giovedì 16 giugno 2016

Se ho visto una cosa con la coda dell'occhio, posso dire che quella cosa l'ho vista davvero?
Le implicazioni ( e le complicazioni) riguardo a questo concetto, a questo modo di dire, sono molteplici. Almeno relativamente alla mia esperienza personale.
Forse potrei dire che io sono un soggetto un po particolare, originale se vogliamo; probabilmente sono semplicemente uno "strano". 
E a motivo di questa mia stranezza, al contrario di quello che in genere fanno tutti quando scorgono qualcosa con la coda dell'occhio, e cioè seguire l'istinto naturale di voltarsi subito per guardare direttamente quello che si è solo intravisto di sfuggita, io in molte circostanze non mi sono voltato. 
E ho sempre visto SOLO con la coda dell'occhio le cose nella mia vita. 
Determinate cose non ho mai voluto vederle pienamente, questa è la verità. O non ne sono stato capace. 
In realtà il motivo di questa mia bizzarra condotta è difficile da capire.  E forse, di volta in volta il motivo vero è stato ogni volta diverso. 
A volte non ho avuto il tempo o la possibilità di voltarmi; come quando guidando capita di scorgere una bella ragazza sul marciapiede, ma contemporaneamente l'auto che ci è davanti frena bruscamente ed esige la nostra totale attenzione. Quella ragazza rimane nella "dimensione" delle cose appena intraviste.
Quindi: impossibilità (o incapacità)
Ho avuto paura di vedere a volte, questo è certo.  Quando evidentemente avevo la sensazione che ci fosse qualcosa di troppo brutto o spaventoso.  
Quindi: paura.
C'è poi il caso in cui le cose le vediamo con la coda dell'occhio semplicemente perché le abbiamo già viste tante volte. Questo se ci si pensa, fa parte del quotidiano di ognuno. Non guardiamo sempre direttamente tutto ciò che ci circonda, quando siamo in luoghi conosciuti. Il quadro alla parete che abbiamo guardato tante volte, finiamo poi per vederlo sempre solo con la coda dell'occhio, Così come un mobile, un albero in giardino ecc.
Quindi: abitudine (o rassegnazione)

Ora, nella mia esperienza di vita, mi rendo conto che queste diverse situazioni si sono verificate tutte, concatenandosi nel tempo. 
Prima ho intravisto una cosa e non ho avuto tempo e modo di guardarla, perché ero troppo concentrato su altre cose più impellenti. Poi, intuendo che... diciamo non ci sarebbe stato niente di bello da vedere  e che forse poi avrei dovuto affrontare un problema o una serie di problemi, ho avuto paura di guardare. O magari ero solo... troppo pigro, non per guardare, ma per affrontare poi le conseguenze dall'aver guardato.
E infine, questa cosa rimasta sempre solo intravista per anni e anni, è passata nell'ambito delle cose abituali.  E anche la profonda inquietudine per un dubbio sempre allontanato, diventa abitudine e quasi sparisce. 

Sono a tavola una sera e sto... guardando la televisione. 
Vedo con la coda dell'occhio che mia moglie guarda me. Mi osserva senza parlare; chissà cosa sta pensando. 
Sono così intellettualmente arrogante ormai, da ritenere di conoscere tutti i suoi pensieri e ahimè, da molto tempo ormai sono giunto  alla conclusione altrettanto arrogante, che non sono  molti.
Istintivamente compio un gesto banale, quasi un movimento riflesso: mi massaggio le tempie passando una mano al di sopra agli occhiali. 
Perché l'ho fatto? Era un messaggio che volevo mandarle?  
Volevo ricordarle ciò che lei sembra sempre dimenticare; che nonostante io sia lì apparentemente impassibile, in realtà sto male?  

Hai mal di testa? Lei mi domanda.
No, rispondo in tono asettico.
E la... tranquilla serata, prosegue.

Ma nella mia mente, come un'eco lontano, risuona ancora la domanda: hai mal di testa Claudio?
Mi "giro" metaforicamente e "guardo" dentro me stesso. Verifico le  mie sensazioni fisiche e si, effettivamente ho mal di testa. 
Non è un dolore acuto, è  un dolore accennato, diffuso, non localizzabile. Come mi facesse male dentro da qualche parte. Quasi un...disagio, un fastidio. 
Una specie di pensiero\ moscerino mi sussurra che forse la mia piccola testa è troppo piena.
Ma da quanto tempo è che percepisco con la coda dell'occhio, questo mal di testa? Ormai, visto che mi sono girato a guardarlo, tanto vale che lo chiarisca. 
E' tutto il giorno che ce l'ho, ora che ci penso.
Ripercorro all'indietro il tempo allora, alla ricerca della sorgente,  l'origine di questo misterioso mal di testa. Magari ho fatto qualcosa che non va, penso; la moto, il casco,  oppure la musica forte in cuffia...
Questo leggero ma persistente mal di testa, ce l'ho da giorni, ora che ci penso. 
Da settimane, da mesi. 
Scovo tra i ricordi  altri momenti in cui ho ripetuto quel medesimo gesto banale di massaggiarmi le tempie e, improvvisamente vedo l'evidente relazione con i pensieri cupi, l'ansia latente, l'affanno appena accennato del respiro, dalla mattina alla sera, tutti i giorni, da anni, da decenni... da sempre. 
Ho mal di testa dalla nascita? 

E allora mi domando: ma da dove viene il dolore che provo ora, dalla testa? 
Se potessi dire che il dolore che provo è   tutto in questo mal di testa, anche se dura da tanto tempo, sarebbe comunque ben poca cosa. 
Evidentemente la sofferenza di carattere sentimentale o esistenziale, anche se la si può collocare fisicamente nella mente, non coinvolge solo quell'ammasso di gelatina che è il cervello. Non si può definire insomma: mal di testa. Men che meno mal di... cervello, o mal di mente.  
Quando c'è una gamba rotta si va da un ortopedico; quando c'è dolore di stomaco si va da un gastroenterologo; e quando c'è... il mal di vita, si va dallo psicologo.
Una gamba rotta la si ingessa, uno stomaco dolorante lo si cura con una dieta e con dei farmaci; ma un malessere esistenziale come si cura?
Il malato si deve curare da solo; i medici o... gli amici che la sanno più lunga, ti consigliano quali azioni fare, quali cure intraprendere, quali cambiamenti introdurre nella vita. Ma qui mi sorge un dubbio: ma gli psicologi hanno una vista a 360 gradi? 
Chi è abituato a intravvedere le cose con la coda dell'occhio, non voltandosi mai, almeno una cosa la vede bene, penso; quello che ha di fronte. Mentre chi si gira continuamente, attirato da tutte le cose che vede con la coda dell'occhio, non guarda quasi mai avanti
Non penso che ci sia un "meglio" e un "peggio". Uno soffre la sete e uno a causa del troppo bere è diventato alcolizzato. Uno soffre la fame e uno soffre l'obesità, con i problemi correlati all'eccesso di colesterolo. 
La differenza ovvia e che gli uni soffrono di penuria e gli altri, soffrendo a causa di un eccesso, di una sovrabbondanza, per lo meno hanno tratto dei piaceri dalla vita. 
Non c'è un meglio e un peggio, quindi; c'è un troppo e un troppo poco. E alla fin fine sia l'affamato che l'obeso, hanno sempre fame. Solo che uno desidera pane a acqua e l'altro, sempre qualcosa di più sofisticato.


Non posso dire di aver provato di tutto nella vita, per essere felice. Ho seguito anzi sempre e solo una rotta. Anche quando mi capitava di vedere delle cose "strane" con la coda dell'occhio. 
Certo, era meglio se una occhiata in giro l'avessi data, questo è fuori discussione. Ma tant'è che... ormai (qualcuno odia questa parola) ormai credevo di essere in dirittura d'arrivo. E invece...
Invece la strada si è interrotta all'improvviso. E non c'è nessun traguardo, nessuna bandiera a scacchi o nastro da tagliare con la pancia, nessuna premiazione. 
Non c'è nemmeno un bivio; che in fondo, un bivio prima o poi uno potrebbe anche aspettarselo. Ma no, non c'è niente invece; la strada finisce contro una parete rocciosa inaccessibile. Ora non posso più guardare solo avanti, devo per forza girarmi.
E vedo due sentieri appena accennati, uno  per parte. E due cartelli.    
Su uno c'è scritto: "sentiero pane e acqua garantiti". 
E sull'altro...c'è scritto...
Non riesco a leggere. E' tutto imbrattato da scritte perlopiù volgari: viva la gnocca, viva milan, ti amo Fernanda (chi cazzo è sta Fernanda?) Evidentemente  è passata un sacco di gente da qui.

Non parlare! Se parli ti do un calcio!
No, non tu, amore. L'altro.

venerdì 3 giugno 2016

Ho visto stamattina, in giardino 
la danza di due farfalline.
Era un volo, devo dire
perché c'erano ali in movimento
ma pareva qualcos'altro.
Una danza casuale
un caos apparente
che sottendeva il mistero
di una armonia cosmica.

Piccole macchie arancioni 
silenziose e frenetiche
roteavano nell'aria
come in un discreto gioco amoroso
un girotondo e un abbraccio.
Una piroetta 
e un abbraccio.
Una separazione
e un abbraccio.

Ho visto
in giardino
una metafora vaga
il messaggio forse
di una sapienza profonda.

Non distinguevo chi seduceva
e chi era sedotto
se seduzione c'era.
Se di maschio e di femmina si trattava.
O se era solo la legge scarna della natura
e l'unico sedotto alla fine  
ero io che guardavo 
e che forzatamente volevo vedere 
un significato
un senso arbitrario e personale
come sempre
in tutte le cose.

Certo, volevo vedere
oh, lo volevo
che nel mio ruzzolare confuso
intorno alla seduzione della vita
con le mie ansie e le paure
che vincerà, nonostante tutto 
alla fine 
quel legame invisibile.
Che è già un miracolo in se
e non ne aspetta altri.

Se rotoliamo davvero noi
nell'aria
come piccole farfalle arancioni
in una danza goffa e armoniosa ad un tempo.
Pur senza cambiare di un alito 
il corso del vento.
E per il solo piacere di chi ci guarda.
Se c'è, un occhio che ci guarda.
Anche quando inevitabilmente 
ci infileremo tra le grate del cancello
e un'automobile veloce porrà fine allo spettacolo.
 

mercoledì 25 maggio 2016

Mandala

La nostra vita non la scegliamo
e anche se scegliamo di viverla
non possiamo decidere mai una forma
una linea, un disegno.
Ce la  troviamo tra le mani così
come un Mandala da colorare
unica tra le tante ma
già tracciata, già disegnata.

Possiamo colorarla di nostra mano
con la sensazione forse
che questo sia il compito
lo scopo.
E possiamo trovarla bella poi
o rimanere delusi
senza ricordare più com'era 
al principio.

Così appare improvvisamente 
come un fiore che sboccia
in quei colori pastello
l'anima che fluisce dalla mano.

Non è una scelta sapiente o di gusto
quell'accostamento tra le tinte
ma una rappresentazione dell'essere.
L'espressione dei desideri più profondi
aneliti e speranze e preghiere, forse
racchiuse nel dedalo tracciato

Se sto qui in attesa ora
come sulla riva del fiume 
so che non ho tracciato nessuna linea
e non ho disegnato il destino.

Non ho nemmeno scelto dei bei colori
li ho solo trovati
accettandoli come miei
quasi che loro, avessero trovato me.

Sto qui dunque
solo
a guardare il mio Mandala
che ho finito di colorare.

E accetto che tutti lo vedano.
Purché anche tu lo veda
trovando in quei colori 
le parole che conosci.

Anche questo non l'ho scelto
sentirti e vederti anche senza pensarti
ronzio incessante della mia mente
colore incancellabile del mio Mandala.

domenica 8 maggio 2016

Significato delle cose
il senso del fermarsi
e di un calmo sedersi 
su di un tronco abbattuto.

E mi ritrovo, per la mia natura
a vagare in un deserto
con una briglia nella mano
su di una gobba pelosa.
Significato di una sensazione
dolore, dolore e poi
un nuovo dolore.
Ed è quello di sempre.

Disposto a quello che verrà
anche alla resa
quando tempo sarà
E  sento che non è ora.

Significato di ciò che si conosce
il presentimento
che non si  può definire.
E nemmeno lo voglio.

Tutto passa ma tutto s'imprime
come cicatrice o carezza.
E l'amore, tra tutto
più di tutto.

Significato di questo, che vedi
evocazione, dal dorso di un cammello
di cicatrici e carezze 
che sono l'unico senso della vita.

Tutto passa e questo rimane
mentre scruto l'orizzonte, ruminando 
come l' animale che mi porta
pensieri ai confini del mondo. 

lunedì 2 maggio 2016

Frasi senza senso.

Le frasi non hanno mai un senso. 
E io sono concentrato sulla mia sofferenza perché... 
Vorrei dire che è l'unica cosa che percepisco, ma ovviamente non è proprio così; percepisco anche altre cose, certo. Dopo tutto ho anch'io i canonici cinque sensi; per tacer del fantomatico "sesto senso". (che ho anche quello ovviamente, e che potrebbe essere anzi, proprio quello il mio problema.)
Quindi, se avesse... senso, potrei qui scrivere frasi riguardanti ciò che percepisco con le orecchie, con gli occhi ecc.  
Si, in effetti potrei raccontare o descrivere qualcosa di gradevole, di simpatico; potrei persino essere divertente. E ciò avrebbe un senso se potesse servire per allietare il web... 
Non allieterebbe me ma, pazienza. 
Magari potrebbe succedere, chi lo sa, che io strappassi un sorriso a un anonimo estraneo; o almeno che lo inducessi a qualche leggera e rilassante riflessione, prima di andare a dormire.
Così mi sono messo a  cercare tra le mie vecchie "cose" sul portatile qualcosa di divertente, che dovevo pur aver scritto in passato. Ricordavo certe storielle, o abbozzi di storielle, che avevo pensato diversi anni fa e che avevano una struttura addirittura comica.  
Le ho trovate a dire il vero, e ho iniziato a rileggerle; ma erano così piene di errori grammaticali e di punteggiatura, che ho desistito quasi subito. Erano tutte da "ripassare" ed era  una cosa che si sarebbe tirata troppo per le lunghe; non mi andava, non ne avevo voglia.
Poi però, già che c'ero, mi sono abbandonato a un pigro vagabondaggio tra quelle vecchie cartelle; che contenevano altre cartelle. 2010, 2008, 2002. Un po come quando ci si imbatte casualmente in certe vecchie fotografie e ci si perde a guardarle, rimasi per un paio d'ore col mio vecchio portatile, che non accendevo da un sacco di tempo.  
Tra le altre cose, ho trovato una e-mail che avevo scritto non so più neanche a chi (ma era una donna) e sono rimasto colpito. Perché scrivevo a quella donna, che probabilmente mi aveva raccontato qualche sua "disgrazia" personale, di come poteva essere bella la vita. Pensa un po: io che do istruzioni a qualcuno, su come... "succhiare il midollo della vita". Questo è davvero... quasi da ridere.



He si, è bella la vita.  
La vita che possiamo osservare, sentire, odorare; la vita che possiamo percepire coi nostri sensi.
La vita che possiamo immaginare, come un sogno forse; una utopia vaga, senza giustificazioni, senza motivi.
Acqua che scorre, sole che splende, che scalda. 
E una certa sensazione, che se tu non l'avessi mai provata, se tu non la conoscessi, o non la ricordassi... mi dispiacerebbe davvero, per te.
Spiegarla è difficile, forse impossibile. Perché sono cose queste, che non avendo un motivo logico, tangibile; tendiamo a riporle nei recessi più nascosti della nostra mente.
Ma se spiegare è impossibile, forse non lo è ricreare, almeno immaginariamente.
E allora...immagina.
Tu hai, diciamo circa otto anni; e ti svegli una mattina nel tuo lettino. 
Ed è un tempo per te, che non ha caratteristiche globali, ma solo locali. Cioè il mondo non esiste, per te. Sai che c'è la Russia da qualche parte, l'America, la Cina...l'Africa. Ma il tuo "mondo" è il posto dove vivi, il cielo azzurro e il prato verde che vedi alla finestra.
Ti alzi. E' estate, fa caldo, cammini scalza. 
Il pavimento di assi di legno, non è freddo. 
Camminando scalza, senti le nervature del legno, i groppi. 
C'è una scala che scende, anch'essa di legno. Senti gli scalini che si flettono appena, sotto il tuo peso leggero. Guardando tra uno e l'altro si vede di sotto una catasta di legna per il camino, un secchio, una bicicletta appoggiata.
La scala non è molto lunga, ma a metà c'è una finestrella ... 

La finestrella da sui campi. Campi non a perdita d'occhio, laggiù in fondo c'è un filare di alberi e oltre, s'intravvedono appena delle costruzioni lontane: i palazzi della città. E più in là ancora, all'orizzonte, le montagne.
Concentrati. E' una mattina d'estate.  Siediti a metà di quella scala di legno. 
E' qui, a questa finestrella, in questo tempo senza tempo, trovi il paradiso. 
Perché il cielo è blu, costellato di piccole nuvole bianche; e decine di rondini volteggiano veloci, in un frastuono di richiami stridenti. 
Ma non è solo quello. Tu percepisci: che tuo padre è nel suo piccolo negozio di scarpe e sta riparando dei tacchi ascoltando la musica di una radiolina. Tua madre è giù in cucina che tagliuzza dei peperoni, o dei pomodori; anche lei con una radiolina accesa. Il mondo intero sta facendo le cose di tutti i giorni, con una musichetta ingenua di sottofondo. 



C'è una macchia bianca in mezzo al verde; è Chicca, la tua gatta. E' seduta laggiù, sul ciglio di un solco e sembra controllare il suo territorio. 

La chiami con quel rumore fatto con la bocca, come a baciare l'aria. Lei si volta di scatto; ti ha sentito, pur così lontana, col suo prodigioso udito. E ti ha riconosciuto, sa che sei tu a a chiamarla.  E parte di corsa; viene da te. 

Arriva e tu ridi perché provi un entusiasmo semplice, elementare.  La gatta fa il giro della casa, attraversa la cucina ed eccola, che sale la scala col suo passo felpato. 

Si struscia sulle tue gambe e produce quel rumore sommesso che sembra provenire dai suoi pensieri. Poi si  "accoccola" sulle tue gambe e chiude gli occhi.
Accarezzando la tua gatta bianca, lentamente, sulla testa...guardi fuori dalla finestrella.
Ssssss!  Senti....cos'è?  
E' profumo di...
 di erba e di mille fiori diversi. Profumo di ortiche, di stalla, di muri vecchi e ammuffiti; profumo di legna tagliata per l'inverno; profumo di ombra; profumo di... 

E' profumo di te; il profumo che hai tu addosso e che ha la tua vita...seduta a quella finestrella. 
Che sei un essere bianco che guarda il mondo non lo sai veramente, ma lo percepisci; lo respiri, quello che sei. 
La felicità non è solo saper "vedere" le meraviglie del mondo, ma è anche essere una meraviglia, tra le altre. 


Anche qui, intorno a questa vecchia lettera, la mia riflessione assume il tono depresso della tristezza e del rimpianto. Ho avuto una infanzia decisamente e obiettivamente difficile, eppure riuscivo a ritagliarmi dei momenti di... felicità. Di una strana specie di felicità.
Ora, va da se che uno di otto anni, per quanto difficile sia la realtà in cui vive, ha comunque qualcosa che il sessantenne non ha: l'orizzonte aperto. 
Aperto a tutte le possibilità, e quindi anche alla speranza. 
Ma rileggendo e riflettendo su quella felicità invulnerabile, anche se episodica, di me bambino, ho visto ancora una volta confermata la mia convinzione che l'ingrediente fondamentale per essere felici, è l'inconsapevolezza.   
E io la consapevolezza non l'ho perseguita volontariamente, ma mi è venuta addosso diciamo, giorno per giorno. 
A cominciare da quella puttana di gatta, che mi ha abbandonato quando ho cambiato casa. E mi ha reso consapevole che lei amava la casa vecchia, non me. 
Poi mia madre che mi odiava, mio padre che moriva, la fabbrica a 14 anni, le bestemmie, i calci in culo, eccetera, eccetera, eccetera...
Si è vero, vedo tutto in bianco e nero ora. O felice o infelice, niente vie di mezzo. 
Perché la consapevolezza, quella degli errori specialmente, mi è sempre venuta addosso di volta in volta il giorno dopo. Mai un giorno prima, dannazione!
Così, l'unica cosa che sono riuscito a fare con la vita,  è stato bluffare; un grande bluff, più o meno consapevole, di mezzo secolo. 
Poi, quando meno me lo aspettavo, la vita ha voluto  "vedere" le mie carte.

Oh ma smetterò prima o poi di lamentarmi. O forse andrò a farlo in qualche deserto sperduto. 
Ho già messo una inserzione su "subito. it "  per cercare un cammello usato.


sabato 23 aprile 2016

www.youtube.com/watch?v=t8_xqiPOsdY

Persone


Sono qui
e ho nostalgia di là.
Ma se fossi là, lo so
avrei nostalgia di qui.

Persone
sono infelici a causa mia.
E a causa di persone
io sono infelice.

Persone
abitano questo mondo
vicino a me.
E io sono solo.

Sono solo
di qua o di la.
Vivendo vicino a persone sole.
E non so perché.

La solitudine attanaglia le viscere
cambia il colore delle cose
e svuota lo spirito.
E non so perché.

Non so perché rifuggo la solitudine rumorosa della folla
la finta allegria delle feste
e l'incomprensibile operosità delle formiche
sazie e inconsapevoli.

Una voce mi dice: fidati, ora.
Di chi? Di cosa?
Fidati, non è colpa tua. 
Non è sempre, solo colpa tua.

Perché rifuggo le persone?
Come s'io fossi il colpevole d'ogni male
e vago nella notte, fuori dall'ovile.
Sento e non capisco.

La mia solitudine è non esser capito
il non capire l'inafferrabile senso della vita 
e questo doloroso  sacrificio
martirio apparentemente inutile, di un'anima crocifissa.

Fidarmi di chi? Di cosa?
Non del desiderio, evidentemente
ne dei dilatati sogni
e nemmeno del freddo calcolo logico.

Cosa rimane allora?
Se non contemplare il massacro di una vita
perpetrato a causa del mio incauto fidarmi, sempre
di ciò ch'era dentro e fuori di me. 

E se desiderassi solo bere, ora 
non  avendo mai bevuto in vita mia
come posso capire la mia sete, non conoscendola
e dubitare di essa?

Perché mi sono ubriacato di molte cose 
nella vita
ma una vera ebrezza d'amore
mai m'era toccata in sorte.

E mai bevanda così inebriante, devo dire
aveva bagnato le mie labbra riarse.
Lo capisco perché ho bevuto, disperatamente
e ho conosciuto la mia sete.

Capisco anche che il senso della vita
è legato in qualche modo a questa sete.
Non al bere in se.
Non all'ubriacarsi.


mercoledì 20 aprile 2016

il raggio verde

L'ultimo gemito del sole quando tramonta sul mare 
che sfugge di norma  a chi lo vuol catturare
è un lampo verde
enigmatico e fuggevole.

Una luce che neanch'io  vedrei mai
se mi appostassi sulla  riva di un mare
perché essa è il premio per  gli  di studiosi attenti
e perseveranti.

Ma l'ho visto dunque, quel lampo verde
e non cercando di vedere
e non nel sole
ma chiudendo anzi, gli occhi affranti.

Mentre aspettavo il sonno
nel mio letto di spine
percuotendo l'anima dolente
ho visto, l'attimo del salto.

L'istante folgorante del passaggio
che la notte poi
coi suoi sogni agitati
aveva coperto d'oblio.
Ma il colore verde era penetrato in me
come un seme sepolto che fiorisce poi
suscitato dai gesti ripetuti del distendersi
e dalla consueta, amara coscienza.

Ho visto un disco che girava intorno alla testa
un vortice implacabile di pensieri 
con volti e nomi e giorni 
e cento anni urlanti.

Poi è arrivato il silenzio
e uno stupore fulmineo.
E un lampo di luce verde alla fine.
E fu già mattina.

Però non si spegne il verde di un'idea
col rammarico d'essermi svegliato ancora. 
Il senso, o forse l'oscuro istinto
di chiedere scusa a tutti.

Per l'insufficienza di ciò che son stato
sempre assorbito e svilito 
dal troppo pensare
e dalla volontà del mio vanitoso patire.

E per tutto ciò che ho detto poco 
e male.
Per il troppo parlare dei miei sensi
e dei miei indegni dolori.

Troppo ho parlato invero
e così poco ho vissuto ascoltando.
Anche se mai libero fui  di non sentire 
in fondo all'anima, mille voci aliene.

E ho dato retta sempre
pur riluttante 
a ciò ch'era solo sentito
nel mio nascosto abisso.
  


giovedì 14 aprile 2016

Tutto e niente

Vincerà su di me
alla fine
il vuoto
la melassa vischiosa.

E avrò perso
tutto.
Non qualcosa, o qualcuno
o una festa di fine stagione, no.
Perderò l'arte, lo spirito
una vera identità.
Non avrò un profilo
un'immagine che mi definisca.

E sparirà anche l'es
alla fine.
Tornerà nel pozzo, deluso
esasperato ed incredulo.

Regalasi un cuore e una mente  
oggetti vintage fuori uso. 
Soprammobili inerti
originali e retro.

E sia, la pazzia 
di un sonno deambulante
cosparso di sogni astratti 
e senza senso.
Lingue di fuoco, bolle colorate e
una spirale ipnotica che gira e
un ticchettio frenetico, continuo
come il passo di uno che corre
nella notte.
Che si allontana
e si avvicina.
Si allontana
si avvicina.

Troppo dolore
troppo.
Per non desiderare di perdere
di lasciar perdere
ogni cosa.

Non si può avere tutto
ma si può perdere, tutto.
E il contrario di tutto è
niente.
Vuoto, silenzio, buio
e un ticchettio di passi nella notte
come di qualcuno che corre.