sabato 23 aprile 2016
Persone
Sono qui
e ho nostalgia di là.
Ma se fossi là, lo so
avrei nostalgia di qui.
Persone
sono infelici a causa mia.
E a causa di persone
io sono infelice.
Persone
abitano questo mondo
vicino a me.
E io sono solo.
Sono solo
di qua o di la.
Vivendo vicino a persone sole.
E non so perché.
La solitudine attanaglia le viscere
cambia il colore delle cose
e svuota lo spirito.
E non so perché.
Non so perché rifuggo la solitudine rumorosa della folla
la finta allegria delle feste
e l'incomprensibile operosità delle formiche
sazie e inconsapevoli.
Una voce mi dice: fidati, ora.
Di chi? Di cosa?
Fidati, non è colpa tua.
Non è sempre, solo colpa tua.
Perché rifuggo le persone?
Come s'io fossi il colpevole d'ogni male
e vago nella notte, fuori dall'ovile.
Sento e non capisco.
La mia solitudine è non esser capito
il non capire l'inafferrabile senso della vita
e questo doloroso sacrificio
martirio apparentemente inutile, di un'anima crocifissa.
Fidarmi di chi? Di cosa?
Non del desiderio, evidentemente
ne dei dilatati sogni
e nemmeno del freddo calcolo logico.
Cosa rimane allora?
Se non contemplare il massacro di una vita
perpetrato a causa del mio incauto fidarmi, sempre
di ciò ch'era dentro e fuori di me.
E se desiderassi solo bere, ora
non avendo mai bevuto in vita mia
come posso capire la mia sete, non conoscendola
e dubitare di essa?
Perché mi sono ubriacato di molte cose
nella vita
ma una vera ebrezza d'amore
mai m'era toccata in sorte.
E mai bevanda così inebriante, devo dire
aveva bagnato le mie labbra riarse.
Lo capisco perché ho bevuto, disperatamente
e ho conosciuto la mia sete.
Capisco anche che il senso della vita
è legato in qualche modo a questa sete.
Non al bere in se.
Non all'ubriacarsi.
mercoledì 20 aprile 2016
il raggio verde
L'ultimo gemito del sole quando tramonta sul mare
che sfugge di norma a chi lo vuol catturare
è un lampo verde
enigmatico e fuggevole.
Una luce che neanch'io vedrei mai
se mi appostassi sulla riva di un mare
perché essa è il premio per gli di studiosi attenti
e perseveranti.
Ma l'ho visto dunque, quel lampo verde
e non cercando di vedere
e non nel sole
ma chiudendo anzi, gli occhi affranti.
Mentre aspettavo il sonno
nel mio letto di spine
percuotendo l'anima dolente
ho visto, l'attimo del salto.
L'istante folgorante del passaggio
che la notte poi
coi suoi sogni agitati
aveva coperto d'oblio.
Ma il colore verde era penetrato in me
come un seme sepolto che fiorisce poi
suscitato dai gesti ripetuti del distendersi
e dalla consueta, amara coscienza.
Ho visto un disco che girava intorno alla testa
un vortice implacabile di pensieri
con volti e nomi e giorni
e cento anni urlanti.
Poi è arrivato il silenzio
e uno stupore fulmineo.
E un lampo di luce verde alla fine.
E fu già mattina.
Però non si spegne il verde di un'idea
col rammarico d'essermi svegliato ancora.
Il senso, o forse l'oscuro istinto
di chiedere scusa a tutti.
Per l'insufficienza di ciò che son stato
sempre assorbito e svilito
dal troppo pensare
e dalla volontà del mio vanitoso patire.
E per tutto ciò che ho detto poco
e male.
Per il troppo parlare dei miei sensi
e dei miei indegni dolori.
Troppo ho parlato invero
e così poco ho vissuto ascoltando.
Anche se mai libero fui di non sentire
in fondo all'anima, mille voci aliene.
E ho dato retta sempre
pur riluttante
a ciò ch'era solo sentito
nel mio nascosto abisso.
giovedì 14 aprile 2016
Tutto e niente
Vincerà su di me
alla fine
il vuoto
la melassa vischiosa.
E avrò perso
tutto.
Non qualcosa, o qualcuno
o una festa di fine stagione, no.
Perderò l'arte, lo spirito
una vera identità.
Non avrò un profilo
un'immagine che mi definisca.
E sparirà anche l'es
alla fine.
Tornerà nel pozzo, deluso
esasperato ed incredulo.
Regalasi un cuore e una mente
oggetti vintage fuori uso.
Soprammobili inerti
originali e retro.
E sia, la pazzia
di un sonno deambulante
cosparso di sogni astratti
e senza senso.
Lingue di fuoco, bolle colorate e
una spirale ipnotica che gira e
un ticchettio frenetico, continuo
come il passo di uno che corre
nella notte.
Che si allontana
e si avvicina.
Si allontana
si avvicina.
Troppo dolore
troppo.
Per non desiderare di perdere
di lasciar perdere
ogni cosa.
Non si può avere tutto
ma si può perdere, tutto.
E il contrario di tutto è
niente.
Vuoto, silenzio, buio
e un ticchettio di passi nella notte
come di qualcuno che corre.
Ahimè
Ciò che non posso fare
che non ho mai potuto fare.
Ciò che non posso essere
anche se altro non sono.
Amore, che non posso avere
vita che non posso vivere.
E soffocare, ogni giorno
per il peso dei pensieri.
Posso: correre
ma non fuggire..
E piangere
ma senza fare rumore.
Potrei liberare la rabbia
vorrei scovarla, in qualche recesso
e liberarla
frantumando le cento catene.
Potrei sputare in faccia al mondo i miei fogli
e gridare, gridare, gridare.
Perché, volete ancora questa finzione?
Perché la accetto?
Ciò che posso fare, è pagare penitenza
e chiedermi, quale fu la colpa.
Col dubbio che nella domanda stessa
si nasconda la risposta.
D'esser nato mille volte
e mille volte insoddisfatto.
E di morire ogni giorno
come il sole che tramonta.
Inutilmente cercando
nel sacco dei sogni e delle illusioni
qualcosa di prezioso, che non ho
colpevolmente lasciato.
Oh tanti ne avevo, di amori!
Tutti però senza nome
e tutti, prima d'un possibile inizio
già romanticamente moribondi.
Oh tante ne ho scritte, di parole!
Ma poche ne ho dette
e con un filo di voce
alla fine del mondo.
E ancora son qui a scrivere
pur di non parlare
pur di non fare rumore.
Perché in fondo, ahimè, altro non sono.
martedì 12 aprile 2016
Ti guardo
Le nuvole corrono veloci
e l'ombra che, riluttante
tuttavia sottendo
gira intorno a me
trascinando in un vortice
caotico e silenzioso
sogni e visioni confuse.
E io ti guardo
ti guardo, rimanendo
nel luogo ineluttabile
alla fine della strada.
Inevitabilmente fermo
radicato
come vegetale
come pianta
rampicante senza sostegno.
Sia pur vivo, inspiegabilmente
in qualche modo.
In una vita sospesa
intrisa di una linfa invisibile
inestricabile e tenace.
che neppure io conosco
e che non posso modificare
o far fluire all'incontrario.
O fermare.
Che altre stagioni non aspetto
ne desidero.
E ti guardo allora
e guardo l'amore
nelle nuvole che fuggono
nel roteare delle stelle la notte.
Ti guardo
condannato a non vederti
per un senso tutto mio e solo mio
di uno stupido destino
atroce e secolare.
I giorni si scrostano dal muro
così
uno dopo l'altro.
E il mio volto al mattino
è diventato trasparente.
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