Spunta, di sotto un tetto di nuvole pesanti
improvviso e basso sui campi
il sole perentorio del tramonto.
E trafigge i miei occhi
come lama spietata di fuoco
sulla strada d’asfalto e di lacrime
del mesto rientro.
Così vedo all’improvviso
che son solo, in un deserto sfolgorante.
E grida ancora una volta, muto, l’impulso
Dio come ti amo!
E come mi manchi.
Come gemono, anche le mie ossa
in quest’auto spaziale
parvenza di una nave alla deriva.
Seppur testimonianza e segno
di ciò che ho fatto in questa vita.
Di quanto ho faticato e lottato
e di ciò che sono all’apparenza, ricco
di cose e di denaro.
Ma povero di vita
come un tronco avvizzito
consumato dagli anni e dal vento.
Pronto a cadere, io
mendicante di sentimenti e di sogni
da raccogliere come briciole sperdute
nelle mie solitarie fantasie.
Dio come ti amo!
E come mi manchi.
Come gemono le mie ossa
e piange il mio cuore.
Ecco, puntuale e atteso
il rimprovero velato di un Dio lontano.
Un Dio che bisbiglia
che si nasconde nel vento.
Ed è un rimprovero rosso, rotondo
abbagliante e doloroso.
Verità, che sono solo un uomo
e sono un uomo solo.
Che ha sbagliato per giunta, tutte le strade.
E convengo, che la miseria di quest’ uomo
forse s’illude soltanto
d’aver dentro qualcosa di grande
d’eterno addirittura.
Mi manchi perché ti amo dunque
o ti amo perché mi manchi?
Conficco una vanga nella mente
e frantumo la dura crosta delle abitudini.
E’ questa, la mia sola risolutezza
di scavarmi dentro, come terra.
E di crocifiggermi ogni volta
di dubbi e probabili colpe.
Di rimpianti e d’incertezze.
Eppur riemerge ancora, la parola consueta
la sola frase che ancora so dire
Dio come ti amo!
E quanto brucia il desiderio mio
non d’averti, ma d’esser tuo.