lunedì 22 novembre 2021

Oltre le colonne

 C’è un vetro...non necessariamente rigato di pioggia a motivo della solita, irritante disposizione a una decadente melanconia. Ma certo, se non è rigato di pioggia, è appannato dal respiro di un viso appoggiato; o traspare come nella dissolvenza artistica di un regista, lo sguardo smarrito di due occhi riflessi parzialmente, come se quei due occhi marroni, corressero sopra le case, i prati  e i boschi.  

E’ il finestrino di un treno? Forse è il finestrino di una macchina, una vecchia centoventiquattro grigio/topo.

Il paesaggio scorre oltre il vetro; e quello scorrere di immagini per lo più di colore verde, richiama ed evoca senza dubbio la sensazione inconscia ma tangibile dello scorrere ineluttabile del tempo.

C’è un’ansia sottile di sottofondo e  in fondo, al mio essere... e  dico “essere” perché davvero non distinguo la natura, e una eventuale collocazione per quella impalpabile sensazione che sembra permearmi. 

Si chiama ansia appunto. Ansia; così vicina all’angoscia. Così simile a uno stato di dolore, di sofferenza; anche se orfana di un nome e forse di un senso compiuto. Preambolo probabilmente, di un avvenire temuto e conosciuto, o retaggio magari, di un passato caduto nell’oblio. Oltre le colonne d’Ercole.

C’è un vetro; e poco importa se ho dodici anni o settanta. Anche se tutto fugge via, tutto ritorna sempre, come un appuntamento col destino. Come se il viaggio fosse un girotondo, una giostra.      

Quel paesaggio verde che fugge via, non evoca nessun nome ora; come non lo evocava in principio. Anche se di nomi ne sono apparsi molti poi.

Quando ho solo  dodici anni, c’è una figura immaginaria di donna tra quel verde. C’è, una “lei” immaginaria, senza nome e senza volto. 

E’ un sogno illogico, un impulso vago, un presentimento; se non è la traccia confusa di ricordi rimossi, di una vita precedente. 

E’ un’anima già segnata dal destino; condannata a inseguire sempre un’immagine sfocata, su di un prato inesplorato, oltre la curva di quel sentiero sconosciuto. 

C’è un corpo senza forma forse, una bocca da baciare, un seno di madre da succhiare. Qualcuno, o qualcosa era in attesa comunque; forse in un giorno di là da venire, lo sentivo. O forse, soltanto lo speravo.   

E’ un mistero, che tutto ritorni ora, come in origine: senza immagini e senza nomi. Mistero, che ogni nome si sia dissolto e che ancora rimanga quel peso, quell’ansia. Così vicina all’angoscia; così simile a uno stato di sofferenza.


Così, mi capita ora, di cadere in balia di uno strano torpore che ben conosco, quando indugio con lo sguardo in ogni cosa che vedo. E che ci sia un vetro, è solo accidentale, perché spesso mi accade mentre guido o, ancor più facilmente, quando sono un passeggero.

E passi se è un alba o un tramonto, o comunque un panorama suggestivo; ma quando scatta quella particolare lunghezza d’onda nel mio animo, ogni cosa è suggestiva. Anche un singolo ramo, una singola foglia; un gatto o una persona che cammina.

Sento che è l’amore; lo sento. 


“Seguir con gli occhi un airone sopra il fiume e poi, ritrovarsi a volare...”  

Non avevo mai visto un airone a quel tempo; e rare volte in verità, avevo visto un fiume che non fosse l’Adige. Ma  “emozioni” era una parola-chiave che calzava con ciò che provavo. Emozione, una specie di sindrome che a volte  mi paralizzava. E ingannandomi, povero com’ero di mezzi e sicurezze, ho sempre percepito l’amore come terminale unico d’ogni emozione.

Ah, rimpiango di non aver considerato altre opzioni, sia pure di carattere religioso, o artistico, tanto per citare due concetti che mi erano vicini e che colpevolmente ho solo sfiorato.

Ma forse, inconsciamente ritenevo che l’amore mi avrebbe dato l’accesso alla massima espressione di me stesso. Forse, già presagivo che avrei scritto poesie e dipinto ritratti.