo chiese subito se era nato un fratello, perché a quel punto ero totalmente sconvolto e cominciavo di nuovo a stare molto male.
E parlai, inaspettatamente parlai: «ti odio... ti odio... ti odio...»
Continuavo a ripetere quelle parole terribili, con gli occhi chiusi, in piedi in mezzo al deserto. Poi arrivò un silenzio irreale e tutto cominciò a roteare.
E la vidi: l’acqua.
Tanta acqua, che scorreva rapida. Sentivo addirittura il rumore seducente di quell’acqua, ed era... desiderabile. E pronunciai quel nome: acqua. Ripetendolo all’infinito... acqua... acqua... ondeggiando come a dire si e no, mai e sempre.
La seduta era finita e quando gradualmente mi calmai, il dottore mi chiese a chi fosse rivolto il mio odio: al fratellino appena nato?
«Si», balbettai. Ma era rivolto anche a mia madre, e a mio padre. E’ terribile, odiavo tutti.
Mio fratello è nato lo stesso giorno mio, l’ho sempre saputo ovviamente, ma è come se l’avessi saputo solo quel giorno.
E’ nato lo stesso giorno mio, e ha preso il mio posto. Perciò lo odiavo.
Lui sorrise “professionalmente” e mi disse ciò che già avevo capito, che l’inconscio è così: non ha mezze misure.
«Ma è solo un lato della nostra coscienza, non bisogna farsene una colpa. Piuttosto, signor Alessandro, l’acqua?»
«Ho visto... beh, diciamo che ho ricordato l’acqua. Era l’acqua di un canale vicino alla casa dove sono nato e...»
«E?»
«Mi è stato raccontato tanto tempo fa, forse da mia zia, o da mia madre, che una volta, quando ero molto piccolo, mi sono allontanato da casa tutto solo col mio cavallo (un vecchio battipanni).
E “galoppando”, mi ero spinto fin sulla riva di quel canale. Poi, steso sulla sponda inclinata di cemento, cercavo di toccare l’acqua col battipanni. Chissà cosa volevo fare in realtà. Per fortuna, un signore che passava di là mi vide, in punta di piedi mi raggiunse e mi afferrò appena in tempo.
«Ero troppo piccolo per poter ricordare quell’episodio, però, poco fa... ho ricordato quell’acqua. Mi sembrava di vederla, vicina, quasi la potevo toccare.»
«Sa cosa significa?» Chiese il dottore.
«Si, immagino di si; era il liquido amniotico.»
Anche solo parlandone, la crisi tendeva a riprendere e mi controllavo a fatica. Balbettavo e riuscivo a parlare con difficoltà.
«Tornare. Volevo tornare dove stavo meglio, immagino» dissi balbettando.
«Cosa pensa signor Alessandro?»
«Penso a quel tizio, quello che mi ha afferrato sulla sponda del canale... Forse era meglio che si facesse i cazzi suoi.»
Il giorno dopo ero seduto nella grande cucina di mia zia. Ultimamente, quando suonavo il campanello a casa sua, veniva ad aprire mio cugino Giuseppe, oppure, se lui non c’era, la ragazza delle pulizie. IO entravo e ogni volta raggiungevo mia zia, che di solito era seduta sulla sua ampia poltrona, immersa nel silenzio del salotto.
Pregava, pregava sempre, sussurrando le parole col suo breviario in mano.
A volte non si accorgeva nemmeno di me, e io stavo un po’ lì a osservarla per qualche secondo. La guardavo, nel silenzio di quella stanza, con la testa china sul volumetto consunto e gonfio di foto di defunti e santini. Quando finalmente si accorgeva di me, interrompeva subito le sue preghiere e mi accoglieva immancabilmente col suo sorriso caldo, luminoso e amorevole. Come sempre ci scambiavamo due baci sonori sulle guance, mentre lei mi elargiva ogni volta una carezza con la mano e una con la voce: ah, il mio Alessandro!
Già: il suo Alessandro, pensavo. Chissà perché sono sempre stato il suo nipote prediletto. A volte avevo l’impressione di essere per lei addirittura più di un figlio. Ma chissà per quale motivo, mi domandavo quel giorno.
«Senti zia», le dissi, mentre lei con movimenti lenti stava preparando il solito the: «ma perché mi hai sempre voluto così bene?»
Si voltò e mi sorrise bonariamente. «Sei mio nipote, il figlio di mio fratello.»
«Si lo so, e tu vuoi bene a tutti. Ma, dai, diciamo la verità, per me hai sempre avuto un occhio di riguardo, come mai?»
«Oh il mio Alessandro, perché tu fin da piccolo eri così sensibile.»
«Si. Ma non era solo per quello vero?»
«Vuoi dei biscotti?»
«No no, grazie.»
«Allora, sei tornato a casa da Laura o stai ancora da solo?»
La fissavo, come a voler penetrare in quella testolina dai capelli color champagne sempre in ordine, mentre sorseggiava il the bollente con quella espressione sempre così mite, remissiva e paziente.
«Zia, raccontami di quando sono nato.»
Lei mi scrutò al di sopra degli occhiali a mezza luna:
«Cosa vuoi che ti racconti? Eri in maternità, all’ospedale, perciò non ero lì. E poi era uno di quei periodi in cui stavo molto male.»
«Beh, ma sei venuta all’ospedale?»
«Ma certo. Sono venuta la sera, con lo zio Giuliano.»
«Quindi mi hai visto. E hai visto anche mia madre.»
«Si, certo.»
«E come l’hai vista mia madre? Era felice?»
Ci fu un silenzio di qualche secondo di troppo, mentre i suoi occhietti vispi di novantenne, mi leggevano i pensieri.
«Sai», disse poi: «prima di arrivare alla camera di tua mamma, incontrai tua zia Delia nel corridoio, che se ne stava andando. Le chiesi come andava, e lei, col suo solito cipiglio sempre arrabbiato, mi disse con voce sibilante: «è proprio un Bellini.»
Mi lasciai andare a una sonora e sincera risata, che risuonò in tutta quella grande casa. Se c’è una cosa buona nell’invecchiare, è che si diventa impermeabili a molte delle cose che in passato ci ferivano.
«Va bene, e mia mamma?»
«Beh, tua mamma era ancora piuttosto sotto-sopra, il parto era stato impegnativo, eri grosso, come bambino.»
«Già», dissi ridendo ancora: «grosso e brutto.»
«Ma no che non eri brutto!
«Zia, lascia stare, non ero un bel bambino, lo so. E non me ne importa niente adesso. Ma dimmi, mia madre l’hai vista felice di essere diventata mamma?»
«No, non era felice.»
Rimasi un po’ a riflettere, finendo il mio the e riponendo poi la tazza sul tavolo. Allora mia zia, chissà, forse aveva bisogno di alleggerire un po’ il suo animo, mi raccontò che venne a casa mia dopo qualche giorno, e trovò mia madre mentre mi stava allattando.
«Era nervosissima perché tu non ti attaccavi. E allora imprecava e... ti schiacciava contro il seno. Tu allora piangevi e lei si innervosiva ancor di più e urlava... e ti schiacciava contro il seno. Maria Vergine, Carla, così lo soffochi! Le dissi.»
Quelle parole riecheggiarono nella mia testa come una eco: “lo soffochi..lo soffochi...”
Ma non ero disposto tuttavia, a credere che ogni più piccolo dettaglio avesse per forza una valenza fondamentale nella mia vita.
Tutto combaciava comunque per il resto: nasce il primogenito, ed è bruttino e grosso. E ciò ch’era peggio, somigliante nei lineamenti al casato del padre
(i nemici!). E poi, due anni dopo, l’errore veniva per così dire: riparato dall’arrivo del secondogenito. Che, non a caso(!) nasce lo stesso giorno del primogenito. Ed è bello come un Gesù bambino. Magrolino e... somigliante al casato della madre.
Con tutto questo però, con un certo sollievo constatavo che in verità non serbavo alcun rancore verso mia mamma. Ho avuto modo di conoscerla a fondo, e quindi sapevo bene che tipo di persona era: troppo semplice intellettualmente, per non concederle ogni attenuante. Una ragazza di ventitre anni che partorisce un “coso” di quattro chili e otto! C’era di che farsi venire una bella depressione post partum, e a quel tempo non c’erano certo le conoscenze che ci sono oggi, per poter individuare queste problematiche psicologiche, e magari curarle. Anche se ogni mio problema nella vita, fosse da ritenersi conseguenza diretta di come mia madre mi ha trattato da bambino, lei comunque, per i motivi di cui sopra, riamane sostanzialmente una persona “innocente”.
Che mia madre provasse nel suo inconscio rancore (se non odio) verso di me, è tutto sommato comprensibile. E un figlio comunque, non lo scegli come un ortaggio al mercato. Ciò che non comprendevo era il rancore/odio che lei provava per il suo sposo. E mi sfuggiva ancora come sempre, il motivo per cui due così si sono uniti in matrimonio.
«Ma guarda che tua mamma ti voleva bene sai, a modo suo.»
«Lo so zia, non ti preoccupare.»
Rimuginando tutte queste questioni, diventai taciturno. Soprattutto non mi capacitavo che per mezzo secolo, non avevo mai considerato in qualche modo importante, la coincidenza della nascita di mio fratello lo stesso giorno della mia.
Mia zia mi distolse da quel pensiero e mi fece tornare nel presente, chiedendomi ancora se stavo proseguendo “l’esperimento” della separazione provvisoria.
«Perché non torni a casa», mi disse in tono quasi supplichevole.
«Nella tua bella casetta, con tutte le tue cose».
E poi, mi chiese se vedevo ancora “l’altra”.
«Ahimè, si.» Le dissi. Ci eravamo lasciati, quando è esplosa la cosa e Laura è venuta a sapere tutto; ma poi ci siamo incontrati per caso e tutto è ricominciato.
«Ma ne sei proprio innamorato? Non riesci a stare senza di lei?»
«Zia, lei è... uguale a me. Un altro Alessandro, con pregi e difetti, ma è un altro Alessandro. Un Alessandro donna.»
«Ah povero il mio bambino», disse sospirando. «Ti capisco.»
Giocherellava assorta, tormentando lo spicchio di limone col cucchiaino. Forse tentennò un momento, ma poi mi disse: «Sai che ho avuto anch’io un grande amore quando ero giovane...»
«Si, me l’hai detto, hai avuto un moroso prima di sposarti con lo zio Giuliano.»
Si chiamava Marcello.
Mi raccontò di quel suo grande e lontano amore, e quando uscii da quella casa quel giorno, vedevo tutte le cose sotto una luce diversa.
Capitolo 31 I ricordi di Maria
Si chiamava Marcello, il grande amore di zia Maria.
Lei mi raccontò tutto: come si erano conosciuti, quando lui l’aveva vista la prima volta, illuminata per un attimo dai fari della macchina. E poi di quel primo bigliettino fuori dalla chiesa, e le poesie che lui le scriveva, a decine.
Pian piano, sotto ai miei occhi stupefatti, vedevo mia zia trasformarsi e diventare giovane, sempre più giovane. E mentre raccontava, vedevo ogni scena come fossi stato presente: i baci clandestini, i segreti...
Mia zia aveva vissuto quelle cose dunque! Non l’avrei mai immaginato.
Si incontravano dietro al cimitero o alla sorgente, luoghi che conoscevo bene, erano luoghi pieni di ricordi anche per me. Erano i luoghi della mia infanzia. E qualcuno anche nella mia “seconda infanzia” con Gina.
Ero affascinato da quella donna nuova che vedevo per la prima volta: una ragazza giovane, palpitante, appassionata, viva.
«Ci baciavamo si, ma non mi ha mai toccata, non è mai andato oltre. Lui era un poeta, un principe... era bello come un principe. Mi scriveva poesie d’amore, mi parlava d’amore, mi sembrava tutto un sogno.»
Non potevo non sentire un legame di solidarietà, e di complicità anche, con quei due che si baciavano senza andar oltre i baci. E visto che lei s’era fermata e mi guardava come per vedere se poteva andare avanti, la pregai subito di continuare.
Era il primo amore della giovane Maria, ma lei era già sicura che non ce ne sarebbero stati altri. Non poteva concepire nulla di più, niente di diverso, o di migliore. Era come se avesse capito di colpo la vita, come avesse imparato a parlare davvero, la prima volta che anche lei lo disse, a lui: «Ti amo.»
All’improvviso aveva imparato come comporre delle frasi con l’alfabeto e la grammatica che aveva appreso a scuola. Ora poteva scrivere e scopriva con sorpresa che lo sapeva fare. L’amore aveva liberato quella dote innata che giaceva dentro di lei. E si trovò anche lei perciò, a scrivere piccole poesie su piccoli fogli di carta, come fosse la cosa più naturale del mondo.
Ma poi, arrivarono i problemi. I genitori di Marcello, quando seppero da qualche pettegolezzo, della relazione amorosa del figlio con quella ragazza: una ragazza carina, ammodo, ma di bassa estrazione sociale, si opposero decisamente.
Specialmente la madre, un’arpia spietata e dura come la roccia. Non poteva accettare che suo figlio Marcello si legasse con quella Maria Bellini.
Conoscevano la famiglia e sapevano che era gente rispettabile, ma che tuttavia vivevano in una casa povera e non avevano nemmeno il bagno!
Marcello, era giovane, bello, e aveva fatto le scuole “alte”. Era ufficiale del regio esercito. Doveva solo scegliere quale carriera intraprendere, ma comunque il suo futuro era comunque già scritto in cielo: sicuro e radioso. Non poteva convolare a nozze con... una sartina.
Marcello comunicò a Maria questo problema e le raccontò di aver litigato aspramente con la madre. Glielo disse per avvertirla che i loro incontri, già così sporadici, si sarebbero potuti diradare, per via dei mille intralci che sua madre avrebbe sicuramente frapposto.
Ecco, dopo aver conosciuto il sapore dolce dell’amore, Maria conosceva anche la propria natura. Capì di essere una persona sempre sul ciglio di un oceano di lacrime.
Perché lei pianse, per questo “intoppo”, non ebbe altra reazione che quella di piangere. Pianse disperatamente, solo al sentore che qualcosa potesse andar male, solo per il presagio che quell’amore potesse in qualche modo finire.
Marcello cercava di rassicurarla, ma non ci riusciva.
«Non preoccuparti, non riusciranno a dividerci, perché io ti amo e ti amerò sempre.»
Ma ormai le lacrime avevano trovato la strada per uscire dagli occhi di Maria, e lei non smetterà mai di lasciarle uscire, per i settant’anni a seguire. Piangeva, quando si incontravano, piangeva per l’emozione, mentre si abbracciavano. E piangeva, bagnando anche la bocca di lui, quando si separavano.
I loro incontri in effetti divennero più radi, per via dei molti impegni di Marcello e a causa degli stratagemmi di sua madre per impedirgli in tutti i modi di uscire quando era a casa. Ma le lettere che Maria riceveva invece, aumentarono, così che il loro amore sembrava rinvigorirsi sempre di più.
Una sera d’estate (l’estate del 39) Maria era seduta fuori casa con sua mamma. Lei leggeva un libro, mentre la madre rammendava dei panni.
Era la stessa casa dove ho vissuto anch’io i miei primi dieci anni, quindi visualizzai perfettamente la scena, perché conoscevo molto bene anche il sapore di quelle sere d’estate ormai perdute.
All’improvviso, sul cancello sempre aperto del grande cortile, apparvero due donne. Camminavano spedite, con una espressione furibonda sul viso. La più anziana aveva una capigliatura spettinata che le dava un’aria ancor più minacciosa e inquietante.
«Maria Vergine Signor!» Esclamò Adele, la mamma di Maria (che per inciso, era mia nonna).
«Chi sono?» Chiese Maria.
«Sono la mamma e la sorella di Marcello. Vieni dentro, vieni dentro!»
Mia zia e mia nonna, si rinchiusero in casa mettendo il catenaccio alla porta, mentre fuori si scatenò un uragano di fulmini e tuoni. La madre di Marcello, insieme alla figlia, si abbatterono come belve contro la porta tempestandola di pugni e gridando minacce e insulti.
«Non me lo porterete via mio figlio! Avete capito, brutte streghe?»
E continuarono così per diversi minuti.
Nel cortile in quel momento c’erano bambini intenti ai loro giochi, e altre donne che si stavano godendo la frescura della sera in attesa dell’ora di cena; tutti assistettero stupiti alla scenata clamorosa di quelle due donne che sembravano indemoniate. Mentre dall’altra parte della porta sprangata, Maria e sua madre, inginocchiate per terra, pregavano terrorizzate la Madonna.
Quando la tempesta cessò e tornò il silenzio, non osarono comunque aprire la porta fin che, dopo una mezz’ora a bussare non fu Primo, che tornava dal lavoro.
«Non dire niente al papà», aveva detto Adele a sua figlia. «Per carità, che non faccia qualcosa di irreparabile.»
Ma Primo sapeva già tutto: qualcuno evidentemente lo aveva informato per strada. Del resto, dopo mezz’ora il paese intero sapeva già ogni cosa.
Primo entrò solo il tempo per verificare come stavano sua figlia e sua moglie, poi inforcò con decisione la sua bicicletta e ripartì. Inseguito dalle implorazioni di Adele: «Non fare niente, non dire niente, lascia stare, non importa dai.»
Primo si recò immediatamente alla casa di Marcello, dove fu ricevuto dal padre. Delle donne, nessuna traccia, anche se lui avrebbe scommesso che erano dietro la porta a origliare.
Primo aveva un grande senso della dignità e non era certo disposto a farsi mettere i piedi in testa, nemmeno da una persona così in vista come il signor Crosare. Con garbo ma con fermezza, gli comunicò che si sentiva molto offeso dal comportamento inqualificabile (disse proprio così), delle due “signore di casa”. E avvertì altresì, che non avrebbe tollerato il ripetersi di un simile incidente.
Il signor Crosare, si dichiarò all’oscuro di tutto e quando seppe da mio nonno cosa era successo, sembrò sinceramente dispiaciuto. Si profuse in mille scuse e apprezzamenti per la persona e la famiglia dei Bellini. E gli chiese alla fine, se poteva in qualche modo risarcire o rimediare, qualsiasi danno materiale o morale arrecato.
«Non c’è nessun danno, signor Crosare, grazie lo stesso. Arrivederci.»
Quando tornò a casa, Primo non disse nulla alla moglie di come era andata la sua visita ai Crosare. Le disse solo: «Tutto a posto, tutto sistemato; chiudiamola qui.»
«Maria dov’è?»
«Dove vuoi che sia, è a letto che piange», disse Adele allargando le braccia.
Questo dettaglio, la ragazza che piange, suscitava in me l’inevitabile solidarietà di chi ci si riconosce in quell’atteggiamento. Non solo perché piange, reazione abbastanza comprensibile. Ma soprattutto perché lei si ritira, si mette in disparte, sostanzialmente remissiva.
«Accidenti zia, non dirmi che quella vecchiaccia l’ha avuta vinta, non dirmi che alla fine Marcello ha sposato un’altra.» Ma già premeva dentro di me l’ulteriore mistero di come ha potuto poi mia zia Maria, sposarsi con lo zio Giuliano, uomo rozzo e volgare, anche se benestante.
«No, Alessandro, non andò così. Quando mi incontrai di nuovo con Marcello, ero ancora scossa per quel fatto increscioso; ma quello che mi disse lui, mi sconvolse ancor di più.»
«Perché, cosa ti disse?» A quel punto pendevo dalle sue labbra.
Nel boschetto che avvolgeva la sorgente, simile a un bosco incantato, i due innamorati erano abbracciati e muti. Assorbirono per un po’ il calore l’uno dell’altra e quel silenzio, rotto solo dal sciabordio dell’acqua e dal cinguettio degli uccelli.
«E’ stato terribile», mormorò lei.
«Lo so. Mia madre è pazza. La odio.»
Maria si staccò dall’abbraccio spaventata.
«Non dire così Marcello; non devi...»
Lui le prese le mani e la fissò negli occhi. «Maria, vieni via con me.»
«Via...dove?»
«Scappiamo io e te. Ho già pensato a tutto; andremo a Roma. La, conosco tante persone e ho un appartamento in centro a Roma; ah Maria, vedessi com’è bella Roma!»
Lei era impietrita e Marcello con fervore continuò:
«Ho uno stipendio nell’esercito, che è più che sufficiente, se vuoi, potremmo vivere insieme per sempre. Saremo felici, lontani da questo paese cattivo.»
«Oddio, Marcello; a Roma! Così lontano! E poi, vivremmo nel peccato! E i miei genitori, non posso dargli questo dolore.»
Lacrime, ancora lacrime cominciarono a sgorgare dagli occhi terrei di Maria. Lei aveva diciassette anni; e non era mai stata fuori Padova.
«Va bene, va bene», la rincuorò lui. «Calmati, stai tranquilla; non ti obbligherei mai a fare qualcosa che non vuoi. Però, pensaci. Se vuoi parlerò con tuo padre e gli chiederò il permesso di sposarti. Anche senza la benedizione di mia madre. Sono maggiorenne, posso farlo.
«Va bene», disse lei, ancora singhiozzando.
«Ma tu, vuoi sposarmi?» Le chiese.
«Oh si, Marcello; con tutto il cuore. Però, non chiedermi di andare via.»
Avrei voluto dire tante cose a mia zia in quel momento, ricordando suo marito, lo zio Giuliano, che io osservavo da bambino, dal sedile posteriore della sua automobile. Una macchina che ogni anno era diversa e sempre più grande, sempre più lussuosa. Mi venivano in mente le innumerevoli volte in cui lui, guidando, ogni tanto interrompeva i suoi discorsi per un attacco di tosse catarrosa, dato che fumava molto. E poi alla fine ti quel suo tossire grasso, lo vedevo tirare giù il finestrino e... svuotare la bocca dal catarro sputando fuori. Allora guardavo mia zia, immobile sull’altro sedile, con lo sguardo fisso davanti a se, come una statua, come un manichino.
«E poi cosa successe zia?»
Marcello partì per Roma; e per svariate settimane non tornò. Ma quasi ogni giorno arrivava una sua lettera; e Maria si appartava nella sua camera con quelle lettere; rileggendole all’infinito, fino a imparare a memoria ogni parola, ogni verso.
C’era qualcosa di diverso però nelle sue lettere; le sue poesie, erano intrise di una velata tristezza e da un senso di sfiducia, quasi di rassegnazione. Era evidente che la tensione tra lui e sua madre, influiva sul suo umore.
Poi tornò e i due innamorati si incontrarono ancora una volta, dietro al cimitero. Rimasero abbracciati a lungo senza parlare; i baci erano diventati più infuocati. Ma era un fuoco che lasciava trasparire una disperazione strisciante e poi lui, guardandola negli occhi, appoggiò delicatamente la mano sul seno di lei.
«Marcello... è peccato..»
«Come può essere: peccato, quello che sento dentro di me? Tu mi desideri, lo so. E io desidero te. Perché questo è l’amore. E fingere che non sia così, è un inganno. Che l’amore sia peccaminoso in se, è un inganno.»
C’era un fervore sconosciuto nella voce di Marcello, una rabbia trattenuta. E Maria, senza capirne il motivo, ne aveva timore.
«Marcello... io...»
«Lo so, lo so. Scusami, amore mio.» Lui si placò, come se fosse tornato in se.
«Senti, domani riparto in anticipo e non potremo vederci. Vado a Sirmione, a casa di un commilitone amico mio; pranzerò a casa sua e poi partiremo insieme per Roma. Però guarda, ti ho portato un regalo.» E le diede un libro. Un libro con la copertina di pelle e il titolo in caratteri dorati: Romeo e Giulietta, W. Shakespeare.
Così, Marcello partì; e Maria tornò nella routine delle sua quotidianità.
Le mattine le passava alla bottega di sartoria in centro dove lei lavorava, e i pomeriggi, appena era libera dall’aiuto che dava a sua mamma in casa, si sedeva a leggere il prezioso libro.
Però, non arrivavano lettere. Passarono i giorni, una intera settimana, e nessuna lettera arrivò. Questa assenza prolungata di notizie, cominciava a inquietare Maria e durante la seconda settimana, cominciò a torturarsi con le più cupe immaginazioni.
Ma nessuna delle terribili ipotesi che la assalivano, poteva nemmeno avvicinarsi alla terribile realtà.
Marcello non era mai partito da Sirmione.
Nessuno sapeva esattamente com’era successo, ma Marcello fu trovato morto annegato nei pressi delle antiche rovine delle terme di Catullo.
La notizia era giunta in paese il giorno dopo, e si era propagata come un terremoto. Tutti sapevano. Tutti, compreso i genitori di Maria. I quali idearono l’assurdo piano di tenere nascosta la notizia alla figlia, indefinitamente.
La loro ossessione di proteggere in tutti i modi la loro fragile figlia, li spinse persino a propinare a Maria, false “voci”, notizie frammentarie secondo le quali Marcello era stato trasferito nei luoghi più improbabili, per misteriosi impegni militari. E in questo disperato complotto, si era unito tacitamente il paese intero. Così, quando Maria incontrava qualcuno, nessuno parlava e tutti si comportavano come se nulla fosse.
Ma nonostante tutto ciò, Maria cominciò a scivolare in una profonda depressione. Piangeva ogni notte, prima di addormentarsi. E il suo sonno divenne sempre più intermittente e agitato.
Fin che una sera, mentre lei era seduta fuori casa da sola, col libro che le aveva regalato Marcello in grembo...
Apparve al cancello sempre aperto del cortile, una donna.
Avanzava con passo rapido e sguardo truce, puntando direttamente verso Maria. Lei la vide, e la riconobbe: era la sorella di Marcello.
Tuttavia, questa volta non fuggi, si alzò e rimase a guardarla mentre si avvicinava minacciosa, decisa a tenerle testa.
Quando le fu a un palmo, guardandola direttamente negli occhi, con voce sibilante le disse: «Così tu volevi il mio Marcello vero? Eccolo, adesso è tuo!»
E bruscamente, le schiaffò in mano una fotografia. Dopo di che, si voltò e se andò.
Maria rimase da sola, con quella foto in mano. Non avrebbe voluto guardarla quella foto, sentiva che c’era qualcosa di terribile. I suoi occhi esploravano il cielo, l’aria, come in cerca di scampo ma poi alla fine, tremando, guardò la foto.
E cadde a terra priva di sensi.
«Cavolo, zia! Era una foto di Marcello?»
«Si», mi disse lei,con la voce ancora rotta dall’emozione dopo più di settant’anni!
«Era una foto di Marcello morto.»
«Non ci credo!»
«La vuoi vedere?»
«Come se voglio vederla? Ce l’hai ancora?» Esclamai incredulo.
Devo dire che anch’io avevo un po’ di timore, ad affrontare quell’immagine, ma volli vederla, quella foto. E mia zia andò a prenderla in camera sua, in quella stanza simile a un mausoleo, piena di foto di persone defunte e immagini di Santi e Madonne.
Tornò con la foto dopo pochi secondi, con la foto premuta sul petto come una reliquia. Da ciò dedussi che lei quella foto la teneva sempre a portata di mano, ed ero certo tuttavia, che non l’aveva mai mostrata a nessun’altro.
La guardava solo lei, frequentemente immaginavo, da oltre settant’anni.
Marcello nella foto era con gli occhi chiusi, come dormisse. Aveva un bel viso leggermente squadrato, capelli bruni e un po’ ricci, come un dio dell’antica Grecia. Aveva un asciugamano o un lenzuolo bianco, attorno al collo, perché aveva il collo molto gonfio per l’affogamento, mi disse mia zia.
Rimasi molto colpito da quell’immagine e la rimirai a lungo, senza parlare. Alla fine la depositai sul tavolo, e mia zia se la riprese subito; la guardò anche lei per un attimo e poi la ripose in mezzo alle pagine del suo breviario.
Ero molto colpito e turbato ma c’era tuttavia qualcosa che a maggior ragione ora non mi tornava: Giuliano.
Lo zio Giuliano, la sua figura di uomo grasso, ricco, sempre incravattato, con orologi costosi e auto “americane” (per me bambino, ogni auto lunga e grossa era americana). Cosa c’entrava lui, in questa storia?
Lui era l’opposto di mia zia: tanto era delicata e fine nei modi lei, tanto era grossolano e volgare lui. Volgare negli atteggiamenti e nell’animo.
Devo dire che mi ha dato un sacco di mancette da bambino, cosa che apprezzavo molto; ma certo mai una carezza o una parola gentile. Intendiamoci, non ne sentivo la mancanza; diciamo che non percepivo che fosse il suo ruolo. Lui era lo zio ricco e io comunque ho sempre pensato che fosse un uomo generoso. Ma ho sempre percepito, anche quando ero bambino, una stranezza in quella coppia, un contrasto stridente.
Comunque, dopo quel giorno Maria rimase praticamente per un mese in posizione distesa. Per un mese non fece altro che piangere e disperarsi. Non mangiava, e se mangiava vomitava tutto. Deperiva a vista d’occhio e nessuno riusciva a consolarla.
Poi, forse fu la guerra a salvarmi», mi disse. La guerra, per assurdo, che le tragedie ben più vaste e globali coinvolse tutti, e tutti cominciarono anche a digiunare.
Il pane razionato, le tessere annonarie, i bombardamenti e l’angoscia collettiva per un futuro sempre più precario. In fondo il dolore di Maria, così smisurato nel suo animo, perdeva dignità al confronto. In fondo lei non si sentiva più di avere il “diritto”, al cospetto di una così grande tragedia, di mostrare la sua, così piccola.
Poi ci fu la caduta del fascismo, l’otto settembre e il fratello Pietro che sparisce dalla scena, disperso chissà dove, gettando nella disperazione tutta la famiglia
Capitolo 32 Lo zio Giuliano
Mio padre finì prigioniero in Germania dunque, in quel lontano 1943, e per diversi mesi nessuno aveva più notizie di lui. Si temeva per la sua vita, e ogni giorno tutti vivevano col terrore di ricevere la ferale notizia.
Per fortuna la guerra finì, e mio padre tornò a casa salvo, anche se non del tutto sano. Era spaventosamente dimagrito, sciupato e soprattutto molto scosso. Ma la vita comunque, in un modo o nell’altro, ricominciò.
«Quindi zia, scusa se te lo dico, ora che non c’è più: come fu che alla fine ti sposasti con lo zio Giuliano?»
Sollevò le spalle, la zia Maria, come se quel fatto fosse stato un evento naturale e ineluttabile.
«Zia... non ti ho mai vista innamorata di lui e, scusa sai, ho idea che tu non lo sia mai stata.»
«Vedi, Alessandro, c’è una cosa che ancora non ti ho detto. Dopo la morte di Marcello, mentre io stavo molto male, avevo un pensiero fisso che mi tormentava, come un chiodo conficcato nella testa.»
«Che pensiero?» Chiesi.
«Pensavo che lui fosse morto per colpa mia. Ne ero assolutamente sicura, e non trovavo pace. Volevo morire anch’io»
«Ma dai zia, colpa tua! Ma perché mai?»
«Perché non avevo accettato di scappare con lui. Vedi Alessandro, a quel punto io ero sicurissima che lui... si fosse suicidato.»
Guardò ancora la foto e rimase in silenzio, forse aspettando che anch’io accogliessi quell’ipotesi nella mente, almeno come una eventualità plausibile.
Poi riprese: «Tutti mi dicevano di no, che doveva essere caduto, che aveva battuto la testa, forse voleva bagnarsi, era stata una disgrazia comunque. Ma cosa vai a pensare, suvvia, mi diceva mia mamma.»
Questa versione della verità, la trovavo effettivamente suggestiva e romantica, ma effettivamente poco probabile.
«Beh zia, su questo avevano ragione dai: è abbastanza difficile pensare che lo abbia fatto di proposito.»
«Si, lo so. Ma io comunque ero sicura. E nessuno me lo toglieva dalla testa.»
«Lo pensi ancora adesso?»
Rivedo ancora i suoi occhietti vivi e profondi, sopra gli occhiali a mezza luna.
«Si. Per come lo conoscevo, era il tipo capace di fare questo gesto. Faceva parte diciamo della sua: sensibilità poetica. Comunque, ormai non importa.»
Ascoltando quelle parole, visualizzavo involontariamente quel luogo che conoscevo: Sirmione. Vedevo le pietre delle terme antiche sulla riva del lago, e come una immagine un po’ sfocata: Marcello in piedi, immobile. E vicino a lui il poeta Catullo nella medesima posizione, con la sua tunica di antico romano.
Riemergeva in me, come portato da una corrente, il giorno in cui io volevo toccare l’acqua del canale col battipanni. Quell’acqua che scorreva, grigia e impenetrabile.
Cominciava a rimbombare gradualmente nella mia mente la tempesta incipiente di un rumore assordante di macchinari e grida stridule non umane. Cos’era?
Dopo la morte di mio padre, mia madre, giovane vedova con tre figli da mantenere, dovette trovarsi un lavoro, perché nei suoi dieci anni di matrimonio, come la maggior parte delle donne di quel tempo, lei aveva fatto la casalinga.
Lo zio Giuliano le offrì un posto come operaia nella sua fabbrica, una azienda che allevava e commercializzava polli.
Nei miei tristi pomeriggi, dopo la scuola e dopo aver pranzato da solo con degli avanzi riscaldati della sera prima e dopo aver fatto i compiti, vagando senza meta con la bicicletta mi capitò qualche volta di andare a trovare mia madre sul lavoro. Mi ricordo l’impressione che mi fecero quegli enormi capannoni con migliaia di pulcini: una distesa di batuffoli gialli a perdita d’occhio. Ogni singolo pulcino pigolava sommessamente, ma la grande massa di quei piccoli esseri, produceva un frastuono assordante. Erano migliaia, decine di migliaia di piccole vite, come mai ne avevo visto tutte insieme in così gran numero.
Un giorno entrai nella fabbrica annessa ai capannoni, mosso dalla naturale curiosità del ragazzino che ero. Nessuno sembrava badare a me, tutti sapevano che ero il nipote del padrone, nonché il figlio di quella nuova operaia.
La manodopera era formata per lo più da donne. Donne che mi parevano tutte uguali, per via del grembiule che ognuna indossava, ma anche per l’aria vagamente truce che mi sembrava di scorgere nei loro sguardi.
I polli, ormai cresciuti al punto giusto, venivano prelevati dal capannone e portati nella fabbrica con delle grosse gabbie su ruote. Quelle donne poi, con movimenti rapidi e indifferenti, prendevano quegli animali e li attaccavano a testa in giù a una specie di teleferica metallica che scorreva veloce appesa al soffitto, simile a un treno rovesciato. I polli si dimenavano e starnazzavano terrorizzati, mentre correvano appesi per le zampe a testa in giù. Camminando, seguii quella processione rumorosa di pennuti che dopo aver svoltato un angolo ed essere entrati in un altro stanzone, passavano in un pertugio formato da due pannelli vicini tra loro. A ogni pollo che entrava, si udiva il rumore tipico di una scarica elettrica e all’uscita, il pollo era inerme. Sobbalzava e ondeggiava ancora solo la sua testa senza vita, in quella corsa che continuava, con le ali aperte come un Cristo capovolto.
Poi altre mani inguantate di donne rese spietate dall’abitudine, prendevano quei cadaveri e li preparavano per il confezionamento.
Penne e piume ovunque, nel frastuono arrogante della fabbrica, e grossi coltelli maneggiati con maestria, e sangue che scorreva sull’acciaio freddo, e interiora e il legno consunto e impregnato di sangue di cassoni pieni di zampe. Altri pieni di teste.
C’era una nebbia molto fitta fuori, anche se era pomeriggio. Una nebbia fredda, bianca e una luce ovattata. Il mondo intero sembrava un grande stanzone grigio.
Pedalavo nel silenzio di una strada sassosa tra i campi brulli e ghiacciati, immerso in quella nebbia umida che sembrava schiacciare ogni forma di vita, ogni suono e ogni rumore. C’era una cava abbandonata lì vicino, dove qualche volta d’estate avevo pescato.
La bicicletta distesa sulla ghiaia e io, diritto in piedi sul ciglio di quel laghetto, subivo una strana seduzione. Avevo un peso dentro di me e lo percepivo insieme all’aria gelida che entrava nelle narici, attraverso quel silenzio assordante che sembrava coprire ogni grido, della moltitudine di esseri che stavano morendo in quel momento in ogni parte del mondo.
Lo specchio immobile dell’acqua, rifletteva solo la nebbia. Non si vedeva nemmeno l’altra sponda, che pure era a poche decine di metri.
La tristezza dentro di me aveva toccato una dimensione e una profondità che prima non immaginavo potessero esistere. Ed era tuttavia seducente, quella sensazione, perché era: grande. Mi apparteneva, mi qualificava, e in qualche modo: mi sentivo grande anch’io. Sentivo grandi i miei pensieri, e le mie suggestioni.
L’acqua, mi chiamava. Sarebbe stato bello: scivolare. Scivolare lentamente, fino alle ginocchia e poi...il gelo, che attanaglia la pancia: consapevolezza del mio corpo e degli organi che contiene. Lo stomaco, il fegato, il cuore che pulsa. Poi le spalle, il collo, la bocca, il naso.
E il silenzio era quello di un ritorno. Nell’acqua immobile che non si increspa minimamente, come se quel corpo non esistesse, o fosse costituito della stessa sostanza. Si, in fondo al cuore lo pensavo anch’io, che Marcello poteva averlo fatto quel gesto.
Potrei persino essere io Marcello, pensai, reincarnato nella figura di Alessandro, nipote della sua amata Maria.
Certo fu il pensiero fugace di un attimo, come una brezza improvvisa, ma rotolò dietro di esso l’idea conseguente che il mio innato senso di colpa, così simile a una tara ereditata, calzerebbe alla perfezione se fosse riferito a quel gesto un po’ vile di Sirmione: abbandonare la lotta e arrendersi.
Ho guardato troppi film! Pensai.
Eppure ho sempre amato l’acqua, fin da bambino. Era un elemento naturale che mi piaceva, mi suggestionava. Induceva in me un senso di pace e di benessere.
Per la verità amavo tutto ciò che era natura: gli alberi, le foglie, l’erba, il cielo e le nuvole. Amavo il cielo azzurro, ma anche quello oscuro e minaccioso del temporale; amavo la neve e il fuoco del camino; gli uccelli eroici e impavidi dell’inverno e quelli festosi dell’estate. Amavo il gatto, il cane, le galline e i conigli. Ma più di ogni cosa amavo l’acqua.
Imparai a nuotare che ero ancora un bambino e coi miei amici andavo a nuotare in ogni corso d’acqua o laghetto del circondario. E ci tuffavamo audacemente da altezze a volte vertiginose.
Anche tuffarmi mi piaceva molto, ma quello era più in relazione immagino, alla sensazione di volare.
Il cuore di mia zia Maria, era sul tavolo davanti a me ora, vicino ai biscotti Plasmon.
«Allora, dopo la guerra e dopo che era tornato tuo papà, la vita è vero, ricominciò. E io, cosa vuoi, avevo quasi smesso di piangere e stavo, quasi bene. Ma non uscivo mai, non andavo alle feste, ne al cinema, ne tanto meno a ballare alle sagre, o cose del genere. Così, le poche volte che uscivo per il paese, per fare la spesa o per portare a qualcuno qualche lavoro di sartoria che ora facevo a casa, mi toccava passare per la piazza. E fuori dall’osteria c’erano sempre degli uomini che mi guardavano in un modo che mi metteva a disagio. Spesso facevano dei commenti o mi salutavano rumorosamente.
Oh io tiravo diritta, figuriamoci, senza mai alzare lo sguardo da terra.
Tra quegli uomini c’era anche lo zio Giuliano, che mi aveva messo gli occhi addosso più risolutamente degli altri. Insomma un giorno mi si avvicinò e si offrì di accompagnarmi. Gli dissi di no, ma lui lo stesso si mise a camminare vicino a me. E poi continuò per giorni, per settimane, mesi. Mi faceva dei regali che io rifiutavo: fiori, gioielli.
Poi abbordò, educatamente, anche mio papà, chiedendogli in pratica il permesso di corteggiarmi. E fece anche a lui dei regali: salami, prosciutti, forme di formaggio, tutte cose che a quel tempo, un capofamiglia faceva fatica a rifiutare.»
«Zia, dimmi la verità: te ne sei innamorata, almeno un po’?»
«No. Mai, nemmeno per un secondo. Ma lui era così insistente, così premuroso. Non conquistò me, ma i miei genitori si. In fondo non lo vedevano poi così male, e me lo dicevano. Ma a me non piaceva. Finii per accettare la sua presenza, ma non gli permisi mai di toccarmi. Non camminavamo a braccetto, ma staccati. Fin che un giorno, dopo mesi di questo menage, lui ci provò: cercò di baciarmi.
Lo respinsi con forza e decisi che era ora di finire quella storia. -Senti Giuliano, mi rincresce tanto ma, ecco, tu non mi piaci. Non provo per te altro che una sincera amicizia. ( i signori passeggeri sono pregati di allacciarsi le cinture di sicurezza)
«Allora lui assunse una espressione contrita e mi disse:- beh se è così, allora vorrà dire che la faccio finita!»
«Quella frase mi sconvolse e quasi urlai: per l’amor di Dio, Giuliano; non dirlo neanche per scherzo. E dentro di me pensavo: Dio del Cielo, due volte no!»
................
«Ma porca puttana!» Non avevo mai detto una parolaccia in presenza di mia zia, ma quella volta non riuscii a trattenermi.
«Non ci posso credere! E tu l’hai sposato! Ma...come hai potuto?!» Esclamai mettendomi le mani nei capelli.
Oh io l’ho conosciuto abbastanza bene lo zio Giuliano, abbastanza per essere sicuro che lui non aveva certo nessuna “sensibilità poetica” per compiere quel gesto nobile.
«Ti ha imbrogliata. Sapeva evidentemente della tua convinzione del suicidio di Marcello, e ti ha imbrogliata!»
Lei mi fece un sorrisetto sbieco, un po’ amaro ma come al solito disarmante.
Quella sera tornai a casa e me ne andai a dormire, letteralmente schiacciato da un buco nero di pensieri, dove passato, presente e futuro, erano amalgamati come un’unica melassa vischiosa. Marcello, Gina. Giuliano, Laura, mio padre...mia madre. L’amore a vent’anni... l’amore a sessant’anni. Tutta la mia vita e la vita di mia zia e quella dei miei genitori, milioni di momenti vissuti da me e da tutte quelle persone. Tutto era appeso al mio collo, come un mantello lunghissimo che sventolava dietro di me, simile a uno strascico che rende faticoso ogni passo. Il futuro, sembrava semplicemente inesistente. C’era troppo passato.
Amavo Gina, e su questo fatto non avevo nessun dubbio. Avevo rigirato questo “oggetto” in tutti i lati, cercando una crepa, un difetto. Ma non ne trovavo.
Ma cos’era, una “irrinunciabile esigenza”, o forse era solo un egoistico desiderio? Comunque, per vivere con Gina una nuova vita, quando la vita stessa era ormai vicina al traguardo, avrei dovuto fare tabula rasa intorno a me. E lasciare un paesaggio grigio di macerie e devastazione. Dove in teoria, come in un sogno irreale, avrei dovuto stare, stretto in una piccola bolla di luce e colore, una bolla però: trasparente. Non sarei mai riuscito a non vedere, il dolore causato dalla mia egoistica (sic) esigenza di vivere.
Molte persone, non solo Laura, avevano delle aspettative su di me.
«Ho vissuto per i miei figli», mi disse mia zia.
«E sono sempre rimasta fedele a questo.»
Capitolo 33 Finita
«Sarà davvero finita?» Mi domandavo, mentre guardavo fuori dalla finestra senza vedere niente.
Gina era appena uscita e se ne era andata sbattendo la porta, dopo avermi detto addio.
Era venuta per stare un po’ con me, ma visto che ero alquanto depresso,mi propose di uscire, per fare una passeggiata, magari per i vicoli del centro storico. Ma io ero di pessimo umore, non mi andava di fare niente.
Non abbiamo mai litigato io e lei, ma ogni tanto avevamo delle discussioni. Specie su quell’argomento: il mio umore incostante. Anche lei si era separata da poco e anche lei viveva in una certa precarietà: si era cercata un lavoro, perché era una donna sola che aveva sempre lavorato saltuariamente come cameriera. Anche lei aveva dei problemi quindi. Ma lei, quando era con me dimenticava tutto. Perché, me lo diceva senza astio, il suo amore per me era totale, mentre il mio... chissà.
«Gina, la tua famiglia l’ha sfasciata tuo marito, non tu. Immagina che lui si fosse comportato sempre in modo irreprensibile, sinceramente tu ti saresti mai innamorata di me?»
«Ah no», disse lei senza nemmeno riflettere: «Ero troppo concentrata, sicura di quella che era la mia “missione” di madre e poi di nonna. Non avrei mai avuto il tempo per avere un pensiero, o l’idea di innamorarmi di qualcuno. Ma che centra?»
Ero in piedi davanti alla finestra, e guardavo fuori, il paesaggio invernale. Era quasi sera e i campi erano avvolti da una nebbia fredda e umida. Rami spogli, simili a scheletri neri, sembravano disegnati a carboncino sullo sfondo grigio di un cielo di piombo. La terra era di un giallo smorto, decomposto. Tutto era immobile e non volava un uccello.
«Che tristezza!» Dissi, come se parlassi da solo.
«Cosa?» Chiese lei.
«I campi: che tristi che sono!» Poi mi voltai e guardai la stanza.
«E questa brutta casa: che tristezza!»
Lei mi guardò per qualche istante, poi raccolse il suo cappotto e la borsa dal divano.
«Addio Alessandro.»
Avrei voluto inseguirla, prenderla per un braccio e riportarla dentro. Potevo chiederle perdono e inondarla di baci, potevamo fare l’amore. E poi avrei dimenticato quei brutti pensieri. Potevo fare molte cose, e invece sono rimasto là, in piedi, da solo, come sempre. A guardare incredulo le mie sensazioni. E quella paralisi, che mi inchiodava in un silenzio squallido, com un albero rinsecchito.
Sarà davvero finita? Mi domandavo.
Se questo fosse un film, ci sarebbe una immagine fissa ora. Uno zoom all’indietro riprenderebbe questo strano uomo immobile in una stanza, mentre guarda nel vuoto, quasi narcotizzato.
Nessun pensiero, nessuna musica, la sua mente è semplicemente inerte. Eppure c’è uno zaino spropositato in quel momento sulle sue spalle. E ogni singolo evento del passato è presente nel suo animo, ognuno incancellabile, ognuno fondamentale. Nel breve tempo di questa digressione, tutto intorno a lui si smaterializza, e un altro ambiente prende forma: una mansarda col pavimento in parquet, le pareti bianche cosparse dei suoi quadri, una libreria piena di volumi che lui ha letto, e un finestrone col bordo superiore arrotondato.
Alessandro ha ancora lo sguardo perso nel vuoto, ma ora davanti a lui c’è un orizzonte aperto e la campagna padana distesa come un tappeto: il panorama che si può vedere dalla sua casa, quella che lui ha in parte costruito con le sue mani.
Il serramento semicircolare di quella finestra, l’ha realizzato lui, da una tavola di legno di Douglas. Il pavimento è un parquet di faggio, che lui ha posato. I quadri alle pareti hanno la sua firma e dall’ingrandimento di una foto, una squadra di calcio è in posa, a ricordo un piccolo trionfo passato, dove lui, Alessandro Bellini, era terzino destro. Ogni muro di quella casa contiene traccia delle sue mani e del suo sudore. Insomma lui è, quella casa. E quella casa è, lui. Era stato un lungo viaggio, a partire da quel lontanissimo sabato pomeriggio in cui i suoi compagni di scuola gli portarono per la prima volta il pacco della parrocchia con dentro generi alimentari... unitamente a quello che lui percepiva come un ipocrita compatimento. Quel giorno è ancora presente in lui ora, anche se non pensa a nulla. E quel giorno si trova nel medesimo angolino del suo animo in cui lui può riesumare in ogni istante anche il tempo passato con Gina... e con Elena... e con suo fratello appena nato, così simile come immagine, a quella di suo figlio Lorenzo quando l’ha tenuto in braccio la prima volta.
Così, con uno schiocco delle dita, ero di nuovo a casa mia. Cominciai a versare lacrime, forse dopo un mese che ci eravamo lasciati.
Ma erano lacrime invisibili, asciutte e notturne.
Nel frattempo anestetizzai la scelta che, pur nella mia statica apatia avevo compiuto, comprandomi una nuova automobile: una Toyota CHR con tutti gli optional. E una potente moto BMW 1200.
Sapevo bene che introdurre “cose” nuove nella mia vita, ora più che mai era solo una banale strategia per distrarmi. Mi consolava di più semmai, l’ispirazione che poteva darmi il passeggero invisibile che saliva con me in moto: l’Alessandro ragazzino. Almeno lui, era molto felice dietro di me, quando piegavo nelle curve di montagna, o quando sentiva la potenza del rassicurante motore BMW.
Certo, più passava il tempo e più ero perseguitato da un rimpianto lancinante, indotto dal ricordo di un tempo appena passato e di cui avevo ancora addosso l’odore.
E a lungo, una parte di me sperava ancora che non fosse finita, quella mia stagione dell’amore. Ma quando passai lo scoglio dei sessanta, cominciai lentamente a rassegnarmi.
Eppure, il tempo non sembrava guarire il mio male e anzi, lo peggiorava. Da principio cercavo di evitare una lunga lista di luoghi carichi di ricordi recenti. Ma poi, per una strana forma di masochismo, cominciai invece a frequentarli di proposito, per godere di quel “sottile dispiacere”.
Andavo sulla riva dell’Adige, dove ero stato tante volte con Gina. Teatralmente fumavo una sigaretta cercando inconsapevolmente sull’erba, una traccia delle nostre permanenze in quel luogo. Guardavo l’acqua scorrere e ne ascoltavo il suono, per captare qualche messaggio nell’aria.
La verità è che poi fumavo una seconda sigaretta, e un’altra ancora, desiderando disperatamente di vedere una macchina bianca scendere lungo il sentiero che conduceva in quel prato.
Ogni giorno per strada, il mio occhio era attento a ogni macchina bianca che vedeva in lontananza. E mi batteva forte il cuore, se poi riconoscevo il modello. E mi affannavo per cogliere il numero di targa in tempo, semmai, per poterla vedere per una frazione di secondo.
Ero in pensione, avevo del tempo da perdere. E in pratica mi dedicavo quasi totalmente al mio hobby preferito: pensare. Forse farei meglio a definirlo un vizio, una dipendenza patologica di cui non riuscivo a liberarmi. Quanto volte me lo sono sentito dire! Specialmente da mia zia: «Alessandro, tu pensi troppo. Non ne vale la pena, non ti serve a niente, anzi, ti fa male.»
Ogni giorno appena mi sveglio, percepisco la mia profonda infelicità. Mi guardo allo specchio e cerco di immaginare dove, come o con chi, potrei non essere più così infelice. Gina: risuona nella mia mente il suo nome e rivedo il suo volto. Ma ecco che ricordo la tristezza di quella sera, e la vedo proiettata su quel sentiero impervio che ho lasciato. Capisco che ero infelice anche prima di conoscerla, perché lei mi mancava comunque, anche non conoscendola. Quando la chiamavo Maddalena, l’immagine senza un volto. Ma ero infelice anche prima di inventarmi un’idea stessa dell’amore. Ero infelice anche prima di concepirlo l’amore. E ho sbattuto contro tutti gli spigoli della vita, di qua e di là, sempre inseguendo un desiderio misterioso, cui di volta in volta ho dato un nome diverso. Tanto che alla fine forse, ho pensato che non mi rimane che guardare nell’unica direzione in cui non ho cercato, o dove ho cercato poco: verso l’alto.
Comunque, pur pensando in modo così ossessivo a tutto ciò che è pensabile, mi sorprende ancora la mia incapacità di prevedere le cose, nemmeno quelle più prevedibili. E quasi sempre, mi sono fatto cogliere di sorpresa.
Ero già stato a trovare mia zia subito dopo il mio ritorno a casa ovviamente, e l’avevo informata.
«Oh bene», disse lei. «Dai, vedrai che tutto si sistema, tutto passa.»
«Certo», risposi con una vena di amarezza: «tutto si sistema.»
«Laura sarà contenta immagino. E poi anche Lorenzo, sarà contento anche lui.»
«Certo zia, sono tutti contenti ora.»
Lei mi scrutò per qualche istante in silenzio; poi disse: «ma tu, non sei contento.»
«No, zia,non sono contento, ma non importa.»
Non ero certo contento e anzi, non riesco nemmeno a capire cosa significa questo termine. Forse nella mia concezione della vita non esiste questo concetto. Per me solo la felicità potrebbe spazzare via tristezza e malinconia. Quindi mi sono rassegnato da molto tempo ormai, alla tristezza. Sarò sempre triste, in un modo o nell’altro, non c’è niente da fare.
Speravo in po’ di conforto,un briciolo di parziale serenità, per una remota convinzione di aver fatto la cosa giusta. Ma ciò non avveniva. Ero triste e amareggiato come se... come se non l’avessi fatta, la cosa giusta.
Era il solito “momento del bivio”, lo chiamavo. Quando ci si pente di aver scelto una data direzione, a prescindere di quale essa sia. Lo sapevo e cercavo di farmene una ragione, ma sentivo che c’era dell’altro.
Avevo determinato il risultato che una decina di persone a me vicine, erano sollevate dalla mia decisione. Alcuni perenti e qualche amico, parlando della mia vicenda, dicevano “meno male”, e tiravano un sospiro di sollievo. Ma mi sembravano più o meno tutti naufraghi (o vicini a esserlo), che si consolano per il fatto di sapere che uno in più era con loro.
Tutti contenti, per la verità tranne uno: mio suocero. Lui, in relazione alle mie vicende con sua figlia, ebbe un atteggiamento che mi sorprese e in sostanza, rappresentò per me uno dei pochi motivi di consolazione.
Era un uomo tra i più anonimi che io abbia conosciuto. Un personaggio sempre un po’ in disparte e apparentemente indifferente. Anche se aveva un carattere per niente facile e accomodante. Era anzi piuttosto duro nei sentimenti, con un livello di empatia prossimo allo zero e nel profondo, era decisamente vendicativo. Uno sgarbo non lo dimenticava tanto presto, e quando si sentiva offeso, non perdonava.
Per decenni percepii una sua perenne e malcelata antipatia verso di me, al limite del malanimo.
Come sua moglie, era una persona “basica”, di scarsissimo livello culturale. Contadino di vocazione, aveva percorso invece, con poca soddisfazione, una “carriera” di operaio metalmeccanico, fino al raggiungimento della pensione. Non diedi mai una soverchia importanza all’antipatia che mi dimostrava, era evidente che secondo le vecchie tradizioni rurali, si aspettava qualcosa di meglio per sua figlia. Si augurava che sposasse qualcuno più abbiente, invece di un misero falegname privo di sostanze. Diciamo che il suo prototipo di genero “all’altezza”, era un proprietario terriero.
Col tempo però, a mano a mano che le condizioni economiche mie e di sua figlia miglioravano, potevo scorgere una migliore considerazione di mio suocero verso di me; anche se certo non arrivò mai a dimostrarmi una aperta simpatia. Credo che pensasse di me, che dopo tutto ero capace e volenteroso, anche se non abbastanza ricco. Innumerevoli volte mi vide all’opera, spesso anche a casa sua, mentre eseguivo delle riparazioni o quando costruivo qualche mobile. Insomma, non arrivò mai a volermi bene, ma se non altro mi stimava.
Ecco però, che quando esplose il “caso” tra me e sua figlia, prima ancora che tutto si risolvesse e che io tornassi all’ovile, nelle pur rare occasioni di contatto tra me e lui, notai in lui un cambiamento che era l’esatto opposto di ciò che mi sarei aspettato. Io avevo tradito sua figlia, avevo un’amante ( o comunque l’avevo avuta), quindi era logico aspettarsi un ritorno alle origini: una aperta, palese antipatia. E io ero pronto a sostenere il suo astio verso di me, per almeno un altro mezzo secolo.
E invece... Invece, già il suo sguardo sembrava uno sguardo diverso, per niente ostile. E ciò mi stupiva moltissimo. Sulle prime, quando ero ancora nel mezzo della tempesta che mi aveva travolto, pensai che fosse solo una impressione, evidentemente sbagliata, e non ci feci comunque caso più di tanto. Ma poi, quando le acque si calmarono, quell’impressione mi veniva ripetutamente confermata. Qualcosa era cambiato decisamente in lui, improvvisamente e inequivocabilmente. E non era ciò che mi aspettavo, non c’era il previsto rancore nel suo sguardo. C’era qualcos’altro che non capivo ma che in qualche modo alleggeriva il mio animo.
Mi ci volle un po’ per capire, ma alla fine mi fu chiaro come il sole: lui mi ammirava! Non so, forse mi vedeva come un eroe, o forse semplicemente, come un “vero” uomo.
Forse per la sua cultura contadina, un vero uomo deve avere, o aver avuto, almeno un’amante. E forse nel suo animo, oltre ad ammirare ora suo genero, un po’ lo invidiava.
Comunque, a parte aver guadagnato la sua ammirazione, anche mio suocero alla fine doveva essere soddisfatto del mio ritorno tra i ranghi, così come tutti gli altri. E chissà quanti tra di loro, avevano nell’intimo il medesimo concetto di “vero uomo”.
Ma come ho detto, nessuno di queste considerazioni contribuiva a rasserenarmi. Forse avevo fatto la cosa giusta, ma per motivi sbagliati; o forse avevo fatto la cosa sbagliata per un motivo giusto. La sostanza non cambiava: ero ancora comunque triste, insoddisfatto e come sempre assalito da rimpianti e rimorsi.
Né trovavo consolazione guardando la cosa dall’incerto e controverso aspetto religioso. Dio non mi parlava più; o per meglio dire, non lo faceva Colui che tante volte lo aveva fatto: Gesù. Mi si perdoni anzi, se non parlerò più di Dio, ma solo del Figlio; il Dio/uomo. Perché per me, la sua voce è quella. Era un bisbiglio incerto e vago, ma comunque la voce di un uomo.
E perché dunque, nemmeno in quel “campo” trovavo consolazione? Perché sentivo una distorsione, uno stridio di metalli arroventati dentro di me.
La Chiesa mi appariva sempre più come una casa diroccata e polverosa. Per niente accogliente e, o protettiva. I preti con cui mi ero raffrontato e a cui esplicitamente avevo chiesto aiuto, giovani o anziani che fossero, anche se in genere volonterosi e mossi da sani propositi, languivano in una melassa vischiosa di tradizioni al limitar di una indisponente superstizione. La Chiesa cattolica per me, ormai non aveva più alcun senso.
Perciò, più per disperazione che per altro, mi ostinavo ancora ad andare in chiesa la domenica mattina, anche se ora ci andavo quando non c’era la messa. Perché avevo capito che la questione era tra me e Lui, senza intermediari, che anzi mi ostacolavano.
Capitolo 34 L’ultima testimone
Tornai da mia zia qualche tempo dopo, ben deciso a farle ancora molte domande. Dopo la solita affettuosa accoglienza, mentre preparava il the, mi chiese di nuovo se ero tornato a casa o se invece vivevo ancora da solo. La guardai, cercando di capire il senso di quella domanda: forse voleva una conferma, magari temeva che fosse accaduto qualcos’altro che mi avesse fatto cambiare idea. Ma vedendo il suo sguardo, notai una “opacità” che mi turbò moltissimo: evidentemente non si ricordava della nostra ultima conversazione.
Mentre la guardavo, mi ricordai improvvisamente che lei aveva compiuto novantaquattro anni. E mi sovvenne che era strana ultimamente: quando arrivavo. A volte per un secondo o due era come non mi avesse riconosciuto. Pensavo che la sua vista stesse peggiorando, ma non era la vista ahimè, che stava peggiorando, o non solo quella.
Da qui cominciai a temere che l’ultima persona testimone di quel controverso passato, mi potesse venire a mancare nel giro di poco tempo. Non necessariamente in riferimento alla sua morte fisica, ma alla morte della sua mente e alla conseguente cancellazione dei suoi ricordi. Perché ero assolutamente convinto che lei mi nascondesse ancora molte cose.
Da principio quei suoi “vuoti” mentali erano sporadici e, tutto sommato, abbastanza rari. Ma in un tempo relativamente breve diventarono sempre più frequenti. Curiosamente, lei tendeva a non ricordare le cose recenti, ma si ricordava perfettamente le cose del passato più remoto. Ricordava a memoria, per esempio, almeno una dozzina di poesie di Marcello. Mi raccontò un giorno, che quando era ormai prossima a sposarsi con Giuliano, suo padre le disse: «Senti Maria, sai quel tuo cofanetto con le lettere di Marcello? Ho bruciato tutto, ho fatto male?»
Lei rimase un po’ smarrita, ma poi mestamente gli rispose a capo chino:«Va bene.»
«Che stupida!» Le dissi, quasi con impeto. «Stupida! Non le aveva bruciate. Ti ha detto così per vedere come reagivi. Ma visto che tu hai accettato il fatto compiuto, allora lui le ha poi bruciate davvero.»
«Dici Alessandro?»
«Ma certo!»
Lei allora, strinse le spalle con la sua solita mite rassegnazione e mi disse che tanto, le più belle le ricordava tute a memoria.
Siccome ne dubitavo, lei, chiudendo gli occhi, si mise a enunciare tre o quattro di quelle poesie, con quella sua voce flebile, quasi sussurrata.
Quelle parole, quelle rime, erano vecchie di settant’anni. Ed erano impresse solo nei meandri di quella mente, ormai sull’orlo dell’oblio.
A volte davvero avrei voluto sbattere la testa contro il muro, con mia zia. Magari al posto suo. Per dire che avrebbe dovuto farlo lei, ogni tanto.
E sbattendo la testa, immaginariamente, far cadere quella preziosa riproduzione del Cenacolo di Leonardo. Quel dipinto dove, le dissi una volta per farla arrabbiare, che la figura alla destra di Gesù non è un apostolo qualsiasi, è la Maddalena.
«Guarda bene, non vedi che è una donna! E sappi che Gesù, dopo che è risorto non è asceso al cielo. Non subito almeno. E’ andato via con Maria Maddalena e insieme si sono fatti una famiglia. E vissero per sempre felici e contenti!»
Accidenti come si arrabbiava!
Avevo appreso l’allucinante vicenda che aveva condotto mia zia a sposarsi con un uomo così differente, non solo da lei, ma anche da quel prototipo di anima gemella che lei aveva conosciuto nella figura quasi eterea di Marcello, ma non potevo dimenticare che tutto era partito dalla mia cocciuta volontà di sapere invece il motivo vero per cui mio papà invece si è sposato con mia madre.
«Certo che voi due, tu e mio papà, avete fatto delle cose assurde. E io che mi lamentavo della mia vita! Ma ora, zia, spiegami, spiegami una volta per tutte perché mio papà si è sposato con mia mamma.»
«Ma te l’ho detto, tua mamma era una bella ragazza, giovane e fresca...»
No, quella versione era lacunosa e insoddisfacente. Avevo capito che mia madre era una ragazza attraente. Avevo inteso che secondo mia zia, fu lei a sedurre lui, provocandolo con atteggiamenti, al limite della sconvenienza, eccetera. Ma sapevo anche, sempre dai racconti di mia zia, che lui aveva comunque dei forti dubbi.
Una sera, a casa della famiglia di lei, mio padre aveva assistito a un litigio furioso tra mia mamma e sua sorella Delia, e ne era rimasto molto turbato. Perché aveva assistito a una lotta selvaggia tra due creature feroci che si graffiavano la faccia a vicenda, insultandosi sanguinosamente. E per il fondamentale motivo di contendersi l’ultima frittella rimasta nel vassoio.
«Va bene, zia: diciamo che non é stato un matrimonio d’amore. Di sicuro non c’era amore tra loro. Forse c’è stata attrazione: lei vedeva lui come il principe azzurro delle favole (azzurro e ricco). E lui magari ha visto in lei la bellezza, l’energia vitale della giovinezza. Mia mamma aveva sicuramente tanta voglia di vivere. Però, cavolo, mio papà aveva ancora una fidanzata, ufficialmente! E anche se a quel tempo la medicina non era quella di oggi, tutti sapevano che alla poverina non restava molto da vivere. Non poteva per lo meno aspettare un po’? E’ evidente che lui ha fatto una cosa quanto meno incauta, ma soprattutto è chiaro che l’ha fatta in tutta fretta. Come se... come se fosse stato costretto.»
Per diversi anni, pensavo che mia madre si fosse sposata essendo incinta di me. E allora, un bel giorno sono andato a scovare la data del loro matrimonio, agli uffici dell’anagrafe di Padova: 29 aprile 1955.
Sono nato il 21 febbraio dell’anno dopo, perciò non era quello il motivo di tanta premura.
Non volendo considerare l’ipotesi che lei lo abbia ingannato dicendo di essere incinta anche se non lo era (sarebbe stato davvero troppo), ho pensato allora che anche se non era incinta, lui l’avesse comunque “violata” e di conseguenza, si fosse sentito in dovere di “rimediare”.
Comunque, anche questa ipotesi non spiega la fretta assurda e incomprensibile.
«Perciò dimmi la verità zia, non ti ha confidato qualcosa?»
Mia zia sembrava seduta su dei tizzoni ardenti.
«No, Alessandro. Se ha fatto qualcosa con tua mamma, a me non l’ha detto. Però... perché vai a rinvangare queste cose? A che scopo? Ormai quel che è stato è stato. Mettiti l’anima in pace.»
Ah, la mia cara zia Maria! Tutta la storia di quella famiglia mi sembrava assurda, e non mi accorsi che nella sua risposta, così pateticamente reticente, c’era anche qualcosa che io già da tempo avevo capito: lei e suo fratello, al contrario di me, avrebbero fatto di tutto per non sapere mai nulla.
«Comunque», continuò poi mia zia, «anche se tuo padre avesse avuto qualche segreto, a me non lo avrebbe detto di certo, per non darmi altre preoccupazioni. In quel periodo stavo molto male. Era appena venuto al mondo Paolo (il secondogenito).»
Non è stato un parto difficile, non più del normale. Lei però, in quegli anni aveva un forte esaurimento nervoso.
«Già con Pietro ero stata male, ma con il secondo ancor di più.»
«Come mai?» Le chiesi, mentre mi ronzava ancora per la testa l’immagine di mia mamma quando aveva partorito me.
«Alessandro, ora che sai come sono andate le cose, ti immagini com’è stato per me, il giorno del mio matrimonio?»
«Accidenti zia! Si, credo di poterlo immaginare, un giorno non certo felice.»
«Ecco, infatti. Ma poi ti immagini come sono stati per me i giorni successivi, le settimane, gli anni? Non puoi immaginare com’è stata per me... la prima notte di nozze.»
Ammutolii, mentre si materializzava nella mia mente l’immagine ingombrante di mio zio Giuliano. E con un brivido lungo la schiena, lo vidi: nudo, grasso, peloso e viscido. Sopra a mia zia Maria.
«Vedi Alessandro, lo zio Giuliano non era come Marcello. Lui era un uomo di mondo, che sapeva tutto. E io non sapevo niente.»
Mi sfuggì un “mio Dio!” involontario e appena mormorato.
«Lui, voleva fare delle cose a letto... e voleva che io, facessi delle cose, che mai avrei pensato si potessero fare.»
Il secondo “mio Dio” lo trattenni dentro di me. E anche il terzo; e il quarto.
Ma le strinsi una mano annuendo, per farle intendere che non era necessario dilungarsi in quei dettegli: avevo capito.
Mi soffermai solo un attimo a riflettere su come quelle cose possano essere invece belle, meravigliose, in altre circostanze.
Ma lei continuò, ormai senza freni:
« Ah ma io comunque non ho mai accettato quelle cose da sporcaccioni. E lui si lamentò sempre di questo, specialmente quando (ero proprio stupida) mi lamentai con lui delle continue voci che mi arrivavano.»
«Voci?»
«Si. Lui mi ha sempre tradita, fin dal principio. E’ andato con molte donne. E io lo sapevo. Solo che cercavo di non pensarci, di non ascoltare i pettegolezzi. In fondo non me ne importava niente per me; ma era per la gente, per il paese. Mi dava fastidio che tutti lo sapessero.»
Pensavo: quattro figli! Hai avuto, zia, da quell’uomo. Ma lo pensavo soltanto.
«Sai, poco prima che morisse», continuò mia zia Maria: «un giorno l’ho sorpreso in salotto, mentre teneva in braccio la ragazza delle pulizie, e una mano tra le sue cosce. Aveva ottant’anni! Questa non te la perdonerò mai! Gli dissi.
Poi, poco tempo dopo, lui è morto. Qui in casa, tra le mie braccia. E’ caduto per terra e io l’ho soccorso tutta agitata, ma lui mi disse che non era niente, che si sarebbe rialzato subito. E invece, ha piegato la testa e s’è come addormentato.»
«Così poi, quando andavo al cimitero sulla sua tomba, piangevo e gli dicevo: -Giuliano perdonami se non t’ho perdonato!»
Ah la mia cara zia Maria! Morì tre anni dopo. Ma la sua mente se ne andò molto prima. E quando mi accorsi che ormai non mi riconosceva più, mi sentii molto solo.
Andavo sempre a trovarla regolarmente, ma via-via che passava il tempo, potevo sempre meno parlare di cose sensate con lei.
Uno dei primi segni della sua incipiente demenza, era il modo in cui mi accoglieva: ogni volta come non mi vedesse da anni. Spesso piangeva e mi rimproverava per la “lunga assenza”.
« Ma come mai non vieni più a trovarmi?» Mi diceva, piagnucolando.
«Zia, sono venuto tre giorni fa.»
«Davvero?»
All’inizio non mi rassegnavo a quella regressione cognitiva, insistendo a dirle le cose due o tre volte. Ma poi mi dovetti arrendere, e cominciai ad assecondarla.
«Ho avuto tanto da fare zia. Sono stato via per lavoro... in Australia.»
Una volta mi chiese se avevo venduto il camion: le risposi di sì.
Passava ore davanti alla televisione, perennemente sintonizzata su “tele pace”. Non era più in grado di pregare, e penso che suo figlio Pietro, che ha vissuto con lei fino all’ultimo, la facesse stare in quella specie di limbo rassicurante di preghiere televisive.
Quando la sua mente raggiunse quel livello di degradazione, ovviamente non era più autosufficiente. Non poteva più stare da sola in casa, quindi suo figlio abbandonò ogni sua attività per stare sempre con lei. Aveva quasi settant’anni Pietro, ma aveva una intensa attività come maestro di musica, e in più, per hobby, seguiva due corali in due chiese diverse.
Parlavo sempre con lui ora, e lui mi aggiornava sulle condizioni della zia (la chiamava zia anche lui, quando parlava con me). E se aveva bisogno, ogni tanto mi chiamava per telefono; tanto io ero in pensione, non mi costava nulla, fare lo “zia-sitter” per qualche ora.
Un giorno mi chiamò per avvisarmi che la zia era caduta, in casa, e aveva battuto la testa. L’aveva portata al pronto soccorso e le avevano applicato dei punti di sutura in fronte. Ma ora era a casa e stava bene.
Quando andai a trovarla, era inspiegabilmente felice. Perché, mi disse che la ferita che aveva sotto al vistoso cerotto in fronte, era a forma di croce! Era un segno! Mio cugino mi disse, ridendo sotto i baffi, che in realtà aveva un “sette”: «ma sai com’ è la zia.»
Gestire quella situazione, col tempo diventava sempre più difficile per il povero Pietro, anche stando tutto il giorno vicino a lei. Bastava un attimo in cui la lasciava sola in una stanza, e le poteva succedere di tutto. Quando si alzava da una sedia per esempio, spesso veniva colta da improvvisi capogiri, dovuti a sbalzi di pressione. E poteva cadere. Suggerii a mio cugino di prendere un deambulatore con le rotelline, che poteva aiutarla molto. Mi offrii di andarlo a prendere io, ma lui mi disse che la zia non lo voleva.
«Perché?» Gli chiesi.
«Ehhh... non lo vuole perché la fa sentire vecchia!»
«Pietro, ha novantasette anni, cavolo! Prendilo lo stesso, tanto non costa molto. Tutt’al più non lo userà.»
Ho ancora sul telefono, credo, la foto del deambulatore che mandai a Pietro con il prezzo.
Subito sotto a quella foto, c’è il messaggio che lui mi mandò qualche giorno dopo, con la notizia che la zia era all’ospedale con il femore fratturato.
Mia zia rimase ricoverata per quasi un mese all’ospedale e fin da subito apparve chiaro che non sarebbe mai potuta tornare alla sua vita precedente. Quell’incidente stava di fatto determinando un repentino peggioramento delle sue condizioni generali. La gamba, che alla fine non sarebbe mai guarita, non era il problema principale; era soprattutto l’alimentazione a destare preoccupazione. L’attempata Maria non mangiava praticamente nulla. E purtroppo questo fatto non era in effetti una grande rivoluzione rispetto al “quasi nulla” che mangiava da tempo immemorabile.
Per dir la verità, da che ho ricordo non l’ho mai vista mangiare una bistecca, nemmeno quando io ero bambino e lei era giovane. Con tutto ciò, per giunta, la sua mente andava rapidamente deteriorandosi. Mi riconosceva a fatica quando andavo a trovarla (praticamente tutti i giorni), e quando si ricordava chi ero, si agitava e mi attirava a se baciandomi e carezzandomi, piangendo senza motivo. Spesso mi chiedeva dove si trovasse:
«Sei all’ospedale zia.»
«All’ospedale? Come mai?»
«Ti sei rotta una gamba, non ricordi?»
«Una gamba... quale?»
L’unica cosa positiva era che evidentemente non soffriva , ne a livello fisico, ne psicologicamente. In quanto ormai viveva in un mondo tutto suo.
Suo figlio Pietro era praticamente sempre con lei, giorno e notte. Quell’uomo non smetteva di sorprendermi e di suscitare in me molti interrogativi.
Molte madri sono state amate dai figli, ma la devozione di mio cugino per la sua, aveva qualcosa di... ultraterreno.
Al capezzale di mia zia, aveva la capacità di rimanere seduto su di una sedia rigida in posizione eretta come su di un autobus, per ventiquattro ore consecutive senza scomporsi. A volte lo vedevo lì, al mattino, su quella sedia su cui aveva trascorso tutta la notte. Sembrava come fosse appena arrivato. In giacca e cravatta, impassibile, calmo e pacato, coi suoi lunghi capelli bianchi tirati all’indietro, simile a un filosofo greco.
Dopo svariate settimane comunque, mentre la gamba non guariva e i problemi di alimentazione venivano in parte ovviati dalle continue flebo, la zia fu trasferita in una struttura di lungodegenza per anziani non autosufficienti.
Dove, manco a dirlo, mi aspettava un’altra curiosa coincidenza.
Capitolo 35 L’addio
Erano ormai quasi tre anni che non vedevo Gina, eppure non avevo ancora metabolizzato completamente il distacco. Col tempo avevo imparato solo a gestire meglio l’ansia, e a nascondere la mia persistente tristezza.
Gli attacchi di panico ormai li tenevo agevolmente sotto controllo. Almeno di giorno, la notte era un’altra questione ma... tant’è.
Mi giungevano delle notizie riguardo a Gina, ogni tanto. Almeno quando le volevo ricevere, e cioè raramente. Per paura, più che altro, di possibili ricadute, che sentivo essere sempre dietro l’angolo.
Queste sporadiche notizie, me le forniva Vittorio. Era l’unico amico che ancora frequentavo, e mi conosceva bene, perciò non mi parlava mai di Gina, se non ero io a chiedere.
Loro si erano conosciuti in effetti, ed eravamo stati insieme in diverse occasioni, al tempo della mia “crisi coniugale”. Una pizza, una serata a casa di lei e persino, ricordo, una giornata al lago insieme: Gina ed io, con Vittorio e la sua compagna di quel tempo. Uno dei ricordi più belli, e perciò più dolorosi per me da evocare.
Già a quel tempo in cui ancora ci frequentavamo, Gina aveva iniziato ad andare dalla mamma di Vittorio una volta alla settimana, per fare dei lavori domestici. Per arrotondare un po’ le sue entrate, lei svolgeva regolarmente lavori saltuari dove le capitava.
La madre di Vittorio mi conosceva da sempre ovviamente, e di conseguenza, conosceva la mia storia fin dall’infanzia. Conosceva mia madre, i miei fratelli e tutte le vicissitudini della mia famiglia. Ma fu in relazione all’amicizia che si instaurò tra me e suo figlio molti anni addietro, che lei maturò una immeritata stima verso di me. Era convinta che io, con il mio carattere più posato (lei diceva addirittura: saggio), avessi in qualche modo salvato suo figlio, “pazzerello” e scapestrato. Insomma che lo avessi condotto col mio esempio e con la mia amicizia, sulla “retta via”.
Molte volte le dissi che a riguardo si sbagliava di grosso, ma non ci fu mai verso di convincerla. Tanto che forse alla fine instillò in me il dubbio che ciò potesse anche essere vero. Ma se in qualche modo io avessi davvero “salvato” Vittorio da chissà quale destino, di certo non ne fui mai consapevole. E comunque, ci sarebbe poi da considerare quanto lui abbia invece salvato me. E qui ho molti più argomenti a riguardo: se non avessi incontrato lui, forse mi sarei perso completamente nel mio “brodo” di paure e di ossessioni, sarei rimasto insomma, l’idiota che ero.
Comunque, meritata o meno, la stima di sua madre nei miei confronti mi ha sempre lusingato.
Ma un giorno, la mamma di Vittorio, con Gina presente che stirava, mi disse una frase che mi sorprese. Sapeva ovviamente di me e di Gina e sapeva che in quel periodo ero praticamente sulla strada di un imminente divorzio. Mi disse, come fosse la cosa più naturale del mondo, che era proprio contenta per me. Avendola ormai conosciuta bene, diceva di aver capito al di là di ogni dubbio, che Gina era proprio la donna giusta per me. E che mi meritavo un po’ di fortuna, una volta tanto, perché io ero stato sempre sfortunato nella vita. Poi la guardammo entrambi, Gina, che stirava e rideva sotto i baffi.
«Ma guarda che bella che è!» Disse la mamma di Vittorio.
Ora: bisogna dire che lei, che mi conosceva così bene, non aveva invece mai conosciuto mia moglie Laura. L’aveva vista forse una volta o due, quindi nel suo immaginario, il confronto tra le due donne della mia vita, era molto ingeneroso riguardo a colei che era mia moglie. Ma al di là di questa considerazione doverosa, in quel momento strideva dentro di me il ricordo di un giorno di molti anni prima, in cui lei mi aveva decantato per l’ennesima volta le mie qualità morali (!) di uomo posato, sposato e... fedele. Mentre suo figlio sembrava non trovar mai pace, e passava da una donna all’altra come un’ape impazzita, con sommo rammarico della mamma.
E ora, pensavo, lei mi esorta a rinnegare tutti i principi e le virtù che lei mi accreditava, per farmi seguire invece l’esempio di suo figlio.
La cosa mi sconcertava alquanto, ma in quegli anni del resto, ero comunque nel pieno della mia personale bufera.
Anche la mamma di Vittorio aveva ormai passato i novant’anni di età, e soffriva di svariati acciacchi. Da qualche tempo per giunta, purtroppo le era stato diagnosticato anche un mieloma, malattia decisamente seria. Che tuttavia, per via della sua età avanzata, sembrava progredire lentamente, mi diceva Vittorio.
Nello stesso periodo in cui fu ricoverata mia zia, quando da tre anni era finita la storia con Gina, Vittorio mi comunicò che sua mamma era peggiorata. Stava ormai molto male e che era ricoverata a Villa Mimosa.
Quando mio cugino mi disse che la zia la portavano in una RSA e io gli chiesi quale, lui mi disse: «Non so ancora, forse Villa Ada o... Villa Mimosa.»
Sentii distintamente una voce dentro di me che diceva: scommettiamo?
Già mi prefiguravo l’eventualità di me che andavo a visitare mia zia Maria e a quel punto, anche a trovare la mamma di Vittorio. E di conseguenza, i probabili incontri che avrei potuto fare.
Scommettiamo che succederà?
Questa, che nel mio intimo era già praticamente una certezza, mi terrorizzava letteralmente!
La zia Maria alla fine, come temevo (o forse speravo), fu ricoverata proprio a Villa Mimosa.
Il guaio a Villa Mimosa, almeno dal punto di vista di mio cugino, erano gli orari di visita, che non erano elastici come all’ospedale. Dalle nove a mezzogiorno e dalle diciassette alle ventidue. Ma soprattutto, non era permesso ai familiari restare per la notte, e questa fu una vera tragedia.
Anche se ormai capiva poco di ciò che le capitava, mia zia era troppo abituata ad avere sempre qualcuno vicino. Così, quando arrivavo la mattina, la trovavo sempre in piena agitazione. Spesso arrivavo prima di mio cugino e ogni volta mi accoglieva come un naufrago accoglie i soccorsi.
A volte mi chiamava Pietro, a volte Giuliano; e sempre mi chiedeva dove si trovava, cos’era quel posto e perché non c’era mai nessuno con lei.
Comunque, nonostante tutto, questa situazione non la vivevo con una grande angoscia. Non so, forse era per l’età, la mia età, e l’esperienza che ormai avevo acquisito. O più probabilmente, era il constatare che lei in realtà non pativa nessuna sofferenza, ne fisica, ne morale, che contribuiva a mantenermi abbastanza calmo.
Semmai mi angustiava, giorno dopo giorno, la possibilità di incontrare Gina. Perché quasi sempre, dopo essere stato da mia zia, andavo a trovare la mamma di Vittorio, che si trovava nella stessa struttura, anche se in un’altra palazzina.
Ero così devoto alla madre del mio amico, mi domandavo. O invece, pur avendone paura, volevo determinare che quell’incontro avvenisse?
Ancora una volta mentivo a me stesso, prefigurando un evento e volevo dipingerlo come casuale. Ma sarebbe stato invece ben poco casuale, se ogni giorno andavo dove era sicuro che sarebbe andata anche lei. Era solo questione di tempo, e strano sarebbe stato semmai, se non ci fossimo mai incontrati.
Ogni volta quando arrivavo nel parcheggio, camminando controllavo quasi meccanicamente, ma sempre con una certa apprensione, le auto nel piazzale. E quando vedevo anche da lontano, una due volumi bianca, il cuore accelerava.
Naturalmente immaginai molte volte quell’incontro, e visualizzando in anticipo quella scena, vivevo ogni volta una specie di incubo ad occhi aperti. L’eventualità che lei mi trattasse con freddezza, manifestando il suo comprensibile rancore verso di me, mi atterriva.
Quello sguardo che tante volte mi aveva stregato come un canto di sirene, ora lo immaginavo duro, spietato, carico di odio.
Non avevo mai visto l’odio, o il rancore, negli occhi di Gina; mai, per nessuno. E ora magari, mi toccava vederlo per la prima volta, rivolto proprio a me.
Come avevo presentito, alla fine il tanto atteso e temuto incontro, si verificò una mattina. Ma per tanto che avessi previsto e immaginato ogni cosa, ancora una volta fui colto di sorpresa. Fu un giorno in cui, appena arrivato da mia zia, la trovai in una situazione spaventosa. Già in corridoio, mentre mi avvicinavo alla sua camera, la sentii invocare con un fil di voce: «aiuto...aiuto... aiuto.»
Entrai e con sgomento la vidi: era nuda, legata sul letto, con lo sguardo allucinato perso nel bianco del soffitto. Lei non mi vide, perché io tornai immediatamente sui miei passi e cercai una infermiera. Ne incrociai subito una molto indaffarata e la fermai perentoriamente. Mi lamentai energicamente per le condizioni in cui avevano lasciato mia zia. «Sono le dieci passate», le dissi. «E’ orario di visita, non si può lasciare una donna in quello stato.»
Così, dopo cinque minuti due infermiere avevano ripulito e rivestito mia zia, e io entrai. La coperta era ben distesa, la camicia da notte era linda. Ma lei... era ancora legata, coi capelli bianchi e sparuti in totale disordine e, evidentemente per evitare rischi inutili, oltre a legarla al letto le avevano anche asportato la protesi dentaria.
Mi vide, e si agitò. Non mi riconosceva, a intervalli di pochi minuti mi scambiava per suo figlio, o suo fratello mio padre. Ogni tanto ero suo marito. Mi tirava verso di se, con le sue mani scheletriche, mi baciava e piangeva (senza lacrime). Vedevo quella bocca deformata dal delirio, le gengive piene di residui giallognoli di qualche pasta adesiva credo, o di qualche pappetta che avevano tentato di farle ingurgitare.
Per fortuna dopo un po’ arrivò Pietro, con la sua calma e la sua flemma.
La zia a volte non riconosceva più nemmeno lui, ma quando lui diceva il suo nome, allora lei sembrava come tornare in sé.
Me ne andai quasi subito quel giorno, perché avevo un estremo bisogno di uscire alla luce del giorno e accendermi una sigaretta.
Mia zia Maria è sempre stata una presenza costante nella mia esistenza, e la sua immagine si era sempre mantenuta perennemente immutabile. In ogni stagione della sua vita (e della mia), lei era sempre col suo bel sorriso dolce, affettuoso e signorile. Con i suoi occhi grigi e mansueti, dietro agli immancabili occhialini dorati a mezza luna. Sempre vestita sobriamente ma con quella innata raffinatezza nel gusto. Sempre con un’onda impeccabile di capelli color champagne e un filo di perle attorno al collo.
Quel giorno, io celebrai il suo funerale. Presi coscienza che non c’era più.
Ed ecco, che esco precipitosamente dalla porta di vetro; ecco che mi accendo subito la sigaretta, con la testa piena di pensieri caotici.
Ed ecco, che la vedo... lei.
Fu quasi una apparizione che durò un attimo: la vidi per qualche secondo, mentre entrava nell’altra palazzina, tanto che per un attimo dubitai persino che fosse stata proprio lei. Forse era stata una allucinazione, o una donna che semplicemente le somigliava.
Ma me lo dicevano le braccia che era lei, le mani che tremavano. E le gambe, che erano sfuggite al mio controllo e già s’erano incamminate.
Aspettate gambe! Pensiamoci un po’ su.
Ma loro, le mie gambe, non mi ascoltavano.
Quando ero uscito poco prima, mentre mi accendevo la sigaretta, avevo deciso che non sarei andato a trovare la mamma del mio amico quel giorno. Non era giornata!
E invece ora le mie gambe... camminavano svelte.
«Mio Dio, cosa farò? Cosa le dirò?» Capivo che quel giorno, poteva essere ferale: dopo lo choc di aver visto il fantasma di mia zia, ora forse avrei ricevuto il colpo di grazia. Così, seguii le mie gambe e mi rassegnai ancora una volta all’inevitabile.
Entrai e salii le scale: mi avrebbe rivolto uno sguardo fulminante e se ne sarebbe andata senza dire una parola.
Secondo piano, corridoio di sinistra: mi avrebbe scaricato addosso parole offensive. Anzi, forse una sola: stronzo!
Ma, cos’era quella sensazione? Lo desideravo? Desideravo essere colpito, ferito. Forse perché sentivo di meritarlo. Forse era il bisogno di espiare.
O forse una parte di me voleva unirsi a un coro immaginario: sei proprio uno stronzo, Alessandro!
Terza porta dopo la sala mensa: un respiro profondo chiudendo gli occhi un attimo. Apparvi sulla porta aperta, fingendomi sorpreso nel vederla, come non avessi saputo che lei era lì.
Lei, Dio com’era bella! Era seduta in fondo alla stanza, tra il letto e la finestra. Sgranò gli occhi e le sfuggì uno spontaneo, meraviglioso “oh!”.
«Ciao Alessandro, come stai?»
Un istante, un solo istante. Dentro di me c’era “Guernica”; e un attimo dopo: le ninfee di Monet.
Già prima di quel saluto cristallino ”ciao Alessandro”, già col suo spontaneo gesto di sgranare gli occhi ed esclamare “oh”, le mie infernali catene s’erano frantumate. In tutte le opzioni che avevo considerato temendo il peggio, sapevo che ero comunque condannato ad amare quella persona, sapevo che avrei amato il coltello stesso che mi si conficcava nel cuore. E che era la conseguenza logica e giusta delle mie azioni.
E non è facile percepire pienamente la sensazione liberatoria di un vero perdono. Non c’è un vero perdono se c’è un “però”. “Ti perdono, però...”
L’amavo, l’amavo ancora, l’amavo anzi forse ancor di più. Ma ora tutto era diventato leggero come l’aria.
Chiaramente, inequivocabilmente, era tutto finito. Tutto aveva il “sapore” dolce delle cose passate, il gusto della nostalgia, una morbida quiete. L’amavo, ma in quella nuova dimensione, mi era concesso. Nessuna colpa, nessun peccato, lei era diventata Maddalena. O Beatrice Portinari.
Tutto era finito, e niente lo era. Era finita “solo” quella nostra estemporanea vicenda terrena, che ci era piovuta addosso per la nostra incoscienza giovanile di cinquantenni.
Poi, parlammo. Usciti da quella camera d’ospedale, dove la mamma di Vittorio ci guardava con occhi malinconici, parlammo.
E le chiesi perdono, anche se a lei non serviva. Serviva a me.
«Perdono di cosa?»
Perdono... per tutto quanto. Perdono di averla portata sulla mia sfera di cristallo volante e di averle fatto solo vedere, il mio mondo fatato di bambino, e di averla poi scaricata a casa sua.
Era una mia lettera di molto tempo prima, quando l’avevo condotta in effetti con una sfera di cristallo a visitare gli anelli di Saturno e la Galassia di Andromeda. E poi, quando venne il tempo per me, dell’auto flagellazione, mi rammaricavo di quanto incautamente e premeditatamente l’avevo sedotta con quelle mie fantasie. E con le mie poesie.
«Dai, vediamoci qualche volta; per un caffè... magari al laghetto.»
Mia zia morì dopo un mese, alla bella età di novantasette anni. I suoi ultimi respiri furono un’agonia devastante solo per chi vi assisteva. Perché lei, davvero non soffrì. Non sentì nemmeno un minimo dolore, alla gamba rotta, o da qualche altra parte del corpo. Praticamente morì di fame, senza aver mai sofferto la fame in vita sua.
E in effetti, quando il suo cuore cessò di battere, era già da un paio di settimane che lei era andata avanti.
Una delle ultime volte che andai a trovarla, con mia grande sorpresa non era in camera, e sul momento pensai che in anticipo sui tempi previsti, avesse esalato il suo ultimo respiro quella notte. Ma invece no, l’avevano messa su di una sedia a rotelle e l’avevano portata nel salottino del piano.
Era là, da sola, davanti alla vetrata e sembrava che guardasse fuori, nella sua solita posizione flemmatica, reggendosi il mento con il pollice e con l’indice.
C’era una bella giornata di sole fuori, e il parco era splendente di verde, di fiori e di canti d’uccelli. In realtà lei non guardava fuori o altrove: chissà cosa vedeva in quel momento. Presi una sedia e mi sedetti di fianco a lei senza parlare. Lei si accorse di me e si voltò per un attimo. Non disse nulla, forse nemmeno mi vide, e subito tornò ad appoggiare il mento alla mano.
Solo pochi mesi prima, quando mi raccontò di Marcello e delle sue poesie perdute, me ne recitò a memoria cinque o sei. Una gliela avevo fatta ripetere e avevo registrato la sua voce col telefonino. Quel giorno, a Villa Mimosa, seduto su quella sedia le appoggiai il telefono all’orecchio con quella poesia recitata dalla sua stessa voce. Non si mosse e non disse nulla. In effetti non risentii mai più la sua voce, ma mi piace pensare che quella poesia sia in qualche modo entrata dentro di lei, come un regalo ricevuto alla partenza per un lungo viaggio.
Era agosto e il funerale fu celebrato di sabato pomeriggio.
Ai funerali come quello, dove la persona defunta ha quasi cent’anni, normalmente non si vedono lacrime e quello di mia zia non fece eccezione.
Avevo in programma per il giorno precedente, la partenza per un tour in Puglia con degli amici motociclisti. Per via del funerale, dissi a loro che partissero pure, che li avrei raggiunti il giorno dopo.
Quindi, mezz’ora dopo che era finita la celebrazione, anche se era ormai sera, partii con la mia BMW, con armi e bagagli, e mia moglie dietro.
Quel viaggio in moto era già programmato, perciò quella partenza non fu una mia trovata teatrale del momento, ma devo dire che viaggiare, e viaggiare in moto, dopo il funerale di mia zia Maria, fu la cosa migliore che potessi fare.
I pensieri mi inseguivano, ma facevano fatica a starmi dietro. E poi il vento, il canto del motore, affidabile, rassicurante, potente.
E mentre percorrevo l’Italia in tutta la sua lunghezza, vidi il tramontare del sole, lento, rispetto al nastro d’asfalto che fuggiva via veloce.
Era il senso di una fuga focosa, come mi stessi allontanando rapidamente anche dal quel giorno particolare.
E poi le luci dei fari, gli occhi inquieti che scivolavano lungo il guard-rail lucido. E poi il mare scintillante della notte.
Rimini, Riccione, Ancona. Ci fermammo verso le dieci, dalle parti di San Benedetto del Tronto, in un b&b trovato col telefonino durante una sosta in autogrill. E il giorno dopo, di primo pomeriggio ero già a Castro, vicino a Santa Maria di Leuca, in fondo al “tacco” d’Italia; distante mille chilometri da... tutto.
Perché dare conto ora di quel viaggio? Perché quel viaggio mi è piaciuto; la vacanza un po’ meno. C’erano delle cose belle da vedere in Puglia (dove non ero mai stato) e le ho viste. La compagnia che raggiunsi e a cui ci unimmo, mi era gradita. Erano tre coppie, per un totale di quattro moto; ed erano tutte persone cordiali e socievoli, di buona compagnia, come si dice. Ma il viaggio in se, in quella particolare circostanza, dopo il funerale di mia zia, fu quasi terapeutico. Il viaggiare per tutta la lunghezza dell’Italia, a cavallo della mia moto, il contatto diretto con l’aria e col paesaggio, evocava in me la vaga reminiscenza fanciullesca, di una cavalcata impetuosa.
Anche se i pensieri facevano fatica a starmi dietro, giungeva ancora tuttavia qualche fitta al cuore, quando vedevo qualcosa di suggestivo per strada.
E c’era ancora come sempre nel mio animo, l’intima voglia ci cancellare il passeggero che avevo dietro. Ma forse, per la prima volta non c’era più il desiderio utopico di metterci un’altra persona.
Ecco, avrei trovato semmai più consono tutto sommato, essere da solo.
Solo, con la mia BMW. E non avere magari la barriera del casco tra me e l’aria. I centodieci cavalli poi, se vogliamo erano persino troppi; me ne sarebbe bastato uno. E un cappello da cow boy, o una penna d’aquila Comanche .
Capitolo 36 Sirmione
Al ritorno da quella vacanza in Puglia, dopo qualche settimana di distratte quotidianità, incontrai di nuovo Gina.
Avevo voglia di vederla in effetti, ma percepivo chiaramente che non ero particolarmente emozionato. Ciò confermava quella che i miei occhi appariva come una “stranezza”: l’incontro a Villa Mimosa mi aveva fatto capire che tra me e lei era tutto diverso ora. Potrei dire che eravamo tornati ad essere amici, e questa evoluzione mi aveva arrecato un grande sollievo.
Tuttavia, non avevo smesso di essere quello che ero: un sognatore incallito. E anche a questa nuova dimensione della realtà, avevo dato una bella mano di colore irreale.
Accettavo, sia pure a malincuore, la fine di quella storia, che era stata una tempesta di giorni dolorosi e momenti sublimi. E chiedevo al cielo, solo due cose: un muretto metaforico su cui sedermi a contemplare le cose, e una reliquia da conservare in un tabernacolo, “murato” nella mia mente: l’amore, il ricordo dell’amore.
Appuntamento al “nostro” laghetto. Un caffè al chiosco dei pescatori e poi una passeggiata, percorrendo il breve tragitto attorno al laghetto.
«Allora, come stai Alessandro? Come te la passi?»
Come potevamo parlare del presente, senza ricordare il passato?
E allora “ti ricordi quella volta” divenne la frase più ricorrente nel nostro amabile discorrere. Così, rivivemmo senza paura, come due bambini innocenti, i momenti brutti e dolorosi, ma anche quelli belli.
«Ti ricordi quella volta... »
«Avevi sempre l’ossessione di centellinare i momenti.»
Una carpa di almeno un paio di chili saltò fuori dall’acqua in quel momento, col rumore di uno scroscio improvviso, increspando la superficie immobile del laghetto.
«Eh già, ho sempre avuto il desiderio di fermare il tempo, ma non ci sono mai riuscito.»
Un paio d’ore, nell’arco di un mese, o due, a volte tre. Era così la dimensione del nostro “amichevole” rapporto. Non che avessimo programmato le frequenze, o che ci fossimo imposti una regola, semplicemente le cose presero quella piega.
La nostalgia e quella sfumatura di rimpianto che quelle nostre chiacchierate mi procuravano, mi regalavano comunque una sensazione di tranquillità, e l’angoscia che prima mi tormentava, si era dissipata. Me le concedevo quindi, senza alcun senso di colpa, anche se ovviamente dovevo tenerle nascoste a Laura. Non avevo niente da nascondere alla mia coscienza, e questo mi bastava.
Potrei anche non considerare affatto questa parte della storia. Percepisco, ora mentre scrivo, che in una di queste pagine potrei collocare la parola “fine”; magari dopo aver arzigogolato un po’ su tutto ciò che è accaduto. Ma era dietro l’angolo ancora un’ultima piccola, quasi silenziosa, slavina.
Incontravo Gina ogni tanto dunque, diciamo una volta ogni due o tre mesi.
Per il resto la mia vita sembrava scivolare via relativamente tranquilla, anche se per l’età e quella sensazione del “tutto già avvenuto”, sentivo ormai l’avvicinarsi del traguardo.
Comunque, davanti a un caffè o durante una passeggiata, le conversazioni con Gina erano sempre piacevoli e leggere, sempre con quella confidenzialità che rimaneva molto profonda. E non poteva essere altrimenti.
Avevamo sempre un sacco di cose da dirci e ci capitava spesso di ricordare i bei momenti passati insieme e di riderci sopra. Entrambi, con molta nostalgia e qualche rimpianto.
Potevo pensare di essere diventato davvero vecchio a quel punto, anche se portavo ancora jeans aderenti e guidavo una potente motocicletta. Parlavamo anche ogni tanto, della nostra quotidianità e inevitabilmente, delle strade che ognuno di noi due bene o male aveva intrapreso. Lei era sempre molto interessata a ogni “novità” in cui si imbatteva, con quell’entusiasmo che le era tipico. E come sempre, le capitava di credere ciecamente in qualsiasi cosa nuova, strana, e curiosa. Soprattutto se era incredibile.
Era vegetariana già da tempo, ma ora, sembrava sul punto di diventare vegana. Animalista convinta, era anche molto attirata da tutto ciò che girava intorno all’esoterico, e anche da quelle teorie strampalate, di alieni e di complotti improbabili, da parte di fantomatici poteri occulti della società.
Era convinta per esempio, che le strisce di condensa degli aerei che si vedono in cielo, fossero in realtà scie chimiche che “loro”, i poteri occulti, spandevano nell’atmosfera con lo scopo di influire sulla gente per manipolarla. Sembrava insomma, che lei stesse scivolando in una dimensione che mi era estranea.
Le dissi ridendo: «Peccato che non siamo più insieme, chissà quante discussioni chilometriche avremmo fatto su queste cose.»
Forse in cuor mio, covavo l’intima convinzione che con me vicino avrebbe fatto tutt’altra strada, ma tant’è, nessuno potrà mai saperlo. Conseguentemente, mi domandavo chi o cosa sarei potuto diventare io stesso, se avessi vissuto con lei gli anni della vecchiaia.
Comunque, a quel punto ero convinto che non ci fosse molto da dire su di me: mi ero rinchiuso nella pigra e rassegnata comodità del mio “castello-prigione”. E mi limitavo a scorrazzare unicamente con la mente per l’Universo intero. In cerca anch’io di risposte, come sempre.
Non ero più disperato se non altro, ben consapevole di esserlo stato per molto tempo. E proprio perché la conoscevo appunto, la disperazione, non potevo che essere grato di non soffrirne più. E in quanto alla mia ereditaria tristezza di fondo, ormai mi ci ero abituato.
Ero da poco diventato nonno e confidavo di lì a poco, di poter rivivere lo splendido periodo che fu la mia stagione di padre, questa volta curandomi della figlia di mio figlio.
Per quanto riguarda il passato, quello vicino e quello lontano; mi sembrava che ormai tutto si fosse incasellato in modo da apparirmi comprensibile. Mi pareva di aver capito tutto. Più o meno.
La mia storia è l’espressione di ciò che sono. E il rammarico per le molte occasioni perdute e per gli errori commessi, si mitiga alquanto pensando a quanto peggio mi sarebbe potuta andare.
Ora Gina, tra le molte iniziative che aveva intrapreso, mi raccontò di essere stata da una medium.
«Oh Signur!» Pensai. O forse mi scappò anche di dirlo.
«E com’è andata?» Ricordavo ancora di essere stato altrettanto scettico, quando l’accompagnai da quell’ipnologo, che poi si rivelò invece una esperienza quantomeno importante. Perciò misi da parte la mia riluttanza anche solo a parlarne e la mia predilezione per Einstein, e le concessi volonterosamente tutta la mia attenzione.
Mi disse che era una signora di Brescia, in centro questa volta, e che ha potuto conferire attraverso di lei, con la sua defunta mamma.
Non mi disse nulla a riguardo di cosa le avrebbe detto la madre, forse perché aveva percepito il mio sforzo per starla a sentire senza commentare.
«Se vuoi andarci, ti do il suo numero.»
Non era solo questione di scetticismo, avevo anche un po’il timore di me stesso e delle mie reazioni. Ormai ero diventato uno che dice spesso ciò che pensa, e non sempre riuscivo a trattenermi dal farlo in modo crudo e diretto.
«Gina, non so, se io ci andassi, ci andrei con delle intenzioni...cattive.»
«Ma no dai, perché mai? Tutt’al più potrai non credere a quello che ti dice. Così, tanto per provare.»
Avevo una domanda da fare a mio padre se avessi potuto. Gli avrei chiesto solo perché ha sposato mia madre.
Chi o cosa, lo ha indotto a farlo.
Per tutta la vita ho indagato per cercare di capire quel mistero, e ormai pensavo di aver capito tutto, e di aver messo tutti i tasselli del puzzle al loro posto.
Mio padre ha commesso “peccato” con mia madre, ed ero convinto tra l’altro, che si sia trattato di un singolo episodio.
Sospettavo che mia madre a quel punto fosse incinta, di me, ma invece non lo era. Però lui, evidentemente si sentiva comunque in colpa per il fatto di averla “violata”. Non era più una giovane illibata, e a quel tempo non era una cosa di poco conto. Una ragazza che non è più vergine, avrebbe avuto qualche problema a trovarsi un “buon partito”.
L’unica cosa che ancora non mi spiegavo, era la fretta. Al di là del “dettaglio” ormai irrilevante, di come erano andate davvero le cose, e chi aveva sedotto chi: mio padre non era sicuramente un seduttore senza scrupoli in grado di compromettere consapevolmente una ragazza.
Ề probabile invece, che sia stata lei a sedurre lui. Ipotesi, tra l’altro confermata molte volte da mia zia, anche se ovviamente la sua opinione non faceva testo, dato che lei era troppo di parte, e troppo ingenua. Secondo mia zia, mio padre era buono, bello e senza macchia. Lui non ha mai sbagliato, secondo sua sorella.
Comunque, al di là di tutto rimaneva la faccenda inspiegabile appunto, della fretta. Ma poi, pensandoci e ripensandoci, alla fine ho trovato una spiegazione plausibile. Mio padre, dopo il “fattaccio”, si sarà sicuramente precipitato a confessare il suo peccato al prete del paese. Perché mio padre, come sua sorella Maria, erano impregnati di cattolicesimo fin nel midollo. Magari è stata proprio sua sorella a consigliarlo. Forse lui si è confidato con lei, perché erano molto uniti, e lei, che non era certo una persona sicura di sé, l’ha indotto a quella “mossa” sciagurata.
Ed ecco dunque, il vero colpevole: il prete.
E’ stato il prete che deve aver imposto al peccatore, di riparare subito al grave torto causato alla: “povera ragazza innocente”.
Certo, è solo una ipotesi, ma alla fine è l’unica verosimile. E il prete più degli altri, conosceva ogni persona del paese. Sapeva dunque, doveva sapere, quanto erano profondamente differenti quei due, che lui obbligava a unirsi nel sacro vincolo del matrimonio.
Sapeva dell’altra fidanzata, e conosceva sicuramente di persona lei, e ogni individuo della sua famiglia. Non mi capacito a dire il vero, di come abbia potuto prendersi una simile responsabilità. Ma vai a sapere cosa combinavano i preti di quel tempo!
In ultimo, il lato grottesco di tutta la faccenda: se tutto è andato come io sono sicuro che è andato, c’è nel concatenarsi degli eventi, una specie di “maledizione”. Una costante ironia del destino, puntuale e incredibile.
Ho indagato per decenni su quei lontani avvenimenti, perché ho sempre percepito gli effetti di quei fatti, direttamente su di me, come un grosso peso, una tara ereditata. E ho sempre desiderato sapere ogni cosa, forse incautamente. Mi illudevo che sapendo, avrei capito; e capendo, avrei superato.
I miei genitori si sono sposati dunque, in quell’atmosfera da incubo, il 29 Aprile 1955.
Dopo di che, il 16 Maggio di quello stesso anno, circa due settimane dopo, è deceduta la ex morosa di mio padre. E il 29 maggio è morto mio nonno, il padre di mio padre, altra figura che doveva pur avere una parte di responsabilità in quel disastro. Era o non era il capo-famiglia?
Ma ecco la ciliegina sulla torta: una cosa che ho scoperto di recente andando a indagare nei registri della parrocchia. Perché a quel punto, volevo “conoscerlo”, il prete che ha determinato e celebrato quel matrimonio. Così ho scoperto che anche lui è passato a miglior vita poco dopo: il 27 luglio di quello stesso anno. Un bel massacro, non c’è che dire!
E poi, la coincidenza di due fratelli che nascono lo stesso giorno a due anni di distanza eccetera, eccetera...
«Gina, se andassi da quella signora e le rivolgessi quella domanda...o meglio: se tramite lei, rivolgessi a mio padre la richiesta di una spiegazione circa il suo matrimonio; ebbene riesco a immaginare solo due opzioni possibili. La prima, che ritengo la più probabile, è di ottenere una risposta non soddisfacente, una risposta vaga che non mi direbbe in realtà niente.
Ma se per caso quella signora, incautamente, decidesse di far dire a mio padre, che fu per...amore. Beh, allora davvero non so come reagirei. Credo che diventerei maleducato, perché avrei la certezza a quel punto, che lei è una ciarlatana. Nella migliore delle ipotesi, me ne andrei sbattendo la porta, trattenendomi dal dirle delle cose poco simpatiche.»
Mi porto dietro la mia immagine di uomo razionale, come sempre per nascondere ciò che sono veramente. Ed esibisco per me stesso, più che per il mondo, questa immagine di uomo razionale.
Ma nel profondo rimango lo stesso bambino piagnucolante di sempre.
Sono andato da quella donna alla fine, che non si dica che non le ho provate tutte. Ci sono andato senza alcuna aspettativa e apparentemente attento a non cedere a nessuna suggestione, ma in fondo ero disperatamente disposto ad aggrapparmi a qualsiasi piccolo dettaglio, a ogni minima sfumatura che potessi identificare come un “segno”.
E anche stavolta devo raccontare di aver “sentito” una voce, ma non c’è mai nulla di certo. Ho solo immaginato di sentirla quella voce, perché era il mio desiderio sentirla. E come in tutte quelle strane coincidenze del passato, anche stavolta è stata una fugace, vaga impressione che suggeriva soltanto, senza sicurezza alcuna, che ci potesse essere, insito nelle cose di questo mondo qualcosa d’altro, qualcosa non di questo mondo.
Finalmente posso parlarti, mi disse la signora appena entrai a casa sua. Sapevo che in teoria, sarebbe dovuto essere mio padre a parlare già in quel momento, senza luci soffuse o atmosfere magiche. Lo sapevo perché Gina mi aveva illustrato il “modus operandi” di quella donna. Avevo suonato il campanello e una voce da dentro aveva detto: «avanti.»
Entrai e c’era lei era seduta su una seggiola dietro un tavolo anonimo da quattro soldi. Davanti a lei c’erano dei fogli sui quali scarabocchiava con una matita.
Mi sedetti di fronte a lei, sull’unica altra sedia.
«Ciao Alessandro, come stai?» Conosceva il mio nome perché quando le avevo telefonato per prendere appuntamento mi aveva chiesto alcune informazioni, come il nome appunto, mio e della persona defunta con cui volevo parlare. Poi l’età, la situazione familiare, le solite cose.
«Sei mio padre?»
«Si.»
Mi sforzai di nascondere nel tono della mia voce un certo disappunto e uno scetticismo totale. Ti pare che mio papà mi chiederebbe come sto, pensai. Avevo fatto una stupidaggine anche questa volta e già pensavo a un modo per tagliar corto e andarmene in fretta. Quindi, con voce calma ma ferma, sparai subito e senza preamboli la famosa domanda: «Perché ti sei sposato con mia madre?»
«Alessandro, lascia stare...»
«No che non lascio stare; e non ti dico come sto, dovresti saperlo come sto. Perciò dimmi, perché ti sei sposato con mia mamma?»
............
Lei, senza guardarmi scarabocchiava sul foglio dei cerchi confusi. Mi ero un po’ distratto su quei segni, quando sentii la sua voce dire: « Per amore.»
Mi colse un po’ di sorpresa, dicendo esattamente quella frase: precisamente quella che non volevo sentire. E confesso che mi venne l’impulso di passare la mano su quel tavolo e buttare per terra fogli e matite.
Ma lei continuò: «C’è sempre l’amore di mezzo. Nell’ombra o alla luce del sole. Un amore che tu non vuoi vedere.»
Poi non disse più nulla. L’evocazione più rapida della storia.
Le lasciai venti euro sul tavolo e me ne andai senza salutare.
Mentre tornavo verso casa però, dentro di me si muovevano le cose, come se il suono di quella voce le avesse evocate.
Gina e l’amore che ancora provavo per lei, ma prima ancora, una presenza, un’ombra lontana. La mia affezionata sofferenza, che mi porto sulle spalle da sempre, come uno zaino ingombrante. E tuttavia prezioso.
Silvia, Elena, Rosa; tutti i miei amori parziali, zoppi. Nati già morti, eppure sopravvissuti, ognuno come un tatuaggio antico sulla pelle.
Ma prima, la storia era iniziata prima.
C’è sempre l’amore di mezzo. Là, dove tutto è andato male.
Ha detto la prima sciocchezza che le è venuta in mente, pensavo.
Uscii a Sirmione e mi fermai in un bar del centro. Mi presi un caffè, seduto a un tavolino in riva al lago.
C’era un gran movimento di gente, di bandiere al vento e luci rutilanti. Pingui turisti tedeschi, biondi e sorridenti, con torme di bambini chiassosi,ognuno col suo gelato in mano e gli immancabili calzini bianchi nei sandali traforati.
Sembrava di essere in Germania. Sul Garda del resto, la lingua ufficiale è il tedesco.
Il grande lago risplendeva davanti a me, di nuvole e vele colorate, tra le acrobazie dei gabbiani nella luce rosata del tramonto incipiente.
Il pensiero evidentemente era nascosto dentro la Marlboro che mi stavo mettendo in bocca; perché appena il fuoco dell’accendino accese la brace e la prima folata di fumo arrivò nei polmoni, come avessi respirato qualche sostanza allucinogena, si accese una sorta di concatenamento di pensieri. Pensieri che non erano fatti di parole, o di calcoli razionali, anche se non ho altro modo di esporli ora, se non usando spoglie parole.
Una serie di immagini simili a fotografie che cadevano sul tavolo una dopo l’altra come foglie d’autunno, e mi appariva un quadro irreale.
Un amore, un amore impossibile, un amore colpevole, non ci fu un solo matrimonio aberrante, ma due!
Due matrimoni consapevolmente sbagliati, per espiare un'unica colpa.
Non si poteva: rimediare. Si poteva solo espiare. Espiare magari una colpa non commessa, ma solo immaginata.
Per quei due pazzi, pensai, sarebbe bastato un singolo momento di silenzio imbarazzato, un turbamento effimero, come un lampo sopra a un mare di stupida disperazione.
Il fumo mi andò di traverso e tossii ripetutamente. La mia mente si rifiutava di considerare quell’allusione, ma certo tutto tornava. Fratello e sorella, che seguono la medesima strada, verso una vita di espiazione e penitenza.
E planava sul tavolo, l’immagine della faccia placida del cugino Pietro, il prete mancato. Che non ha mai voluto neanche pensare di sposarsi, ma nemmeno di diventare sacerdote. O di farsi una famiglia, mettere al mondo dei figli, a vivere una vita insomma.
E ora, lui vive da solo in quella grande casa deserta, piena di ricordi e fantasmi. Immagini in bianco e nero planano una dopo l’altra, nell’acqua del lago. Vedo i volti di chi avrebbe potuto eventualmente sapere, se c’era qualcosa da sapere.
Mio nonno, forse per lui la morte poteva essere stata una scappatoia di comodo. Chissà se la sua dipartita fu davvero un incidente, o se lo fu solo a metà. Chissà se ha cercato davvero di evitarla quella macchina.
E il parroco del paese, anche lui coinvolto e annichilito dal destino, come la mia stravagante famiglia: chissà se ha avuto davvero la parte che io gli ho cucito addosso.
E poi i volti di chi certamente non poteva sapere, e non avrebbe mai saputo:
il mondo intero. Mia madre, lo zio Giuliano, comparse inconsapevoli.
Mentre spiaccicavo il mozzicone nel portacenere, mi sovvenne improvvisamente che ero a Sirmione. Avevo deciso davvero io, di imboccare quello svincolo in autostrada?
Tornai a casa per la statale undici, senza riprendere l’autostrada, non c’era alcun motivo di avere fretta.
Incolonnato a un semaforo, mentre aspettavo il verde, una prostituta nera sul ciglio della strada mi guardava. Aveva uno sguardo stanco, disilluso, amaro. Forse mi odiava.
Chissà da quale remoto paese africano proveniva. E quale tortuoso percorso l’aveva condotta fino a lì, a battere su quella strada piena di indifferente opulenza. L’ho guardata negli occhi e ho visto... palme.
E cammelli.
E riso bollito mangiato con le mani. E liquido seminale sulla pelle nera, mescolato a lacrime e saliva. E su tutto, centinaia di mosche sprezzanti.
Quando scattò la luce verde avevo capito una cosa: che le domande erano finite, una volta per tutte. E che non avrei più cercato risposte. Tanto valeva che mi fossi intestardito per conoscere l’intera vita di quella povera prostituta. O quella di ogni singola persona che incontro per strada.
Capitolo 37 Covid
Per quanto si possa essere paranoici, non si può pensare che un evento come una epidemia mondiale, possa essere in qualche modo legato al destino di una singola persona. Eppure, ora che osservo le cose col naturale distacco che il tempo e l’età hanno determinato, sarei tentato di scorgere ancora una volta una curiosa concomitanza anche in questo fatto.
“Proprio in quel momento della mia vita, doveva apparire il Corona virus?” Sussurra una vocina nell’orecchio.
Ma se un grande evento che coinvolge il mondo intero, non può essere in alcun modo in relazione ai piccoli eventi che riguardano l’individuo, è però vero il contrario: che ogni singola persona ha una storia che si relaziona con la Storia universale. Così che i piccoli eventi di ogni anonimo essere umano, si incastrano sempre, in un modo o nell’altro, coi grandi fatti del mondo. Tanto da sembrare a volte, strettamente legati, come fossero mattoni di un’unica, grande costruzione.
Se io fossi nato dieci anni prima, o dieci anni dopo, la mia storia personale si sarebbe relazionata col mondo in maniera diversa. Sono venuto al mondo in ritardo per avere l’età giusta nel “68”. E troppo presto, per non sentirmi ora inadeguato, rispetto alla globalizzazione e alla digitalizzazione.
Comunque sia, la devastante pandemia del Covid ha rappresentato una pietra miliare per tutti, un confine oltre il quale ogni aspetto della vita quotidiana è cambiato per sempre. C’è un “prima del Covid” e c’è un dopo. E nel corso di un tempo sorprendentemente breve, nessuno ricordava più com’era la vita prima.
Tutti chiusi in casa quindi, per settimane, per mesi. Le strade deserte, sia di notte che di giorno. E quel silenzio opprimente in tutto il mondo. L’unica voce era quella dei telegiornali, con le notizie sempre più drammatiche. Un bollettino di guerra quotidiano, con la tragica conta dei morti e dei contagiati.
Di per se la clausura forzata era poco faticosa per la mia indole di “prigioniero” abituale, ma l’atmosfera era davvero pesante.
Con tutto ciò, quando a volte mi aggiravo nel silenzio del mio giardino, con l’ennesima sigaretta, non potevo fare a meno di pensare a come mi sarei sentito in quel momento se mi fossi trovato da solo, in un piccolo appartamento in affitto. E da qui, si faceva strada dentro di me, una prima, velata sensazione che forse avevo fatto la cosa migliore, tornando a casa mia. In questo, era cambiata la mia visione delle cose, per via del Corona Virus: cominciavo a convincermi di aver fatto la scelta giusta, dopo tutto.
O perlomeno, quella meno sbagliata.
Non ero solo io che avevo bisogno della mia casa, ma era anche la mia casa che aveva bisogno di me. La mia casa, la mia famiglia, e tutte le persone che appartenevano al mio orizzonte. Ogni soldato era tornato al proprio posto, e ognuno combatteva la propria “giusta” battaglia.
Sentivo che non c’era più spazio ormai, per la mia egocentrica malinconia; non era più il tempo dell’amore. L’amore era una cosa del mondo di prima, una cosa che era stata cancellata dalla pandemia.
Passò quel lungo e triste inverno comunque, e in primavera, quando sembrava che la pandemia fosse in via di esaurimento e le normative statali permettevano degli spostamenti sia pur limitati, a tempo debito, senza fretta ne ansia, mi incontrai nuovamente con Gina.
Non la vedevo da molto tempo e notai, mentre come sempre “centellinavo” le mie emozioni, che fisicamente era un po’ cambiata: un po’ più abbondante qui, un po’ più cadente là, ma tutto sommato il termometro del mio cocciuto sentimento, dava ancora luce verde: la vedevo sempre bellissima.
Lei, avendo forse notato il mio sguardo indagatore, si rammaricò del suo aspetto. Ma io le dissi che mi piaceva ancora come prima. Ricordo che questo argomento era stato oggetto di diverse, divertite discussioni a suo tempo. Le avevo “concesso”, in un futuro de là da venire, un aumento di peso di una ventina di chili, garantendo che comunque il mio amore per lei non sarebbe calato. E c’era stato un episodio qualche anno prima, quando eravamo ancora “insieme”, che mi aveva colpito e che in un certo senso, mi aveva fatto capire uno degli aspetti fondamentali dell’amore. O del mio modo di interpretarlo, l’amore.
Quel giorno avevo raggiunto Gina con la mia moto, in una località del Trentino, sulle rive di un lago alpino, dove c’eravamo dati appuntamento.
Con lei c’era anche la figlia, e mentre ci toglievamo i vestiti per metterci in costume, improvvisamente sentii sua figlia esclamare: «Che schifo!»
Mi voltai pensando che avesse visto un insetto o qualcosa del genere, ma invece, la ragazza si riferiva a sua madre.
«Come sei grassa mamma!»
Tipico dei giovani, pensai, quella spietatezza nel valutare l’aspetto delle persone mature. Ma io guardai Gina, che scrollava le spalle con un sorrisetto indifferente, e si stendeva sul lettino col suo bel bikini nero.
Non mi capacitavo in quel momento, del fatto che ai miei occhi lei sembrasse totalmente priva di difetti. Li vedevo, i difetti, ma...non li vedevo.
Le imperfezioni mi apparivano in qualche modo: necessarie, doverose, gradevoli. Così doveva essere, la mia icona idealizzata, e non diversa.
Con ciò ricordai una situazione simile di molti anni addietro con Laura al posto di Gina.
Per quanto fossi a quel tempo, un ragazzo piuttosto confuso e molto distratto, ricordo che Laura era davvero una bella ragazza, e spesso mi sentivo orgoglioso di lei. Era snella, ben proporzionata, e specialmente le sue gambe, erano decisamente perfette. Ricordai anche però, quanto ci rimasi male vedendola in costume la prima volta che andammo al mare dopo la nascita di Lorenzo. La gravidanza, evidentemente aveva “segnato” il suo corpo, ma l’aveva cambiato di poco, giusto un po’ di pancetta, un accenno soltanto, di cuscinetti sui fianchi.
Mi aveva dato un figlio, e nulla poteva offuscare quel merito. Tuttavia rimasi profondamente turbato nel vederla un po’cambiata nel fisico. E non capivo bene allora, quel disagio, quello strisciante, sottile rammarico.
E invece, quando osservavo Gina quel giorno al lago, e vedevo che era decisamente meno attraente e maggiormente segnata dal tempo e da ben tre gravidanze, altrettanto non capivo quell’incomprensibile sensazione di piacere.
Le nostre chiacchiere, al chiosco del solito laghetto, erano come sempre piacevoli e leggere. E ancora ci capitò di ricordare ridendo a cuor leggero alcuni episodi del passato, mentre sorseggiavamo un caffè.
Ma c’era, inevitabilmente , l’argomento nuovo indotto dai recenti avvenimenti di quel periodo: la pandemia. E lei, la “mia” Gina, improvvisamente si lasciò andare a una filippica quasi veemente, sulle “vere” origini di quel virus.
Ciò che lei disse mi mise alquanto a disagio e rimasi come inebetito e incredulo, mentre ascoltavo quelle parole stridenti.
Avvertii come un cambiamento, nella densità dell’aria. Lei parlava con una foga che non le conoscevo e che sembrava non ammettere obiezioni.
Non parlava di ipotesi, o di impressioni, o di sospetti, cosa che per altro molti facevano in quel periodo: il dubbio che i cinesi avessero volutamente creato e propagato il virus per propri interessi politici ed economici, era nell’aria, inutile negarlo, e io stesso ero suggestionato da quella prospettiva agghiacciante. Ma certo era solo un sospetto, non c’era nessuna prova. A volte, quando capita una calamità, o una disgrazia, la gente ha bisogno di individuare un colpevole, quasi che fosse consolatorio pensare che non è solo fatalità tutto ciò che capita di brutto.
Per’altro, circolavano anche un numero imprecisato di teorie, il più delle volte deliranti e assolutamente inverosimili. Alcuni parlavano di un complotto volto a controllare l’intera popolazione mondiale, altri annunciavano con assoluta certezza che “loro” (ancora “loro”) volevano indebolirci con ogni mezzo, e renderci schiavi. Altri erano certi che fosse opera degli extraterrestri, già presenti in gran numero sul pianeta, e che il genere umano fosse ormai giunto sull’orlo dell’estinzione.
Ecco, quel giorno sulle rive del “nostro” laghetto, improvvisamente vedevo Gina come immersa fino alle ginocchia in quella specie di pantano. E la vedevo sprofondare lentamente, come nelle sabbie mobili.
Lei, così certa, totalmente sicura che il Covid fosse stato creato e propagato di proposito, non già dai cinesi (ipotesi forse troppo ovvia per lei, pensai), ma dai “poteri forti” della società capitalistica occidentale. Con lo scopo di ridurre la popolazione anziana. Perché gli anziani (come lei) erano meno vulnerabili agli inganni della società consumistica. Per cultura ed esperienza, le persone mature non credevano subito a tutto ciò veniva loro propinato. E in più erano anche meno produttivi e meno “consumatori”, perciò andavano eliminati.
«Poi un giorno vedrai, apparirà come per magia una cura, un vaccino e... “loro” speculeranno su questa cura prodigiosa, che già hanno pronta, facendo una montagna di soldi.»
....
Quando interruppe quel suo sconcertante monologo, io ero come stordito. La guardavo fissamente negli occhi, un po’ incredulo, un po’ stupito.
Non avevo alcuna voglia di opporre a quella inverosimile teoria, un qual si voglia ragionamento logico. Guardavo quegli occhi e... non vedevo il consueto giardinetto fiorito.
Dalle viscere saliva irrefrenabile una domanda che cercavo disperatamente di ricacciare: ma chi è questa donna?
E con la domanda, la sgradevole sensazione di trovarmi altrove, mentre il mio candido sentimento, improvvisamente mi appariva ingenuo e puerile.
Dovetti distogliere lo sguardo, e scrutare la calma piatta del laghetto, aspettandomi forse che una carpa di tre chili si esibisse in un doppio salto mortale con avvitamento.
Ma non successe nulla. Immaginai anzi, che la carpa si fosse inabissata nel punto più profondo del lago, nel buio e nel silenzio.
Tanto valeva ritenere che un pesce fosse capace di sensazioni e di pensieri.
Con l’arrivo dell’autunno, arrivò anche la seconda ondata della pandemia. E ricominciò l’incubo: ancora morti, e ancora contagi.
Due signori anziani miei vicini di casa, colpiti dal virus se ne andarono in pochi giorni. Ormai ognuno poteva dire di conoscere qualcuno contagiato, o ricoverato, o deceduto.
Ci richiudemmo dunque tutti in casa di nuovo, con un po’ meno restrizioni questa volta, come spostarsi da un paese all’altro previa autocertificazione (per accudire la nipotina, mentre i genitori erano al lavoro).
Tutti aspettavamo il vaccino, come unica soluzione del problema. Ma sembrava così lontano dall’essere disponibile.
Onore e merito alla scienza che invece lo realizzò in tempi relativamente brevi, e ancor prima della fine dell’inverno io e Laura ricevemmo la prima dose e in maggio, anche la seconda.
La campagna di vaccinazione proseguiva speditamente e i contagi calavano drasticamente. E con essi, anche i decessi. Sembrava insomma che quella tragedia del virus maledetto, fosse in via di risoluzione.
La vita ricominciava, ogni tanto mi concedevo qualche giro in moto e le solite cose di prima. Tra cui, quando mi capitò una mezza giornata libera, chiamai Gina e ci incontrammo ancora, questa volta a casa sua.
Sarà stata la diversità del luogo, sarà che nessun pesce poteva manifestarsi con qualche salto festoso, ma questa volta nemmeno cominciò una normale e serena chiacchierata. Lei mi provocò subito, quasi in tono di sfida, chiedendomi se mi ero vaccinato. Cercai di trascurare l’argomento, dicendole di si, ma con una intonazione che voleva minimizzare, come per dire che non era importante. Insomma cercai di sintonizzare il discorso sulla lunghezza d’onda delle chiacchiere. Ma non ci fu verso: lei ce l’aveva con me. Perché mi ero vaccinato. E ce l’aveva con tutti coloro che si vaccinavano. Alla fine si abbandonò a un’altra, inverosimile filippica, dove lei dipingeva un quadro della realtà delirante e sconclusionato.
Parlai poco. Percepivo improvvisamente una sensazione antica che conoscevo, ma che avevo quasi dimenticato. Una sensazione che mi sforzavo di mettere a fuoco, ma sapevo, intuivo, che era qualcosa di molto vecchio. E mi accorsi solo allora che quella sgradevole sensazione, erano anni che non l’avevo più percepita.
E ora era tornata: era la solitudine.
Da quel lontano giorno della scarpiera, il senso di solitudine era scomparso dalla mia vita. Durante tutto quel tempo, sia che fossimo insieme, o che ci fossimo lasciati, anche quando eravamo lontani, quel senso penetrante, persistente di solitudine non l’avevo più percepito.
Perché c’era una presenza nuova nella mia vita, sempre e comunque, anche quando ci eravamo staccati e allontanati. Lei era comunque presente nella mia mente, nella mia carne. Anche quando pensavo che non l’avrei mai più rivista. Lei esisteva comunque. E io mi sentivo triste, malinconico, persino disperato, ma non: solo.
E ora, che pure la vedevo e ancora mi domandavo se la trovavo bella, e se l’amavo come prima,ora, semplicemente non c’era più. Al suo posto, una sconosciuta mi stava parlando in una lingua che non conoscevo.
«Ieri l’altro è stata una giornata fondamentale», dissi alla mia amica psicologa.
Non avrei avuto più alcun motivo di andarci ancora, dalla psicologa; da parecchio tempo ormai ero calmo e tranquillo. La tristezza e la disperazione erano sempre dietro l’angolo, ma è proprio vero che ci si abitua a tutto nella vita.
Tra me e lei però, da tempo si era instaurato un bel rapporto di amicizia, e mi trovavo così bene con lei, che andavo regolarmente a trovarla. Anche se non si potevano più definire “sedute”, erano comunque chiacchierate amichevoli che mi facevano bene.
Mi sono chiesto molte volte come mai io non abbia mai avuto qualche pensiero “strano” su di lei. E glielo chiesi, un giorno, perché non avessi mai provato alcun turbamento con lei, ricevendo come risposta un diplomatico sorriso.
«Forse ho preso il posto di tua zia Maria.» Mi disse.
Era pur vero che non era l’unica persona di sesso femminile che non percepivo come una possibile, futura “complicazione”. Lei era attraente, indubbiamente, ma forse era proprio la sua posizione professionale a inibire qualsiasi altra strampalata idea nella mia testa. Forse davvero la percepivo come una nuova zia acquisita, anche se lei era più giovane di me.
E come con mia zia, ora che mi trovavo in quella nuova situazione di quiete relativa, a volte mi sentivo in qualche modo suo pari, se non addirittura, per certi aspetti, al di sopra di lei. Come se le mie consapevolezze fossero state superiori alle sue, anche se persisteva comunque in me, l’incapacità di risolvere i problemi.
C’era poi il fatto che lei a quel punto aveva spesso bisogno di me, anche se come “falegname in pensione”, più di quanto avessi io bisogno di lei come psicoterapeuta. O come zia.
Era separata e viveva in una grande casa, con le sue due figlie e l’anziana madre. Quattro femmine che vivevano sole: raramente ho visto una casa che avesse avuto bisogno di un uomo “tuttofare” più di quella.
«Ieri l’altro è stata una giornata fondamentale»
«Perché, cos’è successo ieri l’altro?» Mi domandò.
«Ieri l’altro, verso le undici di mattina, all’improvviso ho smesso di soffrire per Gina!»
«Così, di punto in bianco? Mi sembra comunque una cosa positiva.»
Le avevo detto delle mie ultime conversazioni con Gina in un incontro precedente, e dei molti dubbi che avevano suscitato in me i suoi “strani” discorsi e i suoi contorti pensieri.
Le raccontai perciò, il mio ultimo incontro, e quello che Gina pensava del virus, della società e del mondo intero.
«Ma perché la gente cambia?» Mormorai quasi tra me e me.
Non era una vera domanda, era più una amara constatazione.
«Alessandro, ognuno va per la propria strada...»
«Si lo so, ma...»
Io sono cambiato in questi ultimi anni? Pensavo.
Non dico sempre le stesse cose? Non mi comporto sempre allo stesso modo?
I miei pensieri non sono i pensieri di sempre?
«Beh, sei cambiato anche tu...un po’. Sei più consapevole, sei più sereno, stai molto meglio ora.»
«Si lo so: ero malato e ora, diciamo che sono sopravvissuto alla malattia. Anche se non posso dirmi del tutto guarito. Ề come se avessi avuto la tosse e ora non ce l’ho più, o ce l’ho di meno. Ecco, tutto il cambiamento che ho fatto.»
«Dimmi Alessandro, in sostanza non sei più innamorato di Gina?»
Era una domanda che occupava la mia mente già da qualche settimana.
«Non lo so. E’ strano; quando penso a lei, mi sento ancora molto innamorato e avverto la “solita” palpitazione. Ma poi mi accorgo che non sono nel presente coi pensieri, in realtà sto solo evocando dei ricordi. Mi devo concentrare, per trovare l’immagine di Gina, la Gina di prima. E per risentire ancora la sua voce, la sua risata e soprattutto, il suo sguardo. Ah come mi guardava! Diritto negli occhi, con quel suo sorriso caldo, ironico e spiritoso. Mi ci specchiavo in quegli occhi. »
Quando l’ho incontrata alla clinica dopo tre anni che non la vedevo, ero molto emozionato e avevo il timore che mi odiasse. Ma lei invece mi sorprese, accogliendomi cordialmente, con affetto. No, non mi odiava in effetti. E io ho pensato che non era cambiata. Era sempre la “mia” adorabile musa.
In quel primo incontro c’era l’emozione di rivederla dopo così tanto tempo, e poi c’erano le molte cose che avevo da dire, da raccontare, come sempre. Credo che in ragione di tutto ciò, io non notai subito il cambiamento in lei. Anche se era chiaramente cambiata totalmente la situazione tra di noi. Entrambi eravamo consapevoli che era impossibile pensare che tra noi potesse ricominciare. Forse, eravamo rassegnati. O io lo ero.
Ma per il resto, credevo che fossimo ancora noi: io Alessandro, il solito Alessandro; e lei Gina, la solita Gina. La donna che avrei amato, in segreto, per sempre.
E invece...
Ma forse, la verità era che lei semplicemente non era più innamorata di me.
Era tornata ad essere la persona che era prima di conoscere me. In pratica: una che conoscevo di vista.
«Cosa stai provando ora?» Chiese la mia amica. Anche se ormai eravamo amici, spesso le sue domande avevano una valenza chiaramente professionale.
Fuori dallo studio c’era un ampio parco pieno di piante e di fiori, il sole era alto e il frastuono monotono delle cicale, era quasi assordante, e induceva in me una strana voglia di dormire. Anche se veramente non avevo sonno.
«Senti le cicale che chiasso che fanno.» Dissi.
«Già. Alessandro...»
«Solitudine, ecco cosa sento! Mi sento solo.» Le cicale smisero di frinire per un attimo, ma subito ricominciarono.
«E delusione. Forse...rassegnazione, voglia di dormire.»
«Ti ha deluso lei?»
«No. Vorrei poterlo pensare, ma so che non é così. Mi ha deluso Alessandro, non so bene perché. C’è qualcosa di deludente dentro di me. Mi ha deluso Dio, che ultimamente non mi risponde al telefono. E in fondo, sono deluso della vita.»
“Io ne ho viste cose, che voi umani non potreste immaginare...”
Ho sempre adorato quel capolavoro di film: Blade Runner. Soprattutto quella sequenza finale, quando Rutger Houer pronuncia quel memorabile monologo, e guarda Harrison Ford con quel sorriso sarcastico.
In quel momento immaginavo di avere anch’io, sulle labbra, quel medesimo sorriso, ma è ovvio che era pura suggestione, una vena di teatralità, anche un po’ presuntuosa. Come le cicale che opportunamente si zittiscono, ma dai!
Era crollato improvvisamente una specie di tempio che io avevo eretto dentro di me: l’amore, il “vero”amore, quello che dura per sempre. Da cui una sensazione deprimente di vuoto. E di solitudine.
Com’è tipico di chi si aggira su delle macerie, c’è la desolazione di un crollo. Dove tu puoi riconoscere con sgomento, oggetti che ti appartenevano, che facevano parte della tua vita: un quadro frantumato, delle suppellettili, il relitto di una porta che prima si apriva su una stanza che ora non c’è più.
E tutta questa rovina è avvenuta nel mio animo: quindi si, ancora una volta ero deluso.
«Oh, la parte razionale di me ha già messo a fuoco una teoria che forse è la verità: credere nel “vero” amore, in fondo per me era come credere in Dio. Potevo pensare che qualcosa di grande, di sovrumano, potesse celarsi dentro di me. Un concetto, un’idea di immensità, dentro la ristrettezza di una povera natura umana. Una componente sovrumana che mi illudevo di possedere o quantomeno di aver conosciuto e individuato dentro di me.»
«Beh», disse la mia amica: «se vuoi credere in Dio, ti tocca per forza credere nell’amore.»
«Bella frase», esclamai. «Da scolpire nel granito: “se vuoi credere in Dio, ti tocca anche credere nell’amore”. Mi domando se si possa capovolgere il concetto: ovvero che negando l’uno, si debba anche negare l’altro. »
«Forse si», disse lei. «Il problema è sempre lo stesso: che l’umano alla fine non ci appaga. Magari è proprio questo che non accetti: che le cose alla fine ti appaiano come semplici aderenze umane.»
L’amore l’ho sempre trovato incomprensibile, in verità. Non fosse stato così, non ne sarei stato ossessionato per tutta la vita.
Potrei fare una facile equazione e mettere in relazione l’amore e il desiderio. E forse per molte persone è così, ma io ho sempre provato una istintiva ritrosia ad abbandonarmi a ogni forma fisica di desiderio. Sono sempre stato sospettoso, delle mie stesse pulsioni e non mi fidavo. Ero prudente, timoroso di poter perdere qualcosa, di dover pagare una tariffa, un prezzo, per ogni piccola o grande soddisfazione: per ogni desiderio esaudito.
Cosa potevo mai perdere?
Certo, sono nato in un ambiente cattolico dove tutto era peccato, e quindi da perdere, avevo niente meno che la mia anima immortale.
Ma cosa guardavo, in realtà, seduto sul muretto di quell’aia?
Cosa desideravo? Non certo, a quel tempo, l’amore. O forse si.
Ma so che in quel momento, anzi: in quei momenti, migliaia e migliaia nella mia vita, io ho sempre provato un desiderio acutissimo. Desideravo una sorta di “tutto”. E amavo tutto. Desiderando, ovviamente, di essere ricambiato.
Ero pieno, di desideri, pieno di sogni, ricolmo d’amore, come un vaso pieno fino all’orlo. Ma non sono mai stato ricambiato, in verità. Non nella stessa misura, o per meglio dire: non nella forma senza misura che appartiene alla mia natura.
Ora, non è rimasto nulla: nessun volto, nessuna immagine. Nemmeno un’idea, una Maddalena da...desiderare in silenzio. Una figura da sognare clandestinamente. Mi guardo intorno, e cerco un appiglio: ma non ne vedo. Mi sfugge il significato dell’amore, mi sfugge il senso della vita. Eppure resto calmo.
Sono padre, sono nonno, riflesso di un amore troppo “facile”, troppo ovvio, simile all’inerzia di una barca di carta che scorre nel fiume.
La vita prosegue, e prosegue di corsa, senza aspettare nessuno.
Dio, ben nascosto dietro a centomila miliardi di galassie, mi indica una via: Lui ama questa umanità, a quanto sembra. Come io amo un mobile che ho costruito, una pianta che ho seminato, un figlio che ho generato. Ề già questo, solo questo, il senso della vita?
“Ama il prossimo tuo come te stesso”. Questa frase mi obbliga a chiedermi se io in realtà abbia mai amato me stesso. E mi domando come potrei amare qualcuno, se non è amabile ai miei occhi?
Al massimo, posso fare finta, e comportarmi come se: amassi.
Una mattina, mi sono fermato in un bar per prendere un caffè.
Mentre sfogliavo il giornale fumando una sigaretta, ero disturbato dal vocio rumoroso di alcuni avventori del bar. Era un po’ come una mosca che continui a scacciare da un braccio, e che continua a posarsi nello stesso punto, alla fine fui costretto a concentrare la mia attenzione su quelle persone e staccai gli occhi dal giornale.
Erano cinque o sei uomini di varie età, che attorniavano una signora di bell’aspetto, che tuttavia per il modo di fare e di parlare, mi dava l’idea di essere una donna piuttosto “allegra”.
Era bionda, ben curata, ma con un rossetto eccessivo. Il suo abbigliamento poi, anche se elegante, strideva con l’ambiente “rustico” di quel bar e comunque sarebbe stato più consono indosso a una ragazza di vent’anni più giovane.
Ma ora veniamo alla fauna maschile: senza volerlo, quasi automaticamente passai in rassegna quei personaggi e ahimè, ognuno lo scandagliai e lo “pesai”.
Individuo uno: sui quarant’anni, bicchiere in mano e sigaretta spenta nell’altra. Dall’aspetto poteva essere un muratore, o un contadino, o un camionista. Non me ne abbiano i rappresentanti di queste categorie professionali, ma non possiamo certo nasconderci che l’ambiente incide sulla formazione delle persone.
Comunque, quel tale...che non era un professore di filosofia, parlava a voce alta e rideva sguaiatamente per le sue stesse battute (per inciso, nessuna delle quali era minimamente divertente).
Con cadenza regolare, ogni due o tre parole, pronunciava una bestemmia sanguinosa. Ora, ne ho sentiti e ne sento tanti di bestemmiatori, tanto che posso dire che ci siano degli “stili” anche in questa barbara consuetudine. Lui era di quelli che usano “costruire” le bestemmie. Le infiocchettava con termini ricercati e... intelligenti(!), per darsi un tono da intellettuale, e per rendere l’offesa il più possibile... clamorosa.
Cane, porco e boia, normalmente le più gettonate, sono per le persone mediocri, ma lui no, lui vuole essere più cattivo, una persona più importante, in qualche modo: coraggioso.
Quindi: “schifoso”, “vigliacco”...”invidioso” (!).
Nella scelta degli animali poi, fantasia e originalità allo stato puro: cavallo, cinghiale, tricheco.
Bene (!): gli altri individui di quel gruppetto, forse emuli di cotanto maestro, parlavano tutti col medesimo “stile”. Sia nel modo di ridere (senza motivo), che nell’eretico e colorito intercalare. Tutti, persino il più anziano tra loro, di aspetto decrepito e sgradevole, erano tesi alla “conquista” della femmina. La quale ovviamente dava corda a quei poveretti, dimostrando se non altro un bel fegato. Ma era evidente, che lei avrebbe ceduto solamente alla lusinga di una sostanziosa somma di denaro.
Tuttavia, la cosa più deprimente di tutto quel teatrino, era il copione stesso della commedia. Se qualcuno avesse voluto assumersi il compito di trascriverlo, escludendo risate e bestemmie, sarebbe rimasto un “testo” totalmente privo di senso compiuto.
Pur senza volerlo, quasi per inerzia, mi domandai quanto potessero valere quelle persone...intrinsecamente, moralmente, spiritualmente, umanamente.
Potevo pensare che ognuno avesse comunque tirato su una famiglia, che fossero magari in qualche modo meritevoli nel loro lavoro, e che avessero delle qualità nascoste (molto nascoste).
Restava il paradosso comunque, che Gesù ama quelle persone, c’è poco da fare!
E mi invita (o mi sfida) a fare altrettanto. Com’è possibile?!
Amare Gina è stato facile, dopotutto. Com’è facile amare un figlio, un fratello, un amico. O una consorte, anche se può avere il torto, o la colpa, di avere ostinatamente voluto calarsi nei panni di istitutrice e di madre, e avendo cercato in buona fede di imporre la propria visione delle cose. Persino lei, che ho temuto di odiare, alla fine, quando subisce un incidente o una malattia, è facile capire che in fondo desidero il suo bene.
Probabilmente, in verità io desidero anche il bene di quelle persone in quel bar.
Un giorno ho incontrato mio cugino Pietro. Era dal giorno del funerale di zia Maria, che non lo vedevo, e dovevo ammettere che si manteneva bene.
I suo anni li dimostrava tutti, intendiamoci, ormai andava per gli ottanta, ma aveva ancora la mente molto lucida ed era come sempre in ordine. Alto, magro, l’immancabile giacca, camicia e cravatta e coi suoi lunghi capelli bianchi tirati all’indietro. Aveva sempre quell’aria da “maestro di musica”.
Prendemmo un caffè in un bar e scambiammo quattro chiacchiere. Lui era in pensione ovviamente, ma ancora si teneva occupato dirigendo il coro della parrocchia. E da parte mia, gli raccontai parte della mia quotidianità di nonno a tempo pieno, e dei fantastici viaggi che ancora mi concedevo con la mia nuovissima e potentissima BMW.
In tutto quel tempo, dalla morte della zia Maria, c’era una cosa che avevo in animo di chiedergli, ma non avevo mai avuto modo di farlo. Non ho mai pensato neppure per un secondo, di aver avuto qualche diritto sull’eredità, ma c’erano tuttavia alcuni oggetti di casa che avrei desiderato. Erano cose di poco conto e di nessun valore oggettivo. C’era un piccolo soprammobile, per esempio, un tronchetto di legno tagliato obliquamente e dipinto con una veduta di Arco Di Trento. Era molto vecchio, perché risaliva alla viaggio di nozze di nonno Primo, e io lo guardavo sempre da bambino, in tutte le case dove aveva vissuto la zia.
C’era poi un quadro, in salotto: un ritratto della zia fatto da me. E ancora mi sarebbe piaciuto avere delle foto, anche se non avrei saputo dire quali. Ma una in particolare, una foto che conoscevo e che avevo visto solo una volta: quella di Marcello morto.
Non sapevo bene perché avrei voluto averla, né se fosse stata una buona cosa che l’avessi posseduta. Infatti avevo anche qualche dubbio, tanto più che mi trovavo un po’ imbarazzato a chiedergli quell’immagine. Non sapevo se lui conosceva tutta quella storia e comunque, avevo un sacro pudore a parlarne con lui.
Prendendo il “giro largo”, alla fine gli domandai se non gli dispiaceva separarsi da quegli oggetti per darli a me.
lui mi rispose, con la sua consueta imperturbabile pacatezza, che non c’era alcun problema. Per il quadro e per il soprammobile, potevo pure passare a prenderli. Anche per quanto riguardava le foto, si poteva scegliere quali avrei voluto, tanto più che eventualmente se ne potevano fare delle copie.
Ma per quella foto in particolare, quella di Marcello... disse proprio così: quella di Marcello. «Quella non posso dartela, ce l’ha ancora la zia, con sé.»
Quando parlava con me, lui la chiamava zia, sua madre.
Fine
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