Sono qui
e ho nostalgia di là.
Ma se fossi là, lo so
avrei nostalgia di qui.
Persone
sono infelici a causa mia.
E a causa di persone
io sono infelice.
Persone
abitano questo mondo
vicino a me.
E io sono solo.
Sono solo
di qua o di la.
Vivendo vicino a persone sole.
E non so perché.
La solitudine attanaglia le viscere
cambia il colore delle cose
e svuota lo spirito.
E non so perché.
Non so perché rifuggo la solitudine rumorosa della folla
la finta allegria delle feste
e l'incomprensibile operosità delle formiche
sazie e inconsapevoli.
Una voce mi dice: fidati, ora.
Di chi? Di cosa?
Fidati, non è colpa tua.
Non è sempre, solo colpa tua.
Perché rifuggo le persone?
Come s'io fossi il colpevole d'ogni male
e vago nella notte, fuori dall'ovile.
Sento e non capisco.
La mia solitudine è non esser capito
il non capire l'inafferrabile senso della vita
e questo doloroso sacrificio
martirio apparentemente inutile, di un'anima crocifissa.
Fidarmi di chi? Di cosa?
Non del desiderio, evidentemente
ne dei dilatati sogni
e nemmeno del freddo calcolo logico.
Cosa rimane allora?
Se non contemplare il massacro di una vita
perpetrato a causa del mio incauto fidarmi, sempre
di ciò ch'era dentro e fuori di me.
E se desiderassi solo bere, ora
non avendo mai bevuto in vita mia
come posso capire la mia sete, non conoscendola
e dubitare di essa?
Perché mi sono ubriacato di molte cose
nella vita
ma una vera ebrezza d'amore
mai m'era toccata in sorte.
E mai bevanda così inebriante, devo dire
aveva bagnato le mie labbra riarse.
Lo capisco perché ho bevuto, disperatamente
e ho conosciuto la mia sete.
Capisco anche che il senso della vita
è legato in qualche modo a questa sete.
Non al bere in se.
Non all'ubriacarsi.
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