Le implicazioni ( e le complicazioni) riguardo a questo concetto, a questo modo di dire, sono molteplici. Almeno relativamente alla mia esperienza personale.
Forse potrei dire che io sono un soggetto un po particolare, originale se vogliamo; probabilmente sono semplicemente uno "strano".
E a motivo di questa mia stranezza, al contrario di quello che in genere fanno tutti quando scorgono qualcosa con la coda dell'occhio, e cioè seguire l'istinto naturale di voltarsi subito per guardare direttamente quello che si è solo intravisto di sfuggita, io in molte circostanze non mi sono voltato.
E ho sempre visto SOLO con la coda dell'occhio le cose nella mia vita.
Determinate cose non ho mai voluto vederle pienamente, questa è la verità. O non ne sono stato capace.
In realtà il motivo di questa mia bizzarra condotta è difficile da capire. E forse, di volta in volta il motivo vero è stato ogni volta diverso.
A volte non ho avuto il tempo o la possibilità di voltarmi; come quando guidando capita di scorgere una bella ragazza sul marciapiede, ma contemporaneamente l'auto che ci è davanti frena bruscamente ed esige la nostra totale attenzione. Quella ragazza rimane nella "dimensione" delle cose appena intraviste.
Quindi: impossibilità (o incapacità)
Ho avuto paura di vedere a volte, questo è certo. Quando evidentemente avevo la sensazione che ci fosse qualcosa di troppo brutto o spaventoso.
Quindi: paura.
C'è poi il caso in cui le cose le vediamo con la coda dell'occhio semplicemente perché le abbiamo già viste tante volte. Questo se ci si pensa, fa parte del quotidiano di ognuno. Non guardiamo sempre direttamente tutto ciò che ci circonda, quando siamo in luoghi conosciuti. Il quadro alla parete che abbiamo guardato tante volte, finiamo poi per vederlo sempre solo con la coda dell'occhio, Così come un mobile, un albero in giardino ecc.
Quindi: abitudine (o rassegnazione)
Ora, nella mia esperienza di vita, mi rendo conto che queste diverse situazioni si sono verificate tutte, concatenandosi nel tempo.
Prima ho intravisto una cosa e non ho avuto tempo e modo di guardarla, perché ero troppo concentrato su altre cose più impellenti. Poi, intuendo che... diciamo non ci sarebbe stato niente di bello da vedere e che forse poi avrei dovuto affrontare un problema o una serie di problemi, ho avuto paura di guardare. O magari ero solo... troppo pigro, non per guardare, ma per affrontare poi le conseguenze dall'aver guardato.
E infine, questa cosa rimasta sempre solo intravista per anni e anni, è passata nell'ambito delle cose abituali. E anche la profonda inquietudine per un dubbio sempre allontanato, diventa abitudine e quasi sparisce.
Sono a tavola una sera e sto... guardando la televisione.
Vedo con la coda dell'occhio che mia moglie guarda me. Mi osserva senza parlare; chissà cosa sta pensando.
Sono così intellettualmente arrogante ormai, da ritenere di conoscere tutti i suoi pensieri e ahimè, da molto tempo ormai sono giunto alla conclusione altrettanto arrogante, che non sono molti.
Istintivamente compio un gesto banale, quasi un movimento riflesso: mi massaggio le tempie passando una mano al di sopra agli occhiali.
Perché l'ho fatto? Era un messaggio che volevo mandarle?
Volevo ricordarle ciò che lei sembra sempre dimenticare; che nonostante io sia lì apparentemente impassibile, in realtà sto male?
Hai mal di testa? Lei mi domanda.
No, rispondo in tono asettico.
E la... tranquilla serata, prosegue.
Ma nella mia mente, come un'eco lontano, risuona ancora la domanda: hai mal di testa Claudio?
Mi "giro" metaforicamente e "guardo" dentro me stesso. Verifico le mie sensazioni fisiche e si, effettivamente ho mal di testa.
Non è un dolore acuto, è un dolore accennato, diffuso, non localizzabile. Come mi facesse male dentro da qualche parte. Quasi un...disagio, un fastidio.
Una specie di pensiero\ moscerino mi sussurra che forse la mia piccola testa è troppo piena.
Ma da quanto tempo è che percepisco con la coda dell'occhio, questo mal di testa? Ormai, visto che mi sono girato a guardarlo, tanto vale che lo chiarisca.
E' tutto il giorno che ce l'ho, ora che ci penso.
Ripercorro all'indietro il tempo allora, alla ricerca della sorgente, l'origine di questo misterioso mal di testa. Magari ho fatto qualcosa che non va, penso; la moto, il casco, oppure la musica forte in cuffia...
Questo leggero ma persistente mal di testa, ce l'ho da giorni, ora che ci penso.
Da settimane, da mesi.
Scovo tra i ricordi altri momenti in cui ho ripetuto quel medesimo gesto banale di massaggiarmi le tempie e, improvvisamente vedo l'evidente relazione con i pensieri cupi, l'ansia latente, l'affanno appena accennato del respiro, dalla mattina alla sera, tutti i giorni, da anni, da decenni... da sempre.
Ho mal di testa dalla nascita?
E allora mi domando: ma da dove viene il dolore che provo ora, dalla testa?
Se potessi dire che il dolore che provo è tutto in questo mal di testa, anche se dura da tanto tempo, sarebbe comunque ben poca cosa.
Evidentemente la sofferenza di carattere sentimentale o esistenziale, anche se la si può collocare fisicamente nella mente, non coinvolge solo quell'ammasso di gelatina che è il cervello. Non si può definire insomma: mal di testa. Men che meno mal di... cervello, o mal di mente.
Quando c'è una gamba rotta si va da un ortopedico; quando c'è dolore di stomaco si va da un gastroenterologo; e quando c'è... il mal di vita, si va dallo psicologo.
Una gamba rotta la si ingessa, uno stomaco dolorante lo si cura con una dieta e con dei farmaci; ma un malessere esistenziale come si cura?
Il malato si deve curare da solo; i medici o... gli amici che la sanno più lunga, ti consigliano quali azioni fare, quali cure intraprendere, quali cambiamenti introdurre nella vita. Ma qui mi sorge un dubbio: ma gli psicologi hanno una vista a 360 gradi?
Chi è abituato a intravvedere le cose con la coda dell'occhio, non voltandosi mai, almeno una cosa la vede bene, penso; quello che ha di fronte. Mentre chi si gira continuamente, attirato da tutte le cose che vede con la coda dell'occhio, non guarda quasi mai avanti
Non penso che ci sia un "meglio" e un "peggio". Uno soffre la sete e uno a causa del troppo bere è diventato alcolizzato. Uno soffre la fame e uno soffre l'obesità, con i problemi correlati all'eccesso di colesterolo.
La differenza ovvia e che gli uni soffrono di penuria e gli altri, soffrendo a causa di un eccesso, di una sovrabbondanza, per lo meno hanno tratto dei piaceri dalla vita.
Non c'è un meglio e un peggio, quindi; c'è un troppo e un troppo poco. E alla fin fine sia l'affamato che l'obeso, hanno sempre fame. Solo che uno desidera pane a acqua e l'altro, sempre qualcosa di più sofisticato.
Non posso dire di aver provato di tutto nella vita, per essere felice. Ho seguito anzi sempre e solo una rotta. Anche quando mi capitava di vedere delle cose "strane" con la coda dell'occhio.
Certo, era meglio se una occhiata in giro l'avessi data, questo è fuori discussione. Ma tant'è che... ormai (qualcuno odia questa parola) ormai credevo di essere in dirittura d'arrivo. E invece...
Invece la strada si è interrotta all'improvviso. E non c'è nessun traguardo, nessuna bandiera a scacchi o nastro da tagliare con la pancia, nessuna premiazione.
Non c'è nemmeno un bivio; che in fondo, un bivio prima o poi uno potrebbe anche aspettarselo. Ma no, non c'è niente invece; la strada finisce contro una parete rocciosa inaccessibile. Ora non posso più guardare solo avanti, devo per forza girarmi.
E vedo due sentieri appena accennati, uno per parte. E due cartelli.
Su uno c'è scritto: "sentiero pane e acqua garantiti".
E sull'altro...c'è scritto...
Non riesco a leggere. E' tutto imbrattato da scritte perlopiù volgari: viva la gnocca, viva milan, ti amo Fernanda (chi cazzo è sta Fernanda?) Evidentemente è passata un sacco di gente da qui.
Non parlare! Se parli ti do un calcio!
No, non tu, amore. L'altro.